Il Recovery verdeCingolani spiega i numeri e i progetti della transizione ecologica

Il ministro dice a Repubblica che servirà però anche la «transizione burocratica» e per questo ha già presentato a Draghi un decreto di semplificazione delle norme. Altrimenti, di questo passo, per ridurre del 55% le emissioni «ci metteremo 100 anni, altro che 2030. Oggi in Italia alcune autorizzazioni richiedono 1.000-1.200 giorni, quasi tre anni. Una durata incompatibile con il Pnrr»

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

«Il nome Recovery Plan dà l’idea che stiamo mettendo una toppa a qualcosa che è andato storto. Preferisco Next Generation Eu e vorrei che agli italiani arrivasse un altro tipo di messaggio: questo è un progetto più ambizioso della semplice ripresa post pandemia, vuole impostare il futuro del Paese per le generazioni a venire».

Dopo settimane di silenzio, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani racconta a Repubblica in cosa consisterà la «rivoluzione verde» indicata nel documento: stop al carbone il prima possibile, boom di energia prodotta da rinnovabili nei prossimi dieci anni fino a oltre il 70% del fabbisogno nazionale di elettricità, sì al gas naturale come misura tampone fino alla totale autonomia dai combustibili fossili, no ai termovalorizzatori per il trattamento dei rifiuti, nì alla cattura e allo stoccaggio della CO2 negli ex giacimenti petroliferi sottomarini. Con all’orizzonte una economia basata sull’idrogeno.

Ma per realizzare la transizione ecologica, ribadisce, servirà anche quella burocratica. Cingolani ha già presentato al presidente del Consiglio Mario Draghi la bozza del suo decreto contro la «burocrazia verde», con tempi più veloci per la Valutazione di impatto ambientale, per le rinnovabili e il superbonus, ma anche con più personale per il dissesto idrogeologico e il passaggio dei Forestali sotto il suo ministero.

La Missione 2, Rivoluzione verde e transizione ecologica, avrà il budget più alto di tutto il Pnrr, circa 59 miliardi di euro. Ma per far fruttare quei soldi, secondo i tempi previsti dal Pnrr, serviranno nuove regole. Cingolani a Repubblica spiega come saranno investiti: «Circa 5 miliardi saranno dedicati ad agricoltura ed economia circolare, 15 alla tutela dei territori e delle risorse idriche, 15 all’efficienza energetica degli edifici e quasi 24 alla transizione energetica e alla mobilità sostenibile».

L’obiettivo, anche seguendo l’impegno dell’Ue di voler ridurre del 55% le emissioni di anidride carbonica entro il 2030, è di installare «65-70 gigawatt di energie rinnovabili entro i prossimi dieci anni (oggi sono circa 54 gigawatt, ndr). Nel 2030 il 70-72% dell’elettricità dovrà essere cioè prodotta prevalentemente da centrali eoliche o fotovoltaiche». Il ministro spiega che «l’attuazione va ancora fatta, ma è prevedibile che ci saranno incentivi per le rinnovabili più sperimentali, come l’eolico offshore o il fotovoltaico per l’agricoltura. Poi ci sarà il grande capitolo della semplificazione per sbloccare le gare già avviate per nuovi impianti di fonti rinnovabili, ma a cui nessuno partecipa».

Il restante 28% dell’elettricità, invece, «lo produrremo con gas naturale», che è un combustibile fossile però. «Sì, ma nella combustione emette molta meno CO2 rispetto al carbone, che è il nostro nemico numero uno», spiega il ministro. «Il gas, inoltre, darà stabilità alla rete elettrica: un sistema basato su eolico e solare è per definizione discontinuo perché dipende dal vento e dal sole. Se non ci sono non c’è energia. In quei casi potrà essere usato il gas per soddisfare il fabbisogno di energia».

Ma ci sarà anche l’idrogeno, anche se con tempi più lunghi. Francia e Germania hanno varato piani di ricerca da quasi 10 miliardi di euro. Cingolani spiega: «Non possiamo perdere il treno dell’idrogeno, e infatti destineremo 3,4 miliardi del Pnrr a questo settore. Ma la verità è che non siamo pronti: se degli extraterrestri sbarcassero sulla Terra con tutto l’idrogeno dell’Universo, noi sapremmo cosa farcene, non sapremmo come stoccarlo, come trasportarlo, come utilizzarlo. E comunque per produrre idrogeno, cioè per estrarlo dall’acqua, ci vuole energia: sarebbe paradossale usare i combustibili fossili per fare l’idrogeno. Anche per questo è cruciale accelerare sulle fonti rinnovabili: quando supereremo la soglia del 70% potremo usarle anche per fare idrogeno». Quindi «per alcune attività particolarmente energivore, penso alle acciaierie o ai cementifici, abbiamo immaginato un percorso più rapido. Gli altiforni per esempio, anziché essere alimentati a carbone, potrebbero essere elettrificati. In una prima fase l’elettricità necessaria potrebbe essere prodotta con il gas e poi con l’idrogeno. Ma perché l’idrogeno diventi un vettore energetico diffuso nella società ci vorranno tempi più lunghi. Succederà quando saremo diventati molto bravi a produrre energia da fonti rinnovabili».

C’è poi il capitolo rifiuti: nel documento presentato dal governo non si fa accenno ai termovalorizzatori. «La Commissione europea non li vuole e nel Pnrr sono stati scoraggiati», assicura il ministro. «Tuttavia se le iniziative di economia circolare non dovessero funzionare in alcuni casi specifici una riflessione si potrà fare».

Per ridurre l’impatto dell’agricoltura sul clima, «tra i 6 e i 7 gigawatt di energia rinnovabile installati saranno destinati proprio a rendere l’agricoltura autonoma e sostenibile dal punto di vista energetico», con «incentivi per sostituite i trattori diesel con trattori a gas». Mentre sulla mobilità urbana, «scommettiamo sull’aumento delle rinnovabili. Perché quando il 72% dell’elettricità sarà prodotta con zero emissioni allora avrà senso rendere di uso comune la mobilità elettrica. Che senso ha guidare un’auto elettrica se per ricaricarla si bruciano petrolio o carbone? Nel frattempo si dovrà lavorare per non farsi trovare impreparati, per esempio installando migliaia di colonnine di ricarica. Ma dovremo anche intervenire sul trasporto pubblico per renderlo più sostenibile, ne ho parlato a lungo con il ministro Giovannini. Ci sono migliaia di autobus obsoleti che inquinano in modo inaccettabile: abbiamo previsto un incentivo per la loro sostituzione con macchine più moderne e pulite».

Un terreno di scontro con gli ambientalisti però sarà certamente la cattura della CO2 e il suo stoccaggio in ex giacimenti sottomarini. «Persino il presidente americano Biden la sta rilanciando in questi giorni», spiega Cingolani. «E che anche in Nord Europa si sta facendo una riflessione su questa tecnica. Ci tengo però a precisare che nel Pnrr non ci sono i singoli progetti, con nomi e cognomi: i fondi europei andranno a gara e ci sarà qualcuno che deciderà quali progetti finanziare».

E chi sarà a decidere? «La governance che deve ancora essere definita. Ci sarà comunque una entità che supervisionerà l’implementazione di ogni singolo progetto. Alcuni di questi fondi saranno gestiti dal governo insieme con le Regioni o con i Comuni. Altri saranno messi a bando. Dipenderà dai casi: se c’è una riconversione tipo Ilva ci vorrà un accordo tra le parti interessate, se si dovranno comprare 100 autobus a idrogeno si farà una gara».

Ma per realizzare la transizione ecologica servirà anche una «transizione burocratica», ha già spiegato il ministro. L’esempio che fa è sulle rinnovabili, dove sarà cruciale accelerare: «Prendiamo la situazione attuale: già oggi in Italia programmiamo di installare 6 gigawatt l’anno e, a causa del lungo iter autorizzativo, alla fine ne installiamo davvero 0,8. Di questo passo per arrivare ai 70 gigawatt necessari a ridurre del 55% le emissioni ci metteremo 100 anni, altro che 2030. Ecco perché serve prima di tutto una transizione burocratica. Oggi in Italia alcune autorizzazioni richiedono 1.000-1.200 giorni, quasi tre anni. Una durata incompatibile con il Pnrr, che sarà in vigore per cinque anni».

Attenzione, però – precisa – «nessuno vuole trovare scorciatoie, però i tempi devono essere certi. Ci sono altre nazioni che le cose le fanno bene e rapidamente. Si può far danno al Paese e all’erario non solo facendo male, ma anche perdendo tempo. Inoltre, se in Spagna si presentano centinaia di aziende nelle gare per le rinnovabili e da noi pochissime, scoraggiate dalla burocrazia, significa che loro possono scegliere i migliori, noi dobbiamo accontentarci di chi c’è».

Ma – conclude – non bisogna immaginare la transizione ecologica «come se fosse digitale: zero o uno, acceso o spento. Sarà una evoluzione graduale, che richiederà decenni».

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