Blessed be the distopiaTorna il racconto dell’ancella, la pornografia della tortura con l’estetica della ricrescita

Gilead è un regime mostruoso, dove le donne subiscono di tutto. Ma a June che guida la Resistenza toccano punizioni meno severe di quelle che toccano alle altre. È sempre così, si dirà. Ma in un universo totalitario e crudele come quello creato da Margaret Atwood e poi dagli autori della serie tv suona come minimo un po’ buffo

Frame da Youtube

La quarta stagione è quella in cui l’estetica del “Racconto dell’ancella” cambia. Non è un piccolo particolare, per una serie la cui estetica è abbastanza riconoscibile da essere diventata feticcio (le donne che protestano vestite in rosso con cuffia bianca, da ancella: e non a carnevale, ma a manifestazioni politiche).

Questo sarà un articolo pieno di dettagli sulla quarta stagione, che è arrivata ieri su TimVision con la stessa scansione americana: dalla quarta puntata una a settimana, ma le prime tre tutte assieme (finalmente sappiamo di cosa parlavano i nostri genitori quando ci mettevano in guardia contro il tizio che fuori da scuola ci dava la droga gratis prima per farci diventare clienti dopo).

Quindi, se siete di quelli che urlano che gli hanno rovinato la sorpresa (in neolingua: spoiler), smettete di leggere. Se invece siete abbastanza adulti da sapere che, in una storia così, sorprese non ce ne sono (se le ancelle scappano verranno ricatturate, altrimenti non c’è una nuova stagione), restate pure.

Se non sapete cos’è “Il racconto dell’ancella”, bentornati da Marte. Se credete di sapere cos’è perché ve ne hanno parlato i suscettibili, dicendo che è così che finiranno i diritti delle donne con Salvini, con Pillon, senza Zan: ve l’hanno spiegato male.

Se invece l’avete visto, sapete già: Gilead è un universo narrativo, distopico per me e utopico per la sinistra cancellettista, in cui un qualche regime possa decidere ciò che è lecito pensare, dire, desiderare.

Poiché un po’ in quell’universo ci viviamo già, e uno dei suoi comandamenti è che non esiste gerarchia dei traumi, la regia e la sceneggiatura mettono tutto sullo stesso piano. Le ancelle tenute in cattività e costrette a riprodursi, la moglie del comandante che racconta che al marito non tirava, l’uccisione d’un maiale in una fattoria. Maiali lives matter.

Il problema del “Racconto dell’ancella” è l’ancella. Quella narrante, cioè Elisabeth Moss, che – nell’universo narrativo in cui le ancelle rubano il burro perché non è loro consentita la frivolezza della crema idratante – non ha mai la ricrescita sul fintissimo biondo.

Che, nell’universo narrativo in cui alle altre ancelle viene cavato un occhio per una qualche minima trasgressione, non viene – lei che ne fa di molto peggio delle altre, lei che alla terza stagione guida addirittura la fuga da Gilead – mai sfigurata.

Può una serie televisiva con un’estetica così precisa – le mogli in verde, le ancelle in rosso, le guardiane in colorarmani – avere una protagonista sfigurata? Figuriamoci: e poi cosa ci mettiamo sulla locandina? E quindi guardare “Il racconto dell’ancella” è un po’ come guardare “Die Hard”: lo sai che Bruce Willis non muore.

Rispetto ai tempi di “Die Hard” ci sono innovazioni nel paesaggio del racconto per immagini, certo; ci sono quelli che fanno morire personaggi centrali senza fare un plissé: “Scandal”, “Homeland”, “The Americans”, “The Good Wife”. Personaggi rilevanti, ma non la voce narrante. Neppure “Grey’s Anatomy” osa far morire Meredith Grey, la voce narrante più superflua della storia dell’audiovisivo, figuriamoci se possiamo trattenere il fiato quando l’ancella June rischia la vita. Anzi: quello è il momento giusto in cui andare a prendersi da bere, tanto non succederà niente.

E certo, “Il racconto dell’ancella” ammicca, mette lì delle antifrastiche, cerca un approccio ironico: la quarta stagione comincia con June salvata dalle ancelle dalla pallottola che si era presa alla fine della terza, operata malamente senza anestesia e con fiamma ossidrica, il tutto sulla musica leggerissima di “I say a little prayer for you”; quella stessa puntata finisce con lei a letto con una moglie divenuta complice delle ancelle, una moglie bambina che June percepisce come figlia mentre quell’altra chissà, e sotto c’è “You make me feel (like a natural woman)”.

Ma quest’ironia qui non arriva mai a sanare il ridicolo delle scene drammatiche che drammatiche non sono perché, appunto: lo sappiamo che non state davvero per ammazzarla o amputarla, è la protagonista. C’è una scena – nell’estetica “Silenzio degli innocenti” (o “24”, matrice del filone “pornografia della tortura” di cui L’ancella è attualmente principale esponente: questa volta c’è persino il waterboarding) della nuova stagione; nella deriva Anna Frank che prende per un attimo la storia – in cui un Mengele vuole da lei delle informazioni, e per ottenerle sta per staccarle un dito, una cosa che nelle stagioni precedenti abbiamo visto disinvoltamente accadere ad altre ancelle.

Lei lo ferma fornendogli una falsa informazione, e lui non glielo stacca. Ma lui non si farebbe mai fregare da una falsa informazione, e comunque glielo staccherebbe lo stesso anche dopo un’informazione vera: per sadismo e per darle una lezione. Così sarebbe, nell’universo che hanno creato loro. E dal quale divergono quando si tratta della loro esteticamente intoccabile protagonista, l’unica che, se non si sottomette, non viene adeguatamente punita.

C’è una scena in cui sono sole in una cella, lei e la guardiana, e nella cella c’è solo una sedia, e lei è sul pavimento e dice alla guardiana cose atroci, e la guardiana non prende la sedia e non la usa come corpo contundente per sfigurarla, e non si riesce a vedere all’orizzonte un motivo per non farlo che non siano le clausole contrattuali.

L’estetica è così intoccabile che, alla fine della terza puntata, torna tutto com’eravamo abituati a vederlo, con le divise rosse cui siamo tanto affezionati: un po’ come quando la Coca cola ritirò la New Coke dal mercato.

Guardi “L’ancella” e, quando c’è di mezzo June, ti sembra di vedere un film biografico su Che Guevara in cui a un certo punto Kennedy si raccomanda: non sparategli in faccia, sennò poi col merchandising come si fa. Va bene nemici, ma preserviamo le tazze e le magliette e i poster.

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