La grande stagnazioneIl Recovery Plan è l’unico defibrillatore per rianimare l’economia piatta dell’Italia

È necessario che il nostro Paese sappia cogliere con intelligenza e oculatezza la risposta alla crisi sanitaria come opportunità per risolvere i suoi problemi strutturali. Ma abbiamo solo una occasione

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I prossimi 24 mesi saranno determinanti per il futuro dell’Unione, singoli Stati membri e cittadini, con nuove sfide, appuntaneti, scadenze, nuovi inizi e cambiamenti a livello internazionale. L’associazione Erasmo ha scelto di concentrare la propria attenzione su questo arco temporale, per analizzare gli eventi in programma con le partnership di Linkiesta, Spinelli Group, Re-Generation, Fondazione Antonio Megalizzi, Cultura Italiae, Comunita di Connessioni, Italiacamp, GaragErasmus e A2A.

Se paragonassimo uno Stato moderno al corpo umano, l’economia costituirebbe il suo cuore pulsante: se le aziende producono facendo profitto e i residenti consumano, nel complesso l’aumento dell’occupazione e di conseguenza del numero degli stipendi rinforzerà la produzione e il consumo, accelerando la ripresa economica.

La figura 1 mostra il tasso di crescita annuo del Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano, indicatore principale per misurare la prestazione economica aggregata di un paese negli ultimi 50 anni. Riunisce i consumi, la spesa pubblica, gli investimenti e la differenza tra esportazioni ed importazioni di un paese. In effetti, l’andamento economico del PIL del nostro Paese disegna un tracciato simile a quello del battito cardiaco.

Salta all’occhio il ’’sussulto’’ senza precedenti che il tasso di crescita del nostro Paese ha avuto da gennaio a Luglio 2020, durante la prima ondata della pandemia di Covid-19. Nel recente periodo, l’attività economica si è ridotta di 19 punti percentuali, per poi riprenderne 16 durante il periodo estivo ed autunnale del 2020. Se paragoniamo la crisi pandemica di oggi alla crisi finanziaria del 2008-2009, in cui l’Italia ha subito un crollo di soli 5 punti e mezzo percentuale di PIL, capiamo quanto l’impatto della pandemia sulla quasi totalità dei settori economici italiani sia stato senza precedenti: un vero e proprio colpo al cuore.

Ma quali sono le implicazioni reali di questo shock economico? Innanzitutto, bisogna distinguere gli effetti diretti ed indiretti dell’emergenza sanitaria sui settori produttivi italiani. Il virus ha avuto un impatto diretto sull’economia, aumentando il tasso di assenza dei lavoratori italiani, ovvero sul numero di lavoratori dipendenti pubblici e privati costretti a casa, o peggio, in ospedale, nel periodo di convalescenza.

L’Istat ci rivela come, nel secondo trimestre del 2020 venissero lavorate complessivamente il 17% di ore in meno rispetto allo stesso periodo nel 2019, indice di aumento delle convalescenze da Covid-19.  Inoltre, l’andamento esponenziale dei contagi e dei decessi ha costituito un onere importante sulle spese per le cure sanitarie, specialmente nelle terapie intensive. Per far fronte alla rapida diffusione del virus, il governo ha varato il decreto Cura Italia, che, tra gli obiettivi, aumenta le risorse destinate al sistema sanitario alle persone colpite dal Covid-19 e per la prevenzione e contenimento dell’epidemia. Il decreto, sommato alle spese sanitarie regionali ed altre manovre finanziarie governative, ammonta al 7,2 % del PIL, 3,6% in più rispetto al 2019.

Tuttavia, le politiche di contenimento della pandemia voluti dal Governo, come il lockdown e il coprifuoco, sono state le misure ad aver maggiore impatto sui settori produttivi.
L’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha risposto alla prima ondata epidemica dichiarando lo stato di emergenza sanitaria su tutto il territorio nazionale, status giuridico che permette di derogare in una certa misura ad alcuni diritti dei cittadini per contrastare la causa dell’emergenza. Il governo ha poi emanato alcuni provvedimenti di forte restrizione del movimento per ragioni non essenziali quali lavoro, salute e necessità. Con il decreto dell’11 marzo 2020, il governo italiano ha infatti sospeso tutte le attività commerciali al dettaglio, dei centri sportivi, di eventi culturali, concerti e manifestazioni, nonché ha disposto la temporanea interruzione di tutte le attività di ristorazione e gli assembramenti in luoghi pubblici e privati, limitando la libertà di movimento dei cittadini da marzo a maggio 2020.

Il ’’Grande Lockdown’’ durato da marzo a maggio 2020 non si è più replicato nella sua durata ed ha ceduto il passo a politiche di contenimento più flessibili sotto forma di chiusure decentralizzate, regionali e comunali a seconda degli scenari epidemiologici diversi, espressi in ’’zone’’, istituite dal DPCM del 3 novembre 2020. Siamo così passati dal glorioso tricolore verde, bianco e rosso, al preoccupante giallo, arancione e rosso.

Il radicale mutamento delle abitudini di milioni di cittadini e residenti e le limitazioni al movimento sono stati il fattore principale della crisi economica dei settori italiani più sensibili alle restrizioni, come il turismo, il manifatturiero, la ristorazione, i trasporti nonché dell’economia nel suo insieme. Nella teoria generale, la visione prevalente è che le diverse politiche di contenimento nazionali abbiano causato la rottura delle catene globali e locali di produzione, e causato una diminuzione netta sul fatturato delle aziende dei settori più colpiti. Un esempio dell’impatto senza precedenti del covid è dato dal turismo, che da solo compone circa il 13% del PIL italiano, nonché tutti i settori economici afferenti ad esso come quello dei trasporti, degli alloggi e della ristorazione.

Nel nostro Paese, l’ISTAT rileva una diminuzione del 60% dei turisti, ovvero 233 milioni di turisti in meno nel 2020 rispetto al 2019. Questa contrazione disastrosa mostra significativamente l’effetto che le politiche di contenimento hanno sul lato dell’offerta dei servizi e dei beni: se il fatturato delle imprese cala di una tale percentuale, segue che gli imprenditori non siano più in grado di pagare tutti i lavoratori. Da questo discende quindi il licenziamento di gran parte quei lavoratori non aventi contratti che possano tutelare la continuità del loro impiego divenuto di fatto inutile e che quindi le aziende non si possono più permettere, nonché la diminuzione drastica delle ore lavorate di quasi tutti gli occupati rimanenti. Per meglio contestualizzare, l’ISTAT stima che nei primi nove mesi del 2020 in Italia siano andate perdute 3,9 miliardi di ore lavorate rispetto allo stesso periodo del 2019, e che nel Dicembre 2020 ci fossero 425mila disoccupati in più rispetto a Febbraio 2020 prima dell’inizio delle misure di contenimento.

I nuovi disoccupati sono per tre quarti donne o fasce sociali considerate deboli quali giovani o personale poco professionalizzato. Tutti i nuovi disoccupati, non avendo più un salario, e tutti gli impiegati che lavorano meno ore e che quindi hanno uno stipendio minore contribuiscono nell’aggregato ad una diminuzione dei consumi sia per mancanza di reddito, sia per l’incertezza del futuro. Se i cittadini cercano meno beni e servizi in determinati settori, le imprese a loro volta ridurranno gli investimenti nelle loro attività perché è inutile aumentare la produttività quando si produce già troppo rispetto alla domanda di mercato. Si crea dunque una spirale catastrofica, per cui minore reddito delle imprese e dei lavoratori si traduce in meno consumi, che si traducono in meno investimenti delle imprese nelle loro attività e dunque in meno impiego, iniziando nuovamente il circolo vizioso.

Uno degli aspetti fondamentali delle recessioni causate dalla spirale catastrofica è l’impatto dello shock sulla distribuzione del reddito. Come il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha evidenziato nel suo discorso programmatico al Senato, a seguito della crisi sanitaria, in Italia si è registrato un aumento della povertà ed un abbassamento della capacità di spesa, nei ceti meno abbienti. Per misurare questo dato, si usa solitamente il coefficiente di Gini, dal nome del matematico italiano che lo elaborò nello scorso secolo. Secondo questo parametro, un valore pari a 0 corrisponde ad una perfetta uguaglianza nella distribuzione del reddito, mentre se l’indicatore è uguale a 1, significa che tutta la ricchezza è in mano ad una sola famiglia. Se nel 2017 avevamo un valore pari a 35.9, oggi la Banca d’Italia ha calcolato che l’Italia si attesta su 41.1, con una variazione di 4 punti in più di disuguaglianza solo nell’ultimo anno.

Cosa fare quando anche l’economia si ammala? Il Governo ha posto in essere numerosi rimedi che sostengono il reddito e quindi la spesa pubblica, ovvero l’implementazione dei cosiddetti stabilizzatori automatici: sussidi di disoccupazione, malattia ed inclusione, il più conosciuto dei quali la Cassa integrazione, ma anche il risarcimento di una parte o della totalità delle perdite che le imprese hanno subito per via della pandemia con il decreto Cura Italia. Queste misure hanno contenuto i danni e rallentato la corsa della spirale, ma ciò non basta a riportare l’economia alla normalità. Per imprimere una sostenuta crescita economica, serve usare un defibrillatore potente che imprima una forte scossa al cuore in affanno dell’economia italiana.

Serve una strategia di politica economica forte ed incisiva che faccia riprendere le attività economiche ai livelli pre-pandemia e ne permetta lo sviluppo, unitamente ad un piano vaccinale che riduca drasticamente la diffusione epidemiologica. In questo ci dà una mano l’Europa che il 17 dicembre 2020 ha adottato il budget 2021-2027 in cui è previsto un Piano di Ripresa Europeo senza precedenti del valore di un totale di 1800 miliardi di euro in sette anni per i 27 Stati europei. Il budget europeo è stato espanso dal famoso Next Generation EU, ovvero uno strumento di recupero economico temporaneo che consta di 750 miliardi, di cui circa la metà in sovvenzioni che non dovranno essere restituite ad interesse dagli Stati.

Si cerca, in questo modo, di ridisegnare l’Europa in maniera più unitaria e corale, pur nel rispetto delle specificità delle caratteristiche dei singoli Stati. L’Italia potrà quindi beneficiare nei prossimi sei anni di un totale di 248 miliardi di euro, tra cui il Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR) di 191,5 miliardi di euro (ovvero il 27,8% dell’intero importo), 30,6 miliardi da un Piano parallelo adottato dal governo ed altri 26 miliardi per la realizzazione di opere specifiche. Le direttrici strategiche principali per rilanciare l’economia sono tre: la digitalizzazione, l’innovazione e la transizione ecologica. Il Ministero per lo Sviluppo economico italiano stima che questo importante pacchetto di riforme ed investimenti avrà, al suo completamento nel 2026, un impatto positivo di 3 punti percentuali sul nostro PIL.

Per scongiurare il terribile scenario di un elettrocardiogramma piatto dell’economia italiana è necessario che il nostro Paese sappia cogliere con intelligenza ed oculatezza la risposta alla crisi sanitaria come opportunità di risoluzione di problemi strutturali.

Nel periodo precedente alla pandemia, infatti, gli indicatori economici restituivano l’immagine di un Paese in stagnazione da lungo tempo: dal 1999 al 2019 il Pil in Italia è cresciuto in totale solo del 7,9%, mentre nello stesso periodo in Francia e Spagna, la crescita è stata rispettivamente del 30,2 e del 43,6. La risposta all’emergenza sanitaria può dunque rappresentare il defibrillatore che darà la scossa necessaria all’Italia per risollevare il Paese da condizioni economiche già critiche prima della crisi. Perciò è stato necessario usare un piano che sia allo stesso tempo di resilienza e di rinascita, da cui l’acronimo di PNRR.

Fondamentale componente del piano è la parola resilienza, ovvero l’abilità di trasformare le crisi e le sfide in opportunità per progredire verso il meglio. L’implementazione di questo piano è una grande occasione per il nostro Paese per colmare un divario infrastrutturale e tecnologico, causa principale di arretratezza e rallentamento economico, un’occasione per poter rispondere alle istanze urgenti ed attuali del riscaldamento globale e dei problemi legati al clima. Il PNRR, ad oggi, è l’unica arma a disposizione per spezzare definitivamente la stagnazione ventennale italiana.

La riflessione proposta da Erasmo sul “Biennio Europeo”, progetto di cui la Fondazione “Antonio Megalizzi” è partner, colloca questo intervento nel dibattito avviato. Si tratta di un momento importante per dare attenzione all’arco temporale più importante per la storia dell’Europa e per richiamare tutti, a partire da chi ha responsabilità di guida, alla necessità di intraprendere nuova strada dopo l’emergenza sanitaria.

*Davide Orsitto & Domenico Licheri sono due volontari della Fondazione Antonio Megalizzi

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