Effetto RecoveryGentiloni dice che la crescita post Covid sarà più forte del previsto

Il commissario Ue agli Affari economici al Messaggero spiega che nelle previsioni di primavera per la prima volta sarà incluso anche l’impatto dei piani nazionali. Ma la sfida sarà la qualità della ripresa, «se sarà sostenibile e se sarà duratura», non solo «una fiammata dopo la caduta». E annuncia che si stanno valutando nuove sanzioni contro la Russia

(John Thys/Pool Photo via AP)

Paolo Gentiloni, commissario Ue agli Affari economici, commentando sui social i dati relativi alle previsioni di crescita dei principali Paesi europei, si è detto ottimista. «Parlavo di ottimismo nel commentare dei dati ancora negativi, nel senso che abbiamo avuto sia nel quarto trimestre dell’anno scorso che nel primo trimestre di quest’anno, un lievissimo segno meno: 0,5% di crescita negativa. Ricordavo tuttavia che la ripresa è in atto e sarà particolarmente forte nella seconda metà dell’anno», dice al Messaggero. «Sì, si torna a crescere. La reazione molto veloce e forte delle istituzioni Ue e di conseguenza dei singoli Paesi, ha attutito le conseguenze di un 2020 drammatico per l’economia reale. Naturalmente dietro questi numeri ci sono ferite sociali molto gravi da rimarginare. Penso al lavoro di giovani e donne o a settori tuttora in crisi nel commercio, nel turismo, nella ristorazione, nella cultura. Tuttavia l’ondata è stata contenuta e io credo che il vento di ripresa potrebbe anche esser più forte del previsto. La sfida sarà la qualità di questa crescita: se sarà sostenibile e se sarà duratura, non sarà solo un rimbalzo post crisi».

Il commissario poi va nei numeri: «Nelle previsioni d’inverno della Commissione parlavamo di crescita del 3,8% per il 2021 e 2022. Presenterò le nuove previsioni di primavera tra una decina di giorni e credo che potrebbero essere anche migliori. L’Italia? Potrebbe avere un buon livello e godere in particolare di una ripresa forte. Però, ripeto, il tasso di crescita è importante: il Fmi ha parlato per l’Eurozona di un tasso di crescita superiore al 4%, numeri che non vedevamo dal secolo scorso in Europa. Ma tutto ciò deve corrispondere a una economia più verde e a una crescita che non sia solo una fiammata dopo la caduta».

Andrà considerato l’impatto del Next Generation Eu. Ma i tempi e il come realizzeremo le riforme promesse saranno altrettanto decisivi rispetto al quanto. Gentiloni conferma: «Le nostre previsioni di primavera per la prima volta includeranno proprio l’impatto dei piani di Recovery. Direi che a contare non sarà tanto la velocità quanto il rispetto degli obiettivi e dei tempi previsti nel piano. È importante essere consapevoli del fatto che l’Italia ha messo sul tavolo tutte le carte disponibili. Si gioca, potremmo dire, l’intera posta, come cercando una spinta storica per uscire da oltre vent’anni di bassa crescita e alto debito. È una scelta giusta e impegnativa, non tutti i Paesi hanno utilizzato l’intero ammontare di prestiti disponibili. Questo vuol dire che il volume di risorse che arriverà sarà enorme e quindi il rispetto degli impegni presi, nei tempi che sono stati decisi, è fondamentale».

Cosa accadrebbe se una delle riforme previste dal piano non trovasse realizzazione nelle modalità e nei tempi previsti? C’è davvero il rischio che si blocchi il flusso di risorse? «Sì», risponde Gentiloni. «È insito nelle regole che gli Stati membri hanno deciso all’unanimità. Non dimentichiamo che questo piano viene da una decisione impensabile fino a un anno e mezzo fa di emettere un debito comune per obiettivi comuni. Una volta approvato il piano, tra due-tre mesi in media, ci sarà un primo finanziamento del 13% e poi via via ulteriori finanziamenti che arriveranno un paio di volte l’anno: per un Paese come l’Italia parliamo di tranche di una ventina di miliardi circa. Ebbene, sono legate al raggiungimento di obiettivi previsti nei tempi previsti. Se non vengono realizzati in modo sostanziale e se i tempi vengono disattesi in modo sostanziale, le tranche non arrivano. Non sarà una decisione discrezionale, perché tutto è stato fatto, tolto il primo finanziamento, per rendere questi successivi versamenti “oggettivi”».

Accanto alle priorità valide per tutti i Paesi, ovvero la transizione ambientale e la competitività digitale, «proprio perché ci giochiamo l’intera posta e andiamo in cerca di una spinta storica, per l’Italia sono fondamentali anche le riforme, da quella fiscale ai tanti aspetti legati alla concorrenza. E la giustizia, per un accorciamento dei tempi del processo civile che li avvicini alla media europea. E poi ancora, le politiche attive sul lavoro, la pubblica amministrazione, soprattutto in rapporto all’economia: gli investimenti, gli appalti. La fatica di queste riforme mi è chiara. Al tempo stesso, nel momento in cui fai una scelta così ambiziosa, e Mario Draghi ha messo in fila risorse per quasi 250 miliardi, devi cogliere l’occasione».

Ma «non renderemmo un buon servizio a Draghi dipingendolo come l’uomo dei miracoli», avverte Gentiloni. «L’impresa di portare a termine le riforme deve essere vissuta come una missione comune tra le forze politiche e sociali, tra le autorità centrali e territoriali. Se invece si cadesse nella tentazione di considerare il piano una sorta di mega finanziaria, in cui ciascuno cerca il proprio tornaconto da sbandierare, l’Italia non andrebbe molto lontano».

Ora bisognerà attendere che gli altri Stati ratifichino il piano e soprattutto sta alla Commissione reperire sui mercati questa mole di denaro. «Non nutro alcun dubbio che sarà un successo», dice Gentiloni. «Abbiamo raccolto quasi 100 miliardi di debito comune per il meccanismo Sure che finanzia schemi nazionali come la cassa integrazione, e la domanda dei nostri bond europei è stata 15 volte l’offerta. Lo stesso sono sicuro avverrà quando faremo gli eurobond per il Recovery. L’incognita semmai sono i tempi di ratifica: mancano ancora 8 Paesi e in alcuni di questi non mancano le difficoltà, penso alla Finlandia, ma mi auguro che vengano superate al meglio».

In Italia però resta ancora da sciogliere il nodo della governance. «Primo, la parola governance non aiuta a capire di cosa stiamo parlando», spiega il commissario. «C’è una responsabilità politica, che sarà di palazzo Chigi, del Mef e dei vari ministeri. Con il controllo del Parlamento. Poi c’è il problema delle procedure. E questa è una delle sfide più difficili. L’Italia è penultima tra i grandi paesi come capacità di assorbimento delle risorse europee. I fondi europei, di norma cofinanziati, restano lì: se fai tardi, vieni rimproverato ma le risorse non le perdi. Nel caso del Recovery, rischi la cancellazione di intere rate di questa enorme provvista finanziaria. Quindi occorre intervenire sulle procedure, introducendo modalità straordinarie, corsie preferenziali, semplificazioni, ed è esattamente quello che so che il governo sta facendo, per rendere l’assorbimento di questo ammontare di risorse nei tempi previsti, possibile».

Quanto al patto di stabilità, ora sospeso, Gentiloni dice: «Farò alcune proposte alla Commissione verso la fine di quest’anno: abbiamo bisogno che intanto il Recovery decolli e che vi sia maggiore certezza sulla ripresa. Le cose sono molto cambiate da quando il Patto è stato stabilito e non possiamo guardare agli anni Venti con gli occhi di 15 anni fa: il debito medio è al 100% del Pil ed era vicino al 60 all’epoca di Maastricht, abbiamo un’enorme necessità di investimenti se prendiamo sul serio la transizione ambientale e la resilienza; abbiamo tassi di interesse che erano in media al 4% e ora intorno allo zero. Questo diverso mondo è la base per modificare le nostre regole comuni, conservando la necessità di avere però regole comuni. Si tratta di far diventare la qualità della crescita un pilastro almeno altrettanto importante quanto la stabilità finanziaria».

Possiamo dire che la stagione del rigore ormai è archiviata, dunque? «Nella mia testa sicuramente. Non sarà facile, però, come non è stato facile arrivare a un’intesa sul debito comune per il piano di Recovery: ci sono anche Paesi che pensano che si dovrebbe tornare dopo questa crisi alle regole precedenti. Io penso invece che abbiamo un’occasione storica visto che per la prima volta la Commissione dispone non solo di regole comuni ma anche di miliardi comuni, una bella differenza».

E dopo che la Russia ha vietato a Sassoli e altri sette esponenti Ue l’ingresso nel Paese come ritorsione sul caso Navalny, dice: «È grave che la Russia prenda di mira le istituzioni europee. Una cosa irragionevole che merita una risposta, che ci sarà». Nuove sanzioni? «È una valutazione che stiamo facendo. Le istituzioni Ue meritano rispetto anche quando come nel caso Navalny esprimono opinioni non gradite al Cremlino».

Lo dice anche lo stesso David Sassoli, presidente del Parlamento europeo definito come persona «non grata» in Russia, alla Stampa. «I sistemi autoritari sono in difficoltà, hanno bisogno di trovare i nemici esterni per placare il disagio sociale interno», spiega. «Noi crediamo nel dialogo, ma la risposta sarà adeguata».

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