Declino demograficoPerché pochi bambini vanno all’asilo nido (non solo perché ci sono pochi posti)

Siamo tra i paesi con la più bassa percentuale di iscritti alle strutture per l’infanzia e per conseguenza tra quelli in cui la natalità è calata di più. Se a questo aggiungiamo il basso tasso d’occupazione delle donne tra i 30 e i 34 anni, quelle con la maggiore probabilità di essere madri, si capisce perché facciamo pochi figli

unsplash

Le polemiche sulle chiusure delle scuole per contrastare la diffusione del Covid hanno toccato il picco massimo quando è stato deciso di chiudere, oltre che le scuole medie e superiori, anche le elementari, le scuole materne e persino gli asili nido in concomitanza del passaggio in zona rossa di molte regioni alcune settimane fa.

Il confronto con la Francia è balzato agli occhi di tutti: Oltralpe si è deciso già dall’autunno scorso di spendere il “tesoretto” di contagi che ci si poteva permettere tutto nell’ambito dell’istruzione, senza riaprire bar e ristoranti neanche nei momenti di calo dei casi positivi, come è stato fatto invece in Italia, dove si tornava in zona gialla sapendo che questo avrebbe portato a una nuova ondata.

Non a caso in Francia la terza ondata è cominciata dopo, e le scuole sono state chiuse solo successivamente rispetto al nostro Paese. E come in economia si può capire molto di un Paese dal modo in cui spende i tesoretti derivanti da qualche avanzo di bilancio, allo stesso modo lo si può fare in questa pandemia osservando l’utilizzo di quest’altra tipologia di “tesoretto”.

E non a caso l’Italia appare tra i Paesi che più sono rimasti fermi negli anni. E lo si nota da un indicatore che più di altri appare eloquente, quello relativo alla cura dei figli più piccoli, quelli di meno di tre anni. Se è ormai costume consolidato mandare quelli di età successiva alla scuola materna e poi ovviamente a quella dell’obbligo, per questi bambini vi è ancora in tutta Europa un ampio ricorso ai nonni o alle baby-sitter o alla cura delle madri che non lavorano.

E l’Italia si distingue soprattutto perché nel corso degli anni mentre altrove mediamente è cresciuta la percentuale di coloro che affidavano i figli agli asili nido, nel nostro Paese come in tanti altri campi poco è cambiato.

Tra il 2005 e il 2019 in Germania, che è pur sempre stata piuttosto conservatrice in questo ambito, i bambini al nido sono quasi raddoppiati, passando dal 16% al 31,3%, in Spagna sono balzati dal 37% al 57,4%, nei Paesi Bassi, dove questa percentuale è sempre stata tra le maggiori in Europa, si è passati dal 40% al 64,8%, in Francia dal 32% al 50,8%. In Italia invece dal 25% al 26,3%.

Se negli anni 2000 si poteva dire che il nostro Paese era nella media europea, ora è decisamente al di sotto. Anche considerando i cambiamenti che ci sono stati a Est, dove pure il ruolo della famiglia rimane preponderante. Così mentre altrove la proporzione di bambini che a quest’età rimangono a casa con i genitori (quasi sempre le madri in realtà) cala, in Italia rimane stabile e superiore al 50%: 15 anni fa era pari a quella francese, oggi ci sono 15 punti a differenziarci.

Fonte: Eurostat

L’Italia si distingue anche da altri Paesi mediterranei come Spagna, Portogallo o Grecia, dove nel tempo la percentuale di figli all’asilo nido è comunque cresciuta, nonostante la crisi, nonostante la struttura economica e sociale simile alla nostra. Come spesso capita le linee dei grafici che ci riguardano tornano alla fine all’incirca allo stesso punto mentre, per altri Paesi hanno un andamento più netto e deciso, soprattutto se si esaminano variazioni di molti anni.

Fonte: Eurostat

Danimarca e Svezia hanno avuto, dal punto di vista delle variazioni di tali indicatori, un andamento simile o anche più in controtendenza dell’Italia rispetto al resto d’Europa, ma parliamo di Paesi in cui in realtà più del 50%, e nel caso danese più del 60%, dei più piccoli va all’asilo nido.

E non sembra un caso se proprio quei Paesi in cui non vi sono stati veri cambiamenti in 14 anni da questo punto di vista sono gli stessi in cui il tasso d’occupazione delle donne tra i 30 e i 34 anni, quelle con la maggiore probabilità di essere madri di bambini con meno di 3 anni, è sceso maggiormente. E l’Italia è tra questi.

Fonte: Eurostat

Chiaramente, come spesso accade, non si tratta di una relazione univoca: possiamo dire che molte famiglie non mandano all’asilo i figli perché c’è una madre casalinga che se ne prende cura, ma possiamo anche affermare che le istituzioni pubbliche sono portate a prestare meno attenzione al tema della costruzione di asili nido, o a facilitazioni economiche per poterli pagare, se i nuclei familiari che ne avrebbero reale necessità, perché composti da genitori lavoratori, rimangono relativamente pochi. È la solita storia, la domanda crea l’offerta, ma capita anche che sia l’offerta a creare la domanda.

Questo ragionamento sembra applicarsi anche a un altro fattore, quello della fertilità, ovvero del numero di figli per donna fertile. Anche in questo caso si nota come con l’Italia, con la solita eccezione di Svezia e Damimarca, sia tra i Paesi in cui contemporaneamente vi è stata minore crescita della percentuale di bambini affidati agli asili nido e in cui nascono meno bambini.

Da un lato l’assenza di servizi adeguati non invoglia le famiglie ad avere figli, soprattutto non li invoglia ad avere il secondo e il terzo, dall’altro una classe politica fortemente basata sul consenso immediato non ha interesse nell’ascoltare un segmento di elettorato in fondo sempre più piccolo, quello dei genitori di bambini piccoli con due lavori, se le limitate risorse consentono di accontentare solo poche istanze. E tra queste certamente vi sono quelle della popolazione più anziana, che invece è in crescita.

Le limitate risorse, appunto, che sono un ulteriore fattore alla base di tali numeri, oltre all’occupazione femminile e alle sempre meno nascite. Vi sono anche altri Paesi con tassi di fertilità più bassi, ma hanno, dalla Polonia all’Ungheria, alla Spagna, potuto godere di una crescita maggiore, sia del Pil sia di occupazione, che ha portato all’esigenza di più posti negli asili e maggiori investimenti in tal senso da parte del settore pubblico.

Fonte: Eurostat

Solo negli ultimi anni è entrato nel dibattito pubblico il tema della natalità e di un sostegno alle famiglie che assomigli anche solo lontanamente a quello presente in gran parte degli altri Paesi d’Europa. E così ci si è messi a parlare e legiferare di assegno unico, di congedo parentale obbligatorio per i padri, di aumento della spesa in questo ambito.

La sensazione è che ci si sia accorti del problemi e si sia agito come con la pandemia e in mille altri casi. Ovvero intervenendo solo quando l’allarme ha raggiunto livelli emergenziali. Tardi. Speriamo non troppo.

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