Il no di DraghiPer la tassa di successione, Letta potrebbe anche trattare con Salvini sulla legge elettorale

Il segretario del Pd in un’intervista a “7” del Corriere snocciola il suo programma, dalla dote per i giovani all’adeguamento tra stipendi dei manager e dei lavoratori. Ma il premier ieri in conferenza stampa ha già detto che non è questo «il momento di prendere soldi»

(LaPresse)

Mario Draghi in un colpo solo ha bocciato sia la flat tax di Matteo Salvini sia la proposta di una tassa di successione per i patrimoni sopra il milione di euro (finalizzata ad assicurare una dote per i giovani) lanciata da Enrico Letta. «Ora non è il momento di prendere soldi ai cittadini ma di darli», ha detto il premier nella conferenza stampa di presentazione del decreto sostegni bis appena approvato.

In un’intervista pubblicata su “7” del Corriere, Letta spiega però quanto conti la proposta nel suo programma. Così come nel suo ultimo libro “Anima e cacciavite” elogia Jacques Delors, che cedette alla Thatcher su una questione a cui lei teneva particolarmente pur di ottenere in cambio l’Erasmus, il segretario del Pd dice che «per la dote ai diciottenni sarei disposto a venire a patti anche sulla legge elettorale. Il mio sogno è trattenere i ragazzi italiani in Italia, senza però farli restare in casa con mamma e papà fino a trent’anni. Il problema principale del nostro Paese è che non fa più figli. Ci vuole una dote per i giovani, finanziata con una parte dei proventi della tassa di successione, e un accesso ai mutui-abitazione anche per chi non ha genitori in grado di fornire garanzie».

Giovani e donne sono i suoi cavalli di battaglia. «In Francia, in Italia e adesso anche a Madrid, la destra ha una donna al vertice, ma dietro soltanto uomini», spiega. «Io invece nel Pd voglio creare le condizioni per una parità vera, che passa dalle aborrite quote rosa perché non c’è altro modo per mettere in condizione le donne di occupare posti che consentano loro di fare esperienza e acquisire capacità di guida».

Letta propone anche di «individuare un coefficiente che colleghi lo stipendio del capo-azienda a quello dei dipendenti. Oggi il divario è diventato assurdo e immorale». E, aggiunge, «di sicuro si può fare a livello reputazionale. Come già avviene per la sostenibilità ambientale, arriverà il giorno in cui un’azienda che non applica la clausola Valletta verrà penalizzata sul mercato. Ci vuole più democrazia economica: è il momento di far partecipare i lavoratori ai consigli di amministrazione e di dare azioni delle società ai dipendenti. Bisogna anche eliminare i paradisi fiscali all’interno dell’Area Euro, come è il caso dell’Olanda».

Sulla questione chiave del lavoro, dice: «Sono contento di avere convinto Draghi a inserire nel piano di rilancio una clausola di premialità a favore delle aziende che assumono giovani e donne. Erano i giorni in cui Salvini smaniava per spostare il coprifuoco alle 23, questione che in ogni caso si risolverà nel giro di poche settimane. La battaglia di Salvini ha fatto il titolo dei tg e il pieno di “like” per un giorno. La nostra clausola trasformerà l’Italia nei prossimi dieci anni».

E mentre Matteo Salvini sul Foglio dice che Letta è «ossessionato» da lui, accusandolo di essere un «radical chic», il segretario dice che lo demonizza, «però sento il dovere di rimarcare le differenze. Per lui la libertà, anche arbitraria, dell’individuo viene prima del bene collettivo, per me no. La destra dice: “Prima Io”. La sinistra: “Prima Noi”». E su Giorgia Meloni dice: «La rispetto. Sono alternativo a lei, ma ha indubbie capacità politiche».

Poi arriva il capitolo del rapporto con Giuseppe Conte e i Cinque Stelle. Sull’ex premier dice: «Con lui si lavora bene. E poi, siamo realisti: noi per ora abbiamo il 18 per cento, non il 50, e poiché non intendo certo allearmi con Meloni e Salvini…». Però, «sia chiaro che non lasceremo ai Cinque Stelle la bandiera della sostenibilità giusta. Io non nasco ambientalista, ma a Parigi sono entrato in sintonia con la generazione di Greta che vuole evitare la fine del mondo. Però ho anche visto in azione i gilet gialli».

E il Partito democratico? «So perfettamente perché mi hanno chiamato: la Curia non si metteva d’accordo e aveva bisogno di un Papa straniero», ammette. Ora «la partita si gioca anzitutto sulle donne e sui giovani che non votano più a sinistra. Nel 2018 il Pd ha perso perché c’erano un leader e 945 candidati, mentre per vincere servono un leader e centomila militanti che facciano campagna elettorale sui social, nelle case, negli spogliatoi del calcetto. Se a chiedere il voto è una persona che non è direttamente il candidato, il Pd diventa più credibile e meno antipatico». Ma «basta partito della Ztl, io voglio il partito di Monteverdi Marittimo, il comune della provincia di Pisa più lontano dal capoluogo, dove a vent’anni feci il mio primo comizio da candidato. Persuaso di parlare chissà quanto, fui accolto dal segretario locale così: “A te la parola, ma ricordati che noi alle otto si va a cena”».

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