Le tre impostureLa mossa alla Ninì Tirabusciò di Di Maio e lo stato miserabile del dibattito italiano

La letterina da sciantosa del leader grillino al Foglio, la reazione di Salvini e l’idea di Letta che l’ingiustizia del sistema politico-mediatico-giudiziario sia dovuta a uno scontro tra «giustizialisti e impunitisti». Farebbero tutti bene a rileggersi il Vecchio testamento e quel più recente, ma solido, testo secondo cui bisogna rispettare le garanzie costituzionali di tutti, non importa se colpevoli e innocenti

Più che da una letterina di Luigi Di Maio, il dibattito sul giustizialismo è stato definito qualche annetto prima dall’Antico Testamento con quel «Nessuno tocchi Caino» contenuto nella Genesi. 

Qualcuno dovrebbe spiegare a Di Maio e ai suoi recenti facilitatori che il principio biblico consiste nel non toccare l’assassino di Abele, un colpevole, non di scusarsi con un innocente. È vero che per i grillini non esistono innocenti in galera e quindi si emozionano quando ne vengono a conoscenza, ma per favore non spacciate la parodia per una svolta epocale di uno statista. Mosè non sarà Casaleggio e la piattaforma biblica non sarà autorevole quanto la piattaforma Rousseau, ma la civiltà ebraico-cristiana non risulta essere nata da un vaffa-day.

La Bad Godesberg di Di Maio (abbiamo letto anche questo stravagante paragone in questi giorni) è solo una furbata da quattro soldi e fuori tempo massimo nei confronti di un povero cristiano, Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, travolto da innocente dalla gogna politica e giudiziaria scatenata dai Di Maio e dai suoi volenterosi complici politici, giudiziari e giornalistici, alcuni dei quali continuano a lapidarlo sui media anche adesso che è stato scagionato perché il fatto che gli avevano imputato non sussisteva. 

Meglio Di Maio che si scusa rispetto a Marco Travaglio, Gad Lerner e Danilo Toninelli che si ostinano a conquistare nuove miserabili vette, ma non esageriamo con gli applausi perché si tratta comunque di una mossa da sciantosa, di un colpo d’anca alla Ninì Tirabusciò più che una Bad Godesberg, dove la Spd tedesca, nel 1959, ha formalmente abbandonato l’ideologia marxista. Di Maio non ha abbandonato un bel niente.

In queste ore, per esempio, stiamo ripercorrendo lo stesso identico schema giustizialista di Lodi e di mille altri casi con gli indagati della funivia del Mottarone, innocenti o colpevoli che siano. Non c’è bisogno di un processo a quanto pare, e ieri un quotidiano ha titolato che la scarcerazione degli indagati da parte del gip è «uno schiaffo agli inquirenti». 

Sono rare le voci di chi fa notare che se Di Maio si fosse davvero pentito di ciò di cui è responsabile assieme a Beppe Grillo avrebbe dovuto chiedere scusa per un caso di gogna politica, giudiziaria e mediatica nei confronti di un colpevole, di un Caino, non di un Abele come Uggetti, ma naturalmente non succederà mai perché Di Maio non è né un giustizialista né un pentito: Di Maio è niente, è solo un furbacchione di strada che cerca il modo più semplice per gabbare il Pd e non perdere il potere che si è guadagnato. 

Per essere credibile, il pentimento di Di Maio avrebbe dovuto comportare la rinuncia alle leggi, ai principi, ai testi sacri e ai protagonisti mozzorecchi del suo movimento, a cominciare dalla spazzacorrotti, dalle gabbie per i corrotti in tangenziale di Casaleggio senior e da Fofò dj. 

Per essere credibile, la svolta di Di Maio avrebbe dovuto indicare lo scioglimento del partito grillino, ma in realtà le scuse sono state dettate dal percorso inverso: sono stati lo svelamento della truffa grillina e l’implosione del progetto di Casaleggio a spingere Di Maio alla messinscena della letterina.

Poi c’è Enrico Letta. Come Di Maio, il segretario del Pd ha consegnato il suo pensiero sul tema al giornale garantista per antonomasia, il Foglio, cui va dato il merito di aver segnato un doppio colpo giornalistico, pur avallando una doppia impostura, anzi tripla. La prima impostura è quella di Di Maio, la seconda è quella di Matteo Salvini, il giustizialista di destra che il giorno successivo la lettera di Di Maio ha scritto al Foglio un suo intervento ipocritamente garantista che non si è filato nessuno perché c’è un limite al numero di mistificazioni che ci possiamo permettere alla settimana. Ma anche quella di Letta è un’impostura, la terza, peraltro proveniente dal leader di un partito che affonda le radici nella stagione giustizialista del 1993, e ancora prima in quella della primavera palermitana che mise alla gogna perfino Giovanni Falcone. 

Gli eredi del Pci, Pds e Ds non hanno mai mandato lettere di scuse per il regime di terrore giudiziario instaurato quasi trent’anni fa, per la scelta di seguire la via giustizialista al potere e per le campagne di character assassination che sono seguite fino a nostri giorni, comprese quelle contro Silvio Berlusconi detto Caino. 

E, come Di Maio, anche Letta non prende in considerazione l’ipotesi di espiare le colpe della spazzacorrotti mai abolita nell’anno di governo con Conte, della riforma della prescrizione, della mutilazione antipolitica del Parlamento e dell’alleanza strategica con i giustizialisti, analfabeti democratici ed eversori costituzionali che si ostinano a carezzare. 

Letta sostiene con merito la riforma Cartabia della giustizia che, se mai ci sarà, nasce proprio dal defenestramento di Giuseppe Conte, dal licenziamento di un Guardasigilli manettaro e dal ridimensionamento dei Cinquestelle che il Partito democratico ha subìto come un’onta e un’umiliazione, arrivando pure a ipotizzare un complotto internazionale ordito per far fuori il leader fortissimo di tutti i progressisti per installare a Palazzo Chigi Mario Draghi.

Soprattutto, Letta dice al Foglio che bisogna finalmente superare la contrapposizione tra «giustizialisti e impunitisti (coloro che elevano impunità a bandiera e la confondono col garantismo)», come se fosse davvero questo il punto, come se la questione fosse sul serio tra una curva sud con il sangue agli occhi e una curva nord impegnata a farla franca. 

Il dibattito italiano che esalta la mossa da sciantosa di Gigi Tirabusciò Di Maio non riesce a uscire da questa falsa contrapposizione sintetizzata da Letta e ieri, sul Domani, il direttore Stefano Feltri, giornalista di scuola travaglista, ha esplicitamente scritto che «il garantismo piace ai politici a rischio indagine».

Può darsi che Enrico Letta e Stefano Feltri e tutti gli altri protagonisti del discorso pubblico credano che l’Antico testamento sia un testo impunitista o ispirato da un signore a rischio indagine (e nel sequel addirittura condannato a morte), ma dovrebbe essergli comunque noto quel più recente testamento democratico che impone di rispettare le garanzie costituzionali di tutti, non importa se colpevoli o innocenti. Nessuno tocchi la Costituzione. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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