Mestieri da robot Perché con l’automazione e l’IA il manager rischia più dell’operaio

L’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo in molti posti di lavoro a bassa qualifica, ma contemporaneamente ne creerà molti altri. I dirigenti intermedi invece potrebbero essere più colpiti, perché verranno ricollocati con più fatica e dovranno ripensare alla loro posizione nel mercato

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Non è il primo avvertimento: i robot potrebbero svolgere il tuo lavoro. Non è detto che lo faranno – per ora, l’evidenza al riguardo è decisamente ambigua. Ma se ti stai chiedendo se in futuro saranno in grado di farlo, a prescindere da quale lavoro svolgi, la risposta è: probabilmente sì.

È stato a lungo ipotizzato che l’automazione avrebbe penalizzato i lavori dei “colletti blu”, cioè quelli a basso salario e bassa istruzione fatti di compiti ripetitivi. In effetti, l’intelligenza artificiale potrebbe inghiottire una tonnellata di posti di lavoro a bassa qualifica, ma contemporaneamente produrne molti di più.

Vari studi – come questo e questo, per avere un’idea di cosa accade in Europa – dimostrano che l’automazione ha sì rimpiazzato alcuni impieghi (ad esempio nel settore manifatturiero), ma ne ha creati altri (ad esempio nel settore dei servizi), riassorbendo la forza lavoro e aumentando nettamente l’occupazione.

Sono i manager – e non i lavoratori di livello inferiore – le “vittime” insospettabili dell’IA, cioè coloro che verranno ricollocati con più fatica. Lo spiega una nuova ricerca della University of Pennsylvania Wharton School.

Lynn Wu, docente alla Wharton School, ha spiegato a Linkiesta che «il mito per cui i lavoratori poco qualificati saranno sostituiti dalle macchine è falso. L’automazione aumenta i posti di lavoro sia per il personale poco qualificato che per quello altamente qualificato, cioè coloro in grado di padroneggiare la tecnologia. Sono i lavoratori nel mezzo che diminuiscono drasticamente».

Poiché la composizione del lavoro cambia, anche quella dei dirigenti si trasforma. Secondo lo studio, i grandi sconfitti dell’automazione sono i manager intermedi: siccome i robot hanno bisogno di supervisione, un intero livello di gestione diventa superfluo.

«Da un punto di vista quantitativo, la prospettiva sembra abbastanza rosea», chiarisce Wu. «Con l’automazione, l’occupazione non è diminuita – anzi, è aumentata, così come la produttività». Il problema è che «la scala della carriera è rotta ai piani medi. Ci troveremo con masse di lavoratori poco qualificati oppure con competenze altissime. Dove andranno tutti gli altri?».

Per chi si trova nel limbo, non esiste più un modo semplice di avanzare di livello. Alcuni riusciranno ad “aggiornarsi”, con una buona dose di intuizione e di investimento economico – ad esempio, ottenendo una laurea rilevante o formandosi in data science. Per gli altri, la maggioranza, il rischio è «scendere al piano inferiore della scala, rimanendo intrappolati in lavori a salario minimo».

Questa polarizzazione si applica anche alle carriere tradizionalmente più remunerative, come quelle in finanza, medicina e legge. Alcune IA sono già in grado di superare gli esseri umani in questi ambiti – ad esempio, battendo i chirurghi in precisione, gli analisti finanziari nelle raccomandazioni e gli avvocati in accuratezza.

Anche in questi settori, finora considerati sicuri, «ci saranno i vincitori, coloro che sanno usare la tecnologia davvero bene e cattureranno la maggior parte dei benefici dall’automazione. E gli altri, che non saranno in grado di tenere il passo e guadagneranno meno di prima».

Questo cambiamento è singolare. I laureati, o coloro con una formazione specializzata, una volta si sentivano relativamente esenti dal rischio di automazione. Non è così – anzi, potrebbero essere quelli meno al sicuro. Secondo un report di Brookings, «chi ha una laurea triennale è esposto all’IA cinque volte di più di chi ha il diploma di scuola superiore».

Questo perché il computer è un bersaglio mobile, in grado di compiere attività complesse. «La macchina», spiega il report, «è particolarmente brava a completare compiti che richiedono pianificazione, ragionamento, risoluzione dei problemi – la maggior parte delle quali sono abilità richieste ai colletti bianchi».

C’è anche chi immagina un ruolo manageriale per i robot. Tra questi spicca Pavel Cherkashin, venture capitalist russo, noto per aver provato a convertire una chiesa californiana in un palazzo tech. «In primo luogo, un CEO deve fare le giuste domande e ragionare razionalmente. Poi gli serve l’intuito commerciale. La buona notizia (per i robot, non per gli umani) è che anche l’intuizione è un programma. È solo uno più complesso, che non è ancora stato sviluppato a pieno».

Consideriamo “Manna”, un software fittizio installato in un fast-food americano. Al contrario delle aspettative, Manna non ha rimpiazzato i cuochi, e nemmeno i camerieri o gli addetti alle pulizie. Il robot ha sostituito i manager, dando cortesi indicazioni ai dipendenti via auricolari, aumentando la loro produttività e salutandoli a fine giornata con un «grazie per il tuo impegno». Questa storia non è reale, ma è realistica.

Un altro esempio arriva dall’Institute for Future, una no-profit della Silicon Valley. Degli esperti hanno creato un software – rinominato “iCEO” – che ha supervisionato la produzione di un report di 124 pagine per un cliente prestigioso. La sola ricerca per un tale documento richiederebbe diverse settimane; con iCEO è stata terminata in tre giorni.

Eppure, spiega Wu, non bisogna allarmarsi. «L’IA è ancora stupida in molti modi». Il coaching, per esempio, è un’abilità manageriale in cui gli umani battono la macchina.

Per questo, più che preoccuparci di essere sostituiti dal computer, dobbiamo capire come affiancarlo. A chi tocca questo compito? Secondo Wu, proprio come nelle trasformazioni passate, «bastano in realtà poche persone, ma davvero lungimiranti, che comprendano quali sono le nuove competenze necessarie e lo dicano a tutti».

Se vogliamo aggiustare la scala della carriera, salvando chi sta nel mezzo, c’è da ripensare un’intera catena di lavoro. E bisogna farlo in fretta. Il McKinsey Global Institute ha stimato che, rispetto alla rivoluzione industriale del XIX secolo, l’impatto dell’IA sta avvenendo dieci volte più velocemente e su una scala trecento volte maggiore.

«Sono convinta che la maggior parte di noi starà bene e avrà un lavoro», conclude Wu. Ma per esserne sicuri dobbiamo chiederci: «come posso massimizzare le mie competenze e assicurarmi di essere, effettivamente, il vincitore di questa trasformazione?».