Player empowermentLa nuova moda dei podcast degli atleti non è ancora arrivata in Italia

Parlando liberamente, lontani dalla formalità delle conferenze stampa e delle classiche interviste, i campioni di ogni disciplina si raccontano senza filtri. È un fenomeno in crescita soprattutto negli Stati Uniti, dove ci sono cultura, mercato e investimenti a supporto. Per ora in Europa non c’è granché, ma qualcosa si sta muovendo

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Il mondo dello sport e i suoi protagonisti stanno uscendo dal perimetro del campo, del ring, dei palazzetti, più di quanto non facessero già in passato. È cambiato il modo in cui gli atleti si raccontano ai tifosi, al pubblico, ai loro follower. Lo abbiamo visto con le proteste dopo l’omicidio di George Floyd, lo abbiamo visto con i ripetuti endorsement politici o con l’attivismo di campioni come Marcus Rashford e Naomi Osaka.

Per decenni gli sportivi che avevano una storia da raccontare o sentivano il bisogno di fare un commento sull’attualità di solito intervenivano in radio o in un programma televisivo, o magari scrivevano un libro. Oggi hanno la possibilità di condividere le loro opinioni in altro modo, anche in tempo reale, e con un contenuto non filtrato dai media.

Vale anche per gli ex giocatori, che sanno di avere un bagaglio infinito di ricordi – storie, memorie, retroscena – che i fan adorano.

I social media hanno un ruolo determinante nel cambiare le regole del gioco: sono uno dei più potenti strumenti di disintermediazione per gli atleti – ma anche per le star del cinema, della musica, dell’arte – che così possono creare un filo diretto con il loro seguito. Ma non sono l’unico mezzo che sta cambiando la comunicazione sportiva.

I podcast condotti dagli atleti sono diventati la nuova frontiera del player empowerment: negli ultimi anni ne sono nati moltissimi, con format di ogni tipo, e i protagonisti dello sport li usano per dimostrare di poter essere qualcosa di più di semplici pedine che si muovono su un campo, la cui vita si esaurisce al novantesimo minuto, al traguardo o al suono del gong.

Nei loro podcast gli atleti che ammiriamo ogni weekend e che seguiamo ogni giorno si espongono, senza filtri, distanti dalla monotonia delle risposte delle conferenze stampa, magari intervistandosi l’un l’altro. E non sono costretti a parlare solo del rinnovo del contratto o della decisione dell’arbitro che fa il protagonista e favorisce l’avversario di turno.

Ma non sono nemmeno obbligati a impegnarsi in discorsi politici o d’attualità: possono anche usare quello spazio per raccontarsi in modo diverso da come li dipingono le colonne dei giornali – siano essi di carta o digitali.

Lo scorso dicembre, durante il precampionato della stagione Nba, il playmaker dei Brooklyn Nets Kyrie Irving aveva deciso di disertare il consueto media day – l’incontro con i giornalisti, che in teoria sarebbe tra i doveri contrattuali dei giocatori – preferendo far parlare un comunicato stampa scritto dal suo entourage. «Così non posso essere frainteso», aveva fatto sapere.

Ma questo non significa che in un altro contesto non fosse disposto a parlare: poche settimane prima si era lasciato intervistare per un’ora proprio durante un podcast. A condurre l’intervista era il nuovo compagno di squadra Kevin Durant, che lo ha invitato al suo “Etc Podcast”.

Irving ha parlato a ruota libera della sua adolescenza, delle sfide epiche sui parquet dei tornei liceali, dell’influenza di Kobe Bryant sul suo stile di gioco e sulla sua vita. Ne parlava come se fosse rilassato sul divano di casa di un amico. E, in fondo, il tono della conversazione voleva essere proprio quello.

Al momento, gli atleti podcaster sono soprattutto statunitensi. In Europa non c’è ancora granché, in Italia quasi nulla.

«Negli Stati Uniti il mercato dei podcast in generale ha raggiunto uno status, una tradizione e un’immagine ben consolidati, infatti molti personaggi famosi hanno il loro programma, non solo tra gli atleti», dice a Linkiesta Fabio Ragazzo, Original Content Sr. Manager di Audible. «È anche un discorso di investimenti, nella produzione, nella scrittura e nel lavoro che c’è dietro ogni puntata. In Europa ancora no, è un settore in crescita ma siamo ancora in una fase embrionale».

In Italia il mercato dei podcast è in espansione da anni e dal 2016 a oggi gli ascoltatori sono sempre aumentati: nel 2020 sono stati quasi 14 milioni, il 15 per cento in più rispetto al 2019. Ma negli Stati Uniti c’è già una galassia di autori, produttori e piattaforme che muove un’economia da un miliardo di dollari.

«Se uniamo le tendenze di mercato con la passione per lo sport in Italia, soprattutto il calcio, è anche un po’ strano che non ci siano podcast condotti da atleti: la mia previsione è che cresceranno moltissimo nei prossimi anni», dice Fabio Ragazzo.

«Ma prima», aggiunge, «bisogna instaurare una cultura di settore. Penso anche all’assenza di podcast delle società sportive: un format molto popolare nel mondo anglosassone, che le squadre usano per creare contenuti diversi e raggiungere i tifosi in altro modo. Qui ancora non si fa, l’unica grande squadra che sta arrivando a questo e che ha iniziato da poco è l’Inter. E probabilmente nei prossimi anni ne arriveranno di più».

Un podcast di successo condotto da un atleta professionista europeo è il “Peter Crouch Podcast”, in cui l’ex attaccante della Nazionale inglese – ritiratosi quando lo show era alla sua seconda stagione – parla un po’ di tutto, dagli aneddoti di spogliatoio ai trasferimenti, dal rapporto con i manager alle confessioni calcistiche e ad altri dettagli del gioco moderno. E ha vinto anche il British Podcast Awards nel 2019: il riconoscimento quanto meno certifica che c’è margine per replicare quello che già avviene sull’altra sponda dell’Atlantico.

In Italia (e in italiano) ancora non ci sono progetti di questo tipo, non così strutturati almeno. Ci aveva provato il giocatore Nba Nicolò Melli la scorsa estate quand’era nella bolla di Orlando per la ripresa dello sport dopo il primo lockdown: si è fermato dopo cinque episodi, con interviste ai protagonisti del basket italiano. Peccato sia durato poco.

A sfondare il soffitto di cristallo ci sta provando Audible. Il prossimo luglio, quando inizieranno le Olimpiadi di Tokyo, uscirà “Mindset da campioni”, un nuovo podcast con l’ex cestista argento olimpico Matteo Soragna – oggi commentatore di Sky Sport Nba – nelle vesti di conduttore.

Soragna intervista dieci atleti di dieci discipline diverse, da Gigi Datome a Giorgio Chiellini, da Tania Cagnotto a Sofia Goggia. «Abbiamo provato a creare qualcosa di diverso dalla solita intervista da giornalista a sportivo», dice Fabio Ragazzo di Audible. «Parlando tra colleghi, o quasi, questi campioni si sono aperti, hanno parlato liberamente. È venuto fuori un lato di questi atleti che di solito non vediamo o non conosciamo, che nelle interviste classiche solitamente non emerge». E suona molto simile a quel che era successo qualche mese fa con Kyrie Irving e Kevin Durant dalle parti di Brooklyn.

Un esempio atipico sarebbe “BoboTv”, il salotto virtuale in diretta streaming via Twitch in cui Christian Vieri, Antonio Cassano, Lele Adani e Nicola Ventola – tutti ex calciatori di Serie A – condividono lo schermo, spesso anche con un ospite esterno. Non è un vero e proprio podcast, ovviamente, ma è la controprova che anche qui può attecchire un contenuto di questo tipo.

«La nostra forza è che parliamo di calcio meglio di chi lo fa di solito in altre trasmissioni», ha detto Cassano scherzando – ma non troppo – mentre con i suoi compagni intervistava l’allenatore del Sassuolo Roberto De Zerbi (il virgolettato potrebbe essere stato edulcorato).

In quella frase l’ex attaccante di Roma e Real Madrid racchiude tutto il valore aggiunto di un prodotto del genere: è svincolato dalle formalità e dalla distanza con l’interlocutore, esce dagli schemi prestabiliti delle solite interviste, non ha uno standard a cui adeguarsi.

«Non sorprende che gli atleti di quest’epoca abbiano preso il podcasting sul serio e producano alcuni dei contenuti più ricchi e vivaci del mercato», ha scritto il New Yorker pochi giorni fa, introducendo alcuni esempi di podcast di successo condotti dagli atleti: dallo stravagante “All the Smoke” degli ex Nba Matt Barnes e Stephen Jackson all’imperdibile “Hotboxin” di Mike Tyson, fino al più serioso “Nfl Legends” di Aeneas Williams.

Poi c’è “The Old Man & the Three” della guardia dei Dallas Mavericks J. J. Redick: la prova più evidente della differenza tra l’ideale dell’atleta statunitense e quello europeo, un gap che va oltre i numeri del mercato. Il veterano Nba è stato uno dei pionieri nel settore, portando nel suo podcast contenuti non necessariamente sportivi: nel suo programma non c’è solo il campo, il gesto tecnico, la comprensione del gioco.

Non a caso, tra gli ospiti più interessanti ci sono stati Stacey Abrams, Bob Iger e Matthew McConaughey. Ma anche nell’intervista alla coppia di atlete Megan Rapinoe e Sue Bird – rispettivamente capitana della Nazionale di calcio femminile degli Stati Uniti e stella del basket femminile – gli argomenti di discussione riguardavano il gender pay gap, l’importanza di usare la propria visibilità per «fare davvero la differenza», l’attivismo politico (peraltro in una puntata che si era aperta con una conversazione surreale su quali fossero i cereali migliori da mangiare nel latte la mattina).

“The Old Man & the Three” è l’esempio perfetto di un programma condotto da un atleta che non è obbligato ad appiattire i contenuti; la dimostrazione che si può andare oltre il «zitto e pensa a giocare». E forse è questo quel che più manca per far arrivare anche in Italia e in Europa podcast di questo tipo.

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