Il rifondatore di Volturara AppulaLa politica è la supercazzola che ama, così Giuseppe Conte si fa il partito

L’ex presidente del Consiglio populista prova a sottrarre i Cinquestelle alla Casaleggio, con molta acqua fresca e la solita retorica da leguleio. Ai grillini lascia intendere che la nuova organizzazione del Movimento passerà attraverso il superamento degli eletti a caso, lo sganciamento dal padre padrone milanese e, per quanto l’abbia detto quasi dispiaciuto, anche dall’abbandono del progetto eversivo: «La democrazia rappresentativa, per quanto in crisi, non appare eliminabile». Vedremo il M5s, ma il Pd ci cascherà?

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Chiare fresche dolci acque, diceva il poeta: titolo perfetto per il discorsetto che Giuseppe Conte ha tenuto ieri sera davanti ai parlamentari pentastellati riuniti, nientemeno, per ascoltare il verbo del «rifondatore» del Movimento, momento tanto atteso, addirittura catartico, per rianimare un partito che ha cambiato linea per la terza volta in tre anni ed è oggi prigioniero della paura di perdere voti e posti. Ed allora ecco Conte che dopo lo sfratto da Palazzo Chigi torna in scena per non dire una mezza parola sul Paese, sui suoi problemi, non una sillaba su Mario Draghi, nulla sulle cose concrete, ma tutto proiettato a motivare la già mitica rifondazione di un movimento che ha capito che per diventare un partito serio occorrono regole e idee.

Ma ecco il punto dolente: che partito ha in mente, l’ex avvocato del popolo? Vista tutta l’acqua fresca sparsa sui suoi astanti (in diretta streaming serale come ai vecchi tempi) non è ingeneroso osservare che di idee ce ne sono pochine, a parte i must di questa fase della storia, l’ecologia, il digitale, la lotta alle disuguaglianze, il rispetto della persona, la democrazia, l’onestà: tutte cose che potrebbe dire chiunque. Non c’era bisogno di un ex presidente del Consiglio per questa elencazione banale di titoli che, nel migliore dei casi, ha evocato una specie di partito verde senza peraltro approfondirne la collocazione, se a sinistra, al centro, a destra, senza porte la questione del dopo-pandemia, dei futuri assetti politici-istituzionali.Certo, visto l’entusiasmo mostrato dall’avvocato dopo aver incontrato Enrico Letta s’immagina che lo spazio sia là, accanto al centrosinistra, vedremo come, in quali forme. Ma è tutto vago, malgrado i minuti dedicati alla questione  dell’identità: esattamente come erano vaghe certe supercazzole delle sue conferenze stampa a sera inoltrata e reti unificate di cui gli italiani serbano ancora un fastidioso ricordo.

La novità piuttosto riguarda – diciamo così – la mentalità di quello che Conte chiama «neomovimento», che a differenza del “primo” M5s dovrà aprirsi anche attraverso “Piazze delle idee” – singolare l’assonanza con le “Agorà” annunciate da Letta – e seppellire l’epoca del Vaffa e degli «atteggiamenti aggressivi», persino sforzandosi di «riconoscere la bontà delle idee altrui» in vista della creazione di un partito «accogliente»: e qui effettivamente Dibba e i fasti macabri del «partito di Bibbiano» sono molto lontani. Giusto proposito, ma in fondo siamo al maquillage o poco più.
Basta scatolette di tonno, basta con l’armamentario casinista-reazionario del grillismo sansepolcrista che dava l’assalto al Palazzo. E c’è un’altra rottura: prende la via del cestino un cardine ideologico del grillismo, il leggendario “uno vale uno”, fondamento falsamente egualitario della legittimazione del populismo e della a-democraticità del Movimento, con Conte che ricorda una cosa ovvia per tutti ma non in quest’ambiente, cioè che quando si ricoprono funzioni istituzionali ci vogliono «persone competenti e capaci», e non bastano trenta clic su Rousseau per selezionare i parlamentari.

È già qualcosa, nel vuoto delle idee, questo ripensamento: ma porterà voti? O farà perdere quelli degli arrabbiati? Qui è la scommessa di Conte. Il quale, infine, ha avuto qualche bella dimenticanza. Il rapporto con Rousseau, la questione dei finanziamenti e l’incubo che non fa dormire gli attuali parlamentari, soprattutto i big, che si chiama divieto di superare due mandati.

Lo scontro con Davide Casaleggio è stato soltanto evocato con messaggi subliminali tipo quello secondo cui «la democrazia rappresentativa, per quanto in crisi, non appare eliminabile», frase detta quasi con tono dispiaciuto da Conte, ma comunque per sottolineare come la democrazia diretta vada bene per gestire le attività interne con «una piattaforma digitale», ma senza estenderla alle istituzioni repubblicane.

Nessuna proposta chiara, dunque, probabilmente per cercare di tenere tutto e tutti dentro (Conte è passato continuamente dal dire «il mio movimento» al dire «il vostro movimento»). Ma per oggi al leader del M5s non ancora insignito del ruolo, all’ex primo ministro con la pochette, all’uomo che ha inventato il trasformismo del XXI secolo, è bastato un discorso all’acqua di rose. Ma nemmeno, proprio acqua fresca.