La prepotenza d’un’ostetricaLa transessualità dei bambini è la nuova sindrome di Münchhausen

Siamo arrivati a queste meraviglie: andare in tv a dire che tuo figlio quattrenne è transessuale da quando ne aveva uno e mezzo, e se lo dici solo ora è perché a un anno e mezzo non sapeva parlare ma sapeva comunicare benissimo la sua identità di genere, e nessuno chiama il reparto psichiatrico per ricoverartici. Meno male che Serra e Aspesi ci sono

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Era la tarda mattinata di lunedì quando il pubblico della tv inglese, quella parte di pubblico sintonizzata davanti alla rete commerciale Itv, ha sentito il conduttore – un cinquantanovenne coi capelli bianchi, mica un esponente d’una di queste generazioni postmoderne che t’aspetti abbocchino a tutto – aprire un segmento della trasmissione This Morning con queste parole: «Dopo l’assegnazione del sesso femminile alla nascita, Stormy Stubbings ha iniziato a mostrare i primi segni d’identificazione come maschio a soli diciotto mesi».

Si potrebbe fare un giochino «trova gli errori», con le poche ma così imbarazzanti parole di questa frase. Intanto, c’è uno dei tic lessicali preferiti (e più ubriachi) del postmoderno: il sesso che viene «assegnato» alla nascita. La prepotenza d’un’ostetrica che ti decreta femmina. E pure mammifera, per sovrappiù d’imposizione, tie’.

Poi ci sono i diciotto mesi. L’identità di genere (ricordatevi queste tre parolette, poi ci torniamo) come concetto che ti è chiaro a diciotto mesi. Mentre fai la cacca nel pannolino. A due anni e mezzo, il sempre più precoce Stormy avrebbe poi detto ai genitori «non sono una bambina, sono un bambino». Così come avrebbe potuto dir loro «sono Batman», «sono la fata turchina», «sono un dinosauro». Per fortuna ha detto solo «sono un bambino», sennò ai conduttori televisivi smaniosi di non restare indietro rispetto ai progressi della società a quest’ora toccherebbe parlare della prepotenza dell’ostetrica che le ha scritto «bambina» invece che «dinosauro» sulla cartella clinica.

Il problema, sì, sono i conduttori, ma sono soprattutto i genitori. La transessualità dei bambini ha tutte le caratteristiche per diventare un sostituto della Münchhausen. La sindrome di Münchhausen per procura era il modo in cui genitori egolatri si assicuravano tutte le attenzioni: facevi ammalare tuo figlio, e avevi il tuo riflettore poverinista. Poverino, ha il figlio malato.

I genitori alla tv inglese raccontano trionfanti – coi conduttori che sospirano che bravi genitori siano – d’aver portato il treenne dal barbiere a tagliarsi i capelli, durante la pandemia, e di avergli annunciato che il bambino era transgender. Ma non c’è nessun modo, per un barbiere, di sapere che un bambino vestito da maschio sia biologicamente una femmina: che cosa, a parte il bisogno di stare al centro dell’attenzione, ti spinge a non dirlo semplicemente maschio?

Prima dovevi avvelenarlo per farlo ammalare, onde attirare l’attenzione. Adesso, ti basta dire che no, se tua figlia gioca coi giochi da maschi non è perché ha un fratello maggiore e vuole emularlo, macché: è perché la sua identità di genere è maschile.

Non importa se la diciottomesenne non ha l’età per sapersi soffiare il naso, o quella per sapersi allacciare le scarpe. Non importa se di cosa significhi “maschio” o “femmina” non sa nulla, le sembra giusto roba di vestiti, e magari semplicemente le piacciono i pantaloni, com’è accaduto a Katharine Hepburn o a Diane Keaton senza che i genitori ritenessero ciò fosse segno d’un sopruso ostetrico e cambiasse loro i pronomi (i genitori del Novecento erano grandemente arretrati).

Qualche mese fa m’è capitato di discutere con un conoscente a proposito d’un bambino cui un giudice aveva concesso di cambiare sesso. Ho sbuffato che non mi pareva una grandissima idea lasciar decidere che ormoni prendere a chi non aveva l’età neppure per decidere cosa mangiare per cena. Lui mi ha risposto senza alcuna ironia che quale liceo scegliere non era in effetti decisione alla portata dei tredicenni, ma la sessualità, quella sì.

E quindi siamo arrivati a queste meraviglie: vai in tv a dire che tuo figlio quattrenne è transessuale da quando ne aveva uno e mezzo, e se lo dici solo ora è perché a un anno e mezzo non sapeva parlare ma sapeva comunicare benissimo la sua identità di genere, e nessuno chiama il reparto psichiatrico per ricoverartici, ma tutti – smaniosi di trovarsi dalla parte giusta dei nuovi tempi – ti assecondano, e la tv ti mette come sottopancia «I genitori del bambino trans più giovane d’Inghilterra vogliono una società più pronta ad accettarlo». Puoi obiettare a qualcuno che voglia la pace nel mondo? Quanto devi essere bastiancontrarista per farlo?

Venerdì scorso, su Repubblica, Michele Serra ha scritto un’Amaca sulla sua difficoltà di capire le sfumature della Zan. Si è preso la sua dose d’insulti sull’internet, oscurati da quelli alla Aspesi (sarebbe cortese, da parte dei pochi editorialisti di buonsenso rimasti, coordinare le loro uscite impopolari: noialtri lettori dobbiamo pure lavorare, non possiamo seguire troppi linciaggi social in contemporanea).

L’elzeviro conteneva questa frase: «Una legge che distingua tra genere e identità di genere, abbiate pazienza, la capisce solo chi ha partecipato al faticoso dibattito». Ho una notizia per Serra: non è vero. Non la capiscono neanche loro. Se chiedi, ti danno una definizione di «identità di genere» che è quella che siamo abituati ad ascoltare di «genere»: quello che ti scegli, non quello che ti ha assegnato quella stronza della biologia, della natura, dell’ostetrica.

Ieri, su Repubblica gli hanno risposto in due. Vittorio Lingiardi e Chiara Saraceno hanno scritto un articolo in cui s’incaricavano di chiarire ciò che pur ritenevano ovvio: «Per identità di genere si intende il senso soggettivo di appartenenza alle categorie di femminile, maschile o altro […] L’identità di genere è spesso allineata al proprio sesso biologico, ma può anche non corrisponderle». Prima avevano spiegato cosa fosse il sesso biologico, dopo spiegano l’orientamento sessuale. E poi l’articolo finisce. Senza che abbiano mai affrontato la domanda difficile: sì, ma la differenza tra genere e identità di genere?

Ieri una studiosa del settore, che ho interrogato perché magari mi sfuggiva qualcosa e non si trattava d’un doppione, mi ha informalmente risposto che «storicamente il genere ha a che vedere coi ruoli sociali, mentre l’identità è diventata ormai “fai un po’ come cazzo ti pare”». Ma la distinzione tra genere e sesso l’abbiamo creata proprio per quello: perché col genere io possa fare come cazzo mi pare (se Corrado Guzzanti avesse depositato il concetto, a quest’ora sarebbe fantastiliardario): quindi l’identità è un doppione, no? Le risposte off the record dicono tutte la stessa cosa, con minime variazioni lessicali, e quella cosa è: non lo direi mai in pubblico.

Perché, se osi dire che non solo i talk show, ma anche le leggi ormai sono scritte temendo che qualcuno frigni e frignando t’accusi di turpitudini morali e nefandezze discriminatorie; se osi dire che il problema è che, se ti dicono che sei cattivo perché nel testo ci hai messo il genere e non l’identità di genere, tu poi non hai le spalle abbastanza larghe da rispondere «È la stessa cosa, cretinetti»; se osi insinuare che siano spariti gli adulti, e ormai a un anno e mezzo si prendano le grandi decisioni della vita, e questo non sia buon segno; se osi dubitare delle magnifiche sorti e progressive del postmoderno, allora sei fascista, sei intollerante, sei tale e quale a quelli che picchiano il ragazzo con lo smalto sulle unghie.

E nessuno di noi ha la voglia e la pazienza di discolparsi da accuse fantasiose e aggressività da eccesso di tempo libero: ma certo che il genere è una cosa distinta dall’identità di genere, ma certo che i bambini di un anno e mezzo sanno cosa siano i generi sessuali, ma certo, fate un po’ come cazzo vi pare.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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