Comunismo è dove non mi siedo ioDraghi impari il senso del capitalismo da D’Alema

Pur non vantandosene, il Presidente del Consiglio ha rinunciato allo stipendio pubblico in ottemperanza allo spirito del tempo populista. Meglio il modello Max: chiedere soldi secondo le proprie capacità intellettuali e anzi pretenderne di più

Vincenzo Livieri - LaPresse 09-12-2019

Perché non possiamo non dirci dalemiani. Dico a lei, presidente Draghi: perché non impara da Massimo D’Alema, e da quella frase di ieri a Repubblica, frase che nel mio prontuario di aforismi dalemiani supera «Capotavola è dove mi siedo io». Presidente Draghi, dia retta: da quel «Le mie prestazioni intellettuali valgono più di quel che mi hanno dato» con cui D’Alema non solo si rifiuta di restituire i soldi ricevuti, ma fa presente, un po’ stizzito, che erano pure pochi, da quell’approccio al capitalismo, lei, già banchiere, ha tutto da imparare da un già comunista.

Il rapporto malato dell’Italia col capitalismo lo capii molti anni fa, quando un’anziana giornalista iniziò a dire in giro che, se un certo giornale aveva dovuto tagliare il budget per i collaboratori, era colpa mia, che ero strapagata.

L’esemplare situazione era questa. La signora e io avevamo due contratti per scrivere quaranta pezzi all’anno per quel certo giornale. Io ne scrivevo centocinquanta, quindi oltre al minimo garantito venivo pagata molti altri soldi; in cambio non dico che facessi il giornale da sola, ma poco ci mancava. La signora non ha mai, nel corso di questi suoi contratti annualmente rinnovati, scritto il numero minimo di articoli che le venivano comunque pagati.

In un sistema capitalista, io mi guadagnavo il mio ricco bonifico mensile, e la signora era una truffatrice. Nel sistema dell’«un po’ per uno a prescindere dai meriti», io ero una stronza, e la signora era una che comunque di soldi ne prendeva pochi e quindi non era il caso di cavillare se non se li guadagnava.

Anzi, ora che ci penso il rapporto malato dell’Italia col capitalismo l’avevo capito alcuni anni prima, quando avevo iniziato a lavorare in radio e avevo scoperto che, a parità di durata e d’impegno e di resa, un programma settimanale veniva pagato molto più di uno quotidiano. Come mai poter preparare un programma con più calma veniva retribuito meglio? Perché mica si retribuiva il lavoro (figuriamoci il risultato): l’ufficio del personale mi spiegò che con quei soldi bisognava camparci. Stabilivano una cifra campabile, e qualunque numero di puntate tu facessi ti davano quella: per campare io di certo non avevo bisogno di cinque volte quel che prendeva la tizia che andava in onda solo una volta a settimana. Allora ditelo che rivolete il comunismo.

Ma più di tutto, il rapporto malato dell’Italia col capitalismo l’ho capito quando Maria De Filippi ha condotto Sanremo. E non si è fatta pagare. Certo: non aveva bisogno del cachet sanremese, come io non avevo bisogno di guadagnare dieci volte l’anziana giornalista o cinque volte la tizia della radio del sabato.

Ma, a meno che non rivogliamo il comunismo, non è così che funziona il rapporto tra prestazioni e retribuzioni. I soldi non li dai ai bisognosi: li dai a chi se li è guadagnati. Se Maria De Filippi va a condurre una serata gratis per la Croce Rossa, ha un senso; se conduce gratis il varietà televisivo più visto (e con più budget) d’Italia, il messaggio che mi arriva è: quelli bravi non si fanno pagare, se ti fai pagare sei avido e immorale.

So bene che il Sanremo di Maria De Filippi è del 2017, e a quel punto c’è già nelle istituzioni un intero partito politico la cui principale scelta programmatica è tagliarsi gli stipendi, restituire i rimborsi, rammentarci ogni giorno che considera immeritato sterco del demonio i propri emolumenti. Ma quel partito politico è un mucchio di scappati di casa che, quando dice queste cose, al massimo ci fa pensare: beh, in effetti son proprio soldi immeritati. Non si tratta dei migliori professionisti del loro settore, com’è invece per Maria De Filippi.

Epperò il clima ormai è quello, e la De Filippi non può fare altro, se non vuole che le sfrantumino le gonadi rinfacciandole qualsivoglia compenso, lusso, plutocrazia, e persino alberghi rimborsati dalla Rai: ecco, conduce Sanremo e non solo si fa pagare ma ha preteso più d’una singola alla pensione Miramare.

Solo che qualcuno, quando lo spirito del tempo è particolarmente scemo, deve trovare la forza d’andare contro lo spirito del tempo. Di dire: non solo dovete pagarmi, ma anche bene.

Molti anni fa, un noto direttore di giornale doveva diventare presidente del consiglio d’amministrazione della Rai. Rinunciò, la presidenza del cda andò a qualcun altro. All’epoca seguivo le vicende Rai per un giornale, e scrissi che il rinunciatario voleva più soldi di quelli che erano disposti a dargli (era prima che la Rai avesse per legge un bassissimo tetto massimo ai compensi dei dirigenti, cosa che ha fatto sì che nessun dirigente qualificato voglia più andare a lavorare lì, guadagnando una frazione di quel che prenderà in analoga azienda privata; ma già allora il consiglio d’amministrazione era considerato un incarico ripagato dal prestigio e non dai bonifici).

Il mio direttore mi convocò e mi annunciò d’avermi tagliato quel passaggio dall’articolo: il rinunciatario era ebreo, sembrava un’accusa antisemita. Sono passati diciott’anni e ancora non ho capito come attribuire a qualcuno l’idea «se mi volete, dovete pagarmi quel che valgo» possa essere un’accusa e non una lode. Possibile che nessuno in Italia abbia visto Wall Street e imparato da Gordon Gekko che l’avidità è una buona cosa?

Qualcuno, quando lo spirito del tempo è particolarmente scemo, deve trovare la forza d’andare contro lo spirito del tempo. Non ci era riuscita Maria De Filippi, non ci è riuscito Mario Draghi. Che, si è saputo ieri, non si fa pagare per fare il presidente del consiglio (spero abbia rinunciato al denaro solo per poterci, in quanto volontario, eventualmente mollare ai nostri destini da un giorno all’altro, senza la settimana di preavviso che ti devono le colf retribuite).

Per fortuna che Massimo D’Alema c’è, tratta privatamente per farsi pagare per un ruolo che in genere s’intende retribuito dal prestigio (non il presidente della Rai, ma il presidente della Fondazione Europea degli Studi Progressisti), e – quando anni dopo gli chiedono i soldi indietro – si rifiuta di restituirli, di transare fuori dai tribunali, e soprattutto di contrirsi: avrebbero dovuto pagarmi di più.

Lo pensano di sé, ne sono certa, sia Maria De Filippi sia Mario Draghi, gente ben consapevole del proprio valore. Ma solo D’Alema, dio o chi per lui ce ne conservi l’arroganza, se ne fotte dello spirito populista del tempo abbastanza da dirlo. Mica rivuole il comunismo, lui.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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