I duellantiI quattro possibili scenari del complicato rapporto tra Stati Uniti e Cina

Quella che è stata definita la Nuova Guerra Fredda, ha diverse epiloghi alternativi: un devastante conflitto mondiale, un accordo di spartizione tra i due Stati, l’America obbligata a rinunciare a una parte della sua influenza sul resto del mondo o il collasso del regime e della Repubblica Popolare cinese. Tutte le opzioni avranno però delle importanti conseguenze per il resto del mondo

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Che si voglia chiamarlo Nuova Guerra Fredda o in qualunque altra maniera, ciò che risulta evidente è il confronto/scontro tra Cina e Stati Uniti per l’egemonia mondiale, fattore destinato a segnare il destino delle relazioni internazionali nei prossimi decenni. Nonostante il low profile adottato a partire dalla morte di Mao fino all’ascesa al potere di Xi, ai più attenti osservatori fu immediatamente chiaro che l’obiettivo di Pechino era, in modo sempre più inequivocabile, quello di conquistare una posizione di primo piano nel gioco tra le potenze mondiali.

L’ambizione, d’altra parte, risulta comprensibile per vari motivi. Innanzitutto stiamo parlando del Paese più popoloso nell’intero globo terracqueo. In secondo luogo, la narrativa praticata dal Partito Comunista Cinese ha sempre ricordato, enfatizzandola, l’umiliazione cui i cinesi sono stati sottoposti nei secoli precedenti dalle potenze europee e dal Giappone e la voglia di riscatto ne consegue naturalmente.

Infine, non è un caso che la tradizione imperiale delle varie dinastie nel corso dei secoli abbia sempre definito il Paese come “Regno di Mezzo”, intendendo che il resto del mondo costituisse solamente un accessorio allo splendore ed al potere delle varie dinastie. Quest’ultimo concetto è stato “modestamente” riaffermato anche da Xi Jinping quando ha dichiarato che l’obiettivo della Cina fosse di muoversi in modo da poter essere «più vicina al centro della scena mondiale».

La realtà, però, vuole che chi sta oggi al «centro della scena mondiale» siano gli Stati Uniti in quanto rappresentano la più grande potenza sia in termini economici sia militari e che gli stessi non sembrino affatto disponibili ad abdicare pacificamente da questa loro posizione dominante.

La domanda che nasce allora spontanea è: cosa succederà nell’immediato futuro e come sarà lo sviluppo delle relazioni tra questi due Paesi e con quali conseguenze per tutto il resto del mondo?

Gli scenari possibili non sono molti e potrebbero essere riassunti in almeno quattro soluzioni alternative:

  • Un devastante conflitto mondiale
  • Un accordo di spartizione tra Stati Uniti e Cina
  • Gli Stati Uniti obbligati a rinunciare a una parte della loro influenza sul resto del mondo
  • Il collasso del regime e quindi della Repubblica Popolare

È evidente che la prospettiva peggiore in assoluto è proprio quella di un nuovo conflitto mondiale che, viste le armi oggi disponibili, potrebbe facilmente degenerare in uno scontro atomico con le conseguenze che possiamo immaginare. Un conflitto potrebbe magari iniziare (e per qualche anno limitarsi) con uno scontro indiretto e cioè tramite guerre locali appaltate a forze ed eserciti di altri Paesi in aree considerate strategiche da entrambi. Conflitti di questo genere, lo vediamo in Siria, Ucraina e Libia ad esempio, potrebbero anche durare anni, congelando per un certo tempo il confronto diretto tra le due capitali. Ciò fino a che una delle due lo giudicasse sufficiente per la propria immagine.

Un tale scenario implicherebbe l’aumento dell’instabilità generale ma potrebbe anche allargarsi ad aree più limitrofe diventando poi uno scontro diretto. Considerata l’attuale forza militare tradizionale dei due Paesi, il possibile vincitore sembrerebbero essere gli Stati Uniti ma le moderne tecnologie, la loro vulnerabilità e il ricorso a metodi di guerra ibrida da parte di uno dei due potrebbe convincere l’altro, o entrambi, all’uso delle atomiche.

La seconda ipotesi, quella secondo la quale Washington possa decidere di cedere volontariamente a Pechino una parte delle proprie zone di influenza, sembra piuttosto improbabile. Quali potrebbero essere queste aeree? Il sud-est asiatico? La Corea o il Giappone? O addirittura Taiwan? Quali sarebbero le conseguenze sulla credibilità degli americani se abbandonassero così degli alleati che costituivano anche il loro punto di forza a contenimento proprio della Cina? E cosa garantisce che i cinesi si accontenteranno?

Di certo, una soluzione di questo genere porterebbe a un possibile calo della tensione sul breve e forse sul medio termine ma è facile immaginare che duri solo il tempo che a Pechino servirebbe per adeguare le sue forze e la sua tecnologia in maniera sufficiente per affrontare poi gli Stati Uniti da una posizione di maggior parità.

La terza ipotesi è che si arrivi a una spartizione di fatto, non concordata, della rispettiva influenza su altre aree del mondo. Si ripeterebbe, in questo caso lo scenario che, dopo la seconda guerra mondiale e per circa cinquant’anni, ha visto contrapporsi Stati Uniti e Unione Sovietica. Il mondo sarebbe allora ancora diviso in due blocchi con, probabilmente, qualche sparuto gruppo di “non allineati”. La parola d’ordine lanciata dall’amministrazione Biden che vede nel confronto con la Cina uno scontro tra le democrazie liberali portatrici della difesa dei diritti umani e i sistemi autocratici/dittatoriali sembrerebbe ipotizzare esattamente questa soluzione.

È tuttavia evidente che, qualora si proseguisse su questa strada, l’Europa dovrà rinunciare a giocare con entrambi i contendenti e dovrà, al contrario, optare decisamente ed in modo univoco a favore dell’alleato occidentale. Con l’aggravante (o il beneficio) di non essere più nemmeno centrale nel confronto tra i due, essendosi il baricentro spostato sul Pacifico.

Questa possibilità, vista da molti come la più probabile, vedrebbe comunque il nostro continente totalmente marginalizzato nelle grandi decisioni mondiali, a meno che, finalmente, politici più lungimiranti degli attuali trovino il coraggio di procedere speditamente alla realizzazione di una vera e profonda integrazione tra gli Stati europei. Una Europa univoca e compatta nella sua politica estera potrebbe avere voce in capitolo su ogni questione importante e non sarebbe costretta a un puro ruolo di “ancella” come troppo spesso è capitato.

L’ultima ipotesi, quella che molti negli Stati Uniti auspicano senza pronunciarla apertamente è il collasso del regime comunista. Apparentemente e secondo i suoi fautori si tratterebbe della soluzione migliore poiché la scomparsa del potere del Partito Comunista in Cina aprirebbe la possibilità di vedere nascere in Cina una liberal democrazia, di fatto tributaria all’egemonia statunitense.

Purtroppo per chi vi conta, non è affatto detto che l’indebolimento e la caduta del Partito Comunista Cinese costituisca, a breve, l’ipotesi ottimale. È pur vero che la Cina soffre di debolezze interne enormi legate da un lato alla fragilità e alla debolezza del suo sistema creditizio interno ed esterno, alla crescente bolla del debito pubblico e privato e a una possibile catastrofe sociale e demografica, ma immaginare che i gerarchi del Partito Comunista possano accettare di rimettere il loro potere senza reagire è alquanto improbabile.

Al contrario, un aumento dell’instabilità interna potrebbe spingere il Partito Comunista a cercare di rinsaldare il consenso popolare attraverso un’accentuazione del nazionalismo e aumentando la propria aggressività verso l’esterno. Inoltre, se l’instabilità dovesse raggiungere livelli drammatici fino al favorire scontri violenti diffusi su tutto il Paese, la propensione di molti cittadini cinesi sarebbe di emigrare disperdendosi nel mondo.

Poiché non parliamo di poche centinaia di migliaia di persone ma di varie decine di milioni di profughi potenziali, le conseguenze sulla stabilità interna degli altri Paesi sarebbero enormi e, pur avendo scongiurata una nuova guerra mondiale, tutti si troverebbero a dover affrontare problemi di altro genere ma altrettanto gravosi.

Gli scenari di cui sopra guardano alla Cina come nodo del problema e, implicitamente, assumono che gli Stati Uniti rimangano stabili e forti come nel loro passato. Se si volesse, però, considerare anche altre variabili, non si può non vedere che la società americana non è più quella di due decenni fa. Esiste oggi al suo interno una divaricazione molto marcata tra le diverse frange sociali e quanto accaduto durante e dopo l’elezione di Biden è solo il sintomo di un malessere più profondo. Per noi europei questa possibile crisi interna agli Stati Uniti può diventare un grande problema, se non altro perché potrebbe essere un’anticipazione di sommovimenti analoghi che potrebbero scatenarsi anche da noi.

Qualora tale malaugurata ipotesi dovesse verificarsi, diventa certo che tutto lo scenario mondiale cambierebbe e, a quel punto, le possibili variabili sarebbero molto più numerose.

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