It’s the suscettibilità, stupidLa sinistra vada a lezione dal guru di Clinton, e da me

Per battere i repubblicani, dice James Carville, che ha dimostrato di saperlo fare facendo eleggere alla Casa Bianca il governatore dell’Arkansas nel 1992, bisogna fare come farebbero i repubblicani. Messaggi chiari, riconoscibili e temi veri

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Potreste ricordarvi di James Carville per averlo visto, nel 1993, stiracchiarsi sul divano in un documentario che s’intitolava The War Room. Era un documentario sulla campagna elettorale che rese presidente Bill Clinton, ed era la prova che i greci dell’arroganza non avevano capito niente.

Non è vero che ogni hybris viene punita: solo quella dei mediocri. Loro – la squadra che fece d’un governatore dalle mutande disinvolte un presidente – non erano mediocri, ed erano grandemente sicuri di sé; abbastanza sicuri di sé da non essere scaramantici, da farsi filmare mentre tentavano di far eleggere un giovanotto fedifrago nel posto più moralista del mondo. Mentre tentavano, mentre riuscivano.

Mentre si stiracchia sul divano, Carville dice la sua frase più famosa: it’s the economy, stupid – ancora oggi uno dei migliori slogan elettorali di tutti i tempi, e anche una buona sintesi di quell’articolo del Financial Times dell’altro giorno, quello che c’incitava a smettere di lasciarci distrarre dalla suscettibilità e a pensare all’economia.

Giacché Carville quella cosa che tutto gira attorno all’economia l’aveva detta prima, ora può permettersi di dedicarsi alla suscettibilità. Ieri ha dato a Vox un’intervista che più che un’intervista è un manuale d’istruzioni per una sinistra che voglia vincere davvero; un manuale d’istruzioni che alimenterà le convinzioni di Adam McKay. (Lo so, sono al terzo riferimento ad articolo anglofono e voi durante le vacanze studio a Londra pensavate solo a rimorchiare: tenete duro).

Adam McKay, regista di The Big Short e tra i produttori di Succession, un paio di settimane fa ha detto al New York Times che per lui la destra non è mica la destra, quegli impresentabili repubblicani che cantano l’inno coi rutti. Per lui la destra è la sinistra moderata (tutta la sinistra è paese: l’altro giorno ho commentato un tweet di Richetti sugli assorbenti dicendo che la sinistra si occupa solo di stronzate, e mi hanno subito risposto che Richetti mica sarà di sinistra). Per lui la destra è Bill Clinton. Se lo pensava prima di leggere Carville, figuriamoci dopo.

Il titolo dell’intervista di Vox è un virgolettato, e non trattandosi d’un giornale italiano non è un virgolettato, è proprio una cosa che dice Carville: «Wokeness is a problem, and we all know it». La suscettibilità è un problema, lo sappiamo tutti.

Lo dicono tutti anche dentro il partito democratico, dice Carville, ma non in pubblico per paura delle conseguenze (sto pensando di scrivere il grande romanzo su quest’epoca raccogliendo i messaggi «favolosa questa cosa che hai scritto, ma capisci bene che non posso metterti un cuoricino»).

Dà anche la sua versione di «sinistra della ZTL» (la zona a traffico limitato al centro di Roma, il modo in cui si dice che il Pd ormai parla solo alle élite, qualunque cosa s’intenda con «élite»), dicendo che la sinistra americana va troppo dietro alla cultura da università ricche in cui s’inventano parole neutre come Latinx (James, chiamami: devo spiegarti gli asterischi), e si parla di abolire la polizia, una proposta che non ha alcun consenso nel mondo reale.

E poi arriva la mia parte preferita. Quella in cui Carville ci ricorda che lui è un professionista della politica, mica un militante; uno che si applica alla causa che lo scrittura, mica a quella in cui crede; uno che capisce cosa funziona, mica si affeziona ai poster in cameretta.

Il più bel documentario su di lui – dovete credermi sulla parola, tanto abbiamo milioni di piattaforme ma tutte le robe fighe sono introvabili – venne girato quando andò in Bolivia a seguire una campagna elettorale in cui tentò di trasformare il disastro in punto di forza, da cui il titolo Our Brand Is Crisis.

In The War Room, la battuta migliore non è quella sull’economia, ma quella che arrubbò a un golfista: il golf è uno sport in cui conta la fortuna, più mi alleno più divento fortunato.

La Florida, per esempio (la Lombardia d’America): perché la danno per persa? È uno stato in cui il 64 per cento ha voluto dare ai detenuti il diritto di voto, e il 67 per cento ha voluto alzare il minimo salariale a 15 dollari l’ora, una cifra così di sinistra che col cazzo che si riesce a farla passare su base federale. E allora, se in Florida i democratici continuano a perdere, sarà perché è uno stato solidamente di destra, o perché non sapete fare campagna elettorale coi vostri mannaggia di plurali neutri e i vostri mannaggia di «togliamo i finanziamenti alla polizia»?

E col cazzo che però abbiamo vinto, continua travolgendo l’intervistatore confuso e felice: «Abbiamo vinto la Casa Bianca contro un pagliaccio di portata mondiale, e arrivando a 42mila voti dal perdere, abbiamo perso seggi alla Camera, non siamo riusciti a ottenerne negli Stati. Quindi vediamo di non dibattere se stiamo o non stiamo sbagliando il messaggio che diamo agli elettori, perché la risposta è sì».

L’uomo che poco prima ha detto che l’emotività è un problema è capace di cazziare la sinistra anche per l’insufficiente emotività pubblicitaria sulle questioni ambientali: «Dov’è la canzone riconoscibile? Dov’è l’adesivo? E lo slogan? E la bandiera? E il logo?». Tutte queste cose non ci sono, spiega, perché questi accademici pensano che bastino i grafici con le temperature e la gente capirà. «Ma la gente non funziona così».

Chissà che colpo che gli è preso a McKay, a sentir invocare una sinistra più commerciale. Chissà che colpo prenderebbe a certa sinistra italiana a sentire una soluzione suggerita da Carville a chi volesse vincere, tra i democratici. Bisogna andare in tutti i talk-show e in tutti i giornali, dice Carville, a ricordare che l’invasione di campo di gennaio, i portatori di costumi con le corna che facevano irruzione nella sede del parlamento a Washington, quella roba lì è colpa dei repubblicani. Bisogna rinfacciargliela in eterno, come farebbero loro se i protagonisti di quel numero da circo fossero stati dei nostri. Per battere i repubblicani, dice uno che ha dimostrato di saperlo fare, bisogna fare come farebbero i repubblicani.

Chissà se la sinistra, in qualche parte del mondo, sta prendendo appunti.

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