Quesiti linguistici“Aggiunta” o “Aggiunzione”? Risponde la Crusca

Sono due sinonimi, ma hanno avuto diversa fortuna nell’italiano. Una delle regole di buona formazione delle parole vuole infatti che non ci sia troppa concorrenza tra forme per uno stesso significato

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Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci chiedono se aggiunta e aggiunzione siano termini equivalenti e se possano essere usati indifferentemente in qualsiasi contesto, come ad esempio, specifica un lettore, in riferimento a una pizza.

Risposta
Aggiunta e aggiunzione sono due sinonimi che indicano ‘cosa in più’, quindi anche ‘integrazione’, ‘complemento’, ‘completamento’, ‘supplemento’, negli scritti anche ‘appendice’. Sostantivi entrambi formalmente ineccepibili, sono sostanzialmente corradicali della famiglia del latino iungere ‘aggiungere’, ‘congiungere’ (cfr. RIF), e sono presenti (in varie grafie) in italiano almeno dal primo Trecento.

Ma hanno avuto diversa fortuna. Succede ai corradicali astratti quando non differenziano adeguatamente il rispettivo significato. Se si pensa che i testi premoderni (e i dizionari storici) attestano con lo stesso significato altri corradicali di pressoché uguale significato, come aggiungimento (o aggiugnimento), aggiuntura e aggiuntatura (per tacere di aggiuntamento, che pare essere stato usato solo per la crescita fisica) e che ad aggiunta è sempre stata affiancata la forma giunta, da giungere (al Vocabolario della nostra Accademia si fecero in passato molte Giunte, … per giunta), si vedrà che uno stesso dominio semantico era non solo molto affollato di parole che lo indicavano, ma che per di più queste erano tra di loro strettamente imparentate.

Di qui la potatura che il tempo ha inesorabilmente fatto, se non addirittura il blocco sul nascere di qualche concorrente, perché una delle regole di buona formazione delle parole vuole che non ci sia troppa concorrenza di forme per uno stesso significato. Leggiamo dall’Introduzione di Maria Grossmann all’importante La formazione delle parole in italiano da lei curato con Franz Rainer (Grossmann-Rainer 2004):

Si osserva frequentemente che una determinata parola che, secondo le regole di formazione di parole della lingua, dovrebbe essere accettabile, è nondimeno evitata o respinta dai parlanti a causa dell’esistenza di un sinonimo ben radicato nella lingua. *Rubatore, ad esempio, sarebbe in tutto analogo alla serie delle parole in -tore come rapinatore ecc. e infatti è anche attestato in italiano antico, ma oggi viene evitato per l’esistenza del sinonimo ladro. Ora, questo fenomeno del blocco di una parola virtuale da parte di un sinonimo usuale è sensibile alla frequenza del sinonimo bloccante: più quest’ultimo è frequente, più il blocco sarà efficace.

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