Filtro vecia muchachaAncora una volta Checco Zalone ci salva dalle noiose polemiche dell’Internet

Katia Follesa, Michela Giraud e Caterina Guzzanti compaiono sulla copertina di Vanity Fair con pretese artistiche e, poiché il modello è botticelliano, vengono loro allisciate le facce. Apriti cielo. Per fortuna possiamo contare su Helen Mirren, la vacinada, e sul bullismo di Paulina Porizkova

Checco Zalone, La Vacinada

Che cos’è il genio? È tutte quelle cose che diceva la battuta di Amici miei, sì, ma è pure l’arrivare a sorpresa a dirimere uno dei noiosissimi dibattiti in corso, e farti dire che ecco di cosa non ti eri accorta di avere bisogno: di tre minuti di Checco Zalone.

Tra i più noiosi dibattiti in corso c’è quello sulla bellezza percepita. L’ultimo tassello è una copertina di Vanity Fair con tre comiche. Copertina brutta, ma non è che di solito le copertine dei giornali italiani ti venga invece voglia di collezionarle. Copertina photoshoppata, ma dell’utilizzo del ritocco fotografico si può meravigliare solo chi non abbia mai avuto la propria faccia pubblicata su un giornale: non c’è stata volta in cui mi abbiano mandato un mio servizio e in cui non abbia detto «ritoccatemi con la vanga, grazie». I giornali sono sempre stati ben lieti di ottemperare: meglio pubblicare una versione più caruccetta della vescica di lardo che sono, diamine.

Insomma, le tre comiche – che hanno dei nomi: Katia Follesa, Michela Giraud, Caterina Guzzanti – compaiono in questa foto con pretese artistiche, e, poiché il modello è botticelliano (i danni del liceo sui creativi, mamma mia), vengono loro allisciate le facce. Apriti cielo.

Con la capacità perpetua dell’internet di sbagliare obiezione, nessuno se la prende col giornale, che ci arringa ogni dieci righe sulla body positivity e poi, quando si trova in copertina tizie a forma di donne normali, cerca di renderle a forma di modelle; e nessuno se la prende col giornale neanche per il pretesto della copertina, che è che le tre hanno fatto LOL: un programma orrendo che, disperati per la mancanza d’argomenti extravirus, noialtri dei media stiamo cercando di spacciare per un successo.

Macché: se la prendono con le comiche. Che, santo cielo, dovrebbero essere donne di contenuti, mica farsi ritoccare. L’obiezione viene dalle abitanti d’un’epoca in cui, senza apposito filtro, non si videochiama neanche il fruttivendolo per ordinare la spesa; senza luce ad anello dietro lo schermo che t’illumini come la madonna di Lourdes, non ti colleghi neanche coi parenti per gli auguri di compleanno a nonna: però al ritocco professionale quando si tratta d’andare in copertina, a quello facciamo la morale.

Tra l’altro questo dei filtri è il penultimo tassello della noiosissima polemica. Il più recente impegno delle influencer è combattere i filtri, che ci danno un’immagine falsata di noi, che rovinano la psiche alle giovani che poi non vogliono più farsi vedere al naturale, che suggeriscono canoni estetici irrealizzabili.

Ma non è il contrario? Il filtro (che Instagram indica in cima alla schermata, quindi se tu, Tizia Bella di Professione, stai usando un filtro, io – Tizia Ordinaria – lo so) non mi dice che magari senza sei un cesso qualunque? Non è una forma di consolazione?

Una delle più devastanti visioni della mia giovinezza furono le foto d’una famosa modella che le aveva scattato al mare il fidanzato. Con l’acqua in faccia e senza trucco era comunque spettacolare, e io fino a quel momento m’ero illusa che le modelle sembrassero geneticamente superiori solo per merito delle luci e del fotografo e del trucco. E invece era proprio che loro erano nate strafighe e io ero nata normale.

Più che abolire il filtro, io abolirei Paulina Porizkova, prima modella famosa della mia giovinezza, adesso cinquantaseienne, che s’instagramma senza filtri, senza ritocco della tinta, senza trucco senza inganno, e pratica quella forma di bullismo che è il sottotesto: anche coi capelli grigi e le rughe sono comunque più figa di voi.

Consiglio i filtri e i ritocchi a tutte quelle che non hanno vinto la stessa lotteria genetica della Porizkova, o di Helen Mirren.

La più figa settantacinquenne inglese compare da ieri in un video di Checco Zalone di quelli cui partecipi solo se lo specchio ti rimanda un’immagine che non ti permette d’avere complessi e non ti rende necessario usare filtri.

Luca Medici ha scritto una canzone intitolata Vacinada, e ha fatto interpretare il video alla Mirren e a Oscar Francisco Zalon, che passando per il Salento la vede, col suo braccio scoperto, e capisce cosa fa scattare il feromone dell’uomo contemporaneo: la vegliarda immunizzata.

Certo, «tiene la zinna un poquito calada, ma non fa nada», e neanche «la caviglia un pelito gonfiada» fa nada, perché quel che conta è che la «vecia muchacha» abbia «l’anticuerpo dell’Astrazenéca».

Chissà se appari così figa perché sei spiritosa, o se puoi permetterti d’essere spiritosa perché hai la sicumera delle strafiga. Fatto sta che, per quel testo di canzone lì, se Helen Mirren non fosse una strafiga nonché spiritosa, starebbe già dando un’intervista a Vanity Fair lamentando il body shaming, l’ageism, e tutte quelle altre parole sceme che usiamo per condannare il senso dell’umorismo, fino al culmine: sessismo.

Chissà se è un problema più grave un’epoca in cui si passa il tempo a instagrammarsi, a zoomarsi, a osservarsi tutti i difetti in un monitor: un incubo. O un’epoca in cui mantenere una qualche leggerezza sia una tale fatica. O un’epoca in cui alle comiche in copertina mandi un intervistatore a chiedere se una bella possa mai far ridere (un intervistatore che non avrà mai visto un film con Marilyn Monroe: eh, ma non era nato, poverino).

Le signore della copertina hanno risposto alle critiche nel luogo in cui le critiche ai ritocchi fanno più ridere: Instagram. Caterina Guzzanti ha fatto il predicozzo ai moralizzatori del photoshop che vogliono imporre la loro indignazione; Michela Giraud ha instagrammato la foto d’una pigna confessando che sì, senza fotoritocco lei ha quell’aspetto lì.

Della terza, Katia Follesa, conservo da mesi un’intervista straniante al Corriere, che mi aveva fatto tornare in mente quella leggenda anni Novanta che riguardava la soubrette giunonica cui un’assistente doveva cambiare le etichette dei vestiti giacché ella non voleva ammettere di portare più della 42. La soubrette era però una soubrette, non una il cui mestiere è il senso dell’umore.

Al Corriere, Follesa spiegava che la accusavano di non far più ridere da quando era dimagrita; ma lei, giurava, era sempre la stessa, seppur ora portasse una taglia 40. L’intervista era illustrata da una bodypositivissima foto in costume, in cui la neomagra era in effetti più magra di prima, ma come minimo una 46. Ma, se non sei una ragazzina che si vergogna di farsi vedere dal flirt della scuola media senza filtri; se sei un’adulta che di mestiere detiene ironia, puoi percepirti con una taglia da modella avendone una da donna normale? Se sei una che si vede coi filtri anche quando sono disattivati, potrai mai diventare una Helen Mirren?

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