Morte al comunicato stampaSi può scrivere di cibo in modo diverso? Sì, e cominciamo ad avere parecchi esempi

Biodinamica, vita normale, che non è quella che vivono i camerieri, e la differenza tra social justice warriors e persone che stanno facendo il proprio lavoro. Questo e molto altro tra gli ingredienti di questa puntata di Burp!

Mentre l’Italia intera… no, mi correggo. Mentre l’intera nostra bolla del cibo discuteva dei fondamenti a-scientifici dell’agricoltura biodinamica e si schierava dividendosi tra individui comprensivi e novelli Burioni ‒ a tale proposito si legga l’articolo chiarificatore di Chiara Cavalleris per Dissapore, Biodinamica: perché l’Italia non può finanziare il cornoletame (e gli scienziati sono molto vanitosi) ‒ il resto del mondo continuava a farsi la sua strada, regalandoci qua e là qualche notevole esempio di “cosa può fare la scrittura gastronomica”. Più volte ho sottolineato come la corrente dominante e mainstream di questo settore sia ancora perlopiù dominata da un approccio ai temi gastronomici superficiale, comunicatostampesco, tutto chef e nuove aperture, un taglio che, sia chiaro, condivide con altre prestigiose branche dell’articolato universo giornalistico-scrittorio.

Ma visto che qui ci occupiamo di cibo, rimaniamo sul cibo. E lo facciamo segnalando come ancora una volta siano le pagine di una newsletter ad alzare l’asticella. La quarta stagione di Vittles, progetto-newsletter curato da Jonathan Nunn, è dedicata all’iper-regionalismo, per indagare come «la specificicità dei luoghi influenzi il modo in cui mangiamo», e si apre con un pezzo di grande sostanza e fascino come Le Bouillon de Noailles, di Frank L’Opez: la dimostrazione che abbiamo parecchio bisogno delle microstorie che popolano questo nostro mondo, lontano dai riflettori accesi dai professionisti della comunicazione.

Sempre a proposito di scrittura gastronomica, la pluricitata (tra le pagine di Burp!) Alicia Kennedy ha scritto una cosa condivisibilissima in On Thinking, a proposito di coloro, e sono sempre di più, che esplicitano uno sguardo critico e politico sul cibo: «Perché coloro che additano i problemi che ci sono nell’industria e a livello politico diventano subito attivisti e “social justice warriors”? Perché non possiamo essere semplicemente persone che stanno facendo il proprio lavoro, un lavoro che dovrebbe essere considerato nella sua sostanza piuttosto che nella differenza politica che viene percepita?». Insomma, potremmo anche dire basta all’etichettatura di certe penne come “attivisti/e”: stanno facendo giornalismo, o comunque stanno producendo cultura e informazione sullo stesso piano di legittimità degli altri.

A proposito di sguardo politico, su Cookmag Stefano Bagnacani ha firmato Vuoi lavorare in un ristorante? No, grazie: io voglio una vita normale, un articolo che in parte riprende i temi di cui discutevamo la scorsa settimana. Ci troverete molte osservazioni condivisibili, e magari anche la consapevolezza che la pandemia ha avuto almeno il merito di portare i nodi al pettine nel mondo della ristorazione, in relazione al tema del lavoro.

Rimanendo sul versante eredità della pandemia, su Eater Luz Cruz ha pubblicato Mutual Aid May Be Last Year’s Most Enduring Legacy, un pezzo in cui racconta come nelle enormi difficoltà che abbiamo vissuto oltre al peggio di noi sono uscite anche cose buone, soprattutto sul versante della solidarietà e dell’aiuto reciproco.

Infine su Taste è uscito un contributo di Matt Rodbard dal titolo Bryant Terry Is Rewriting the Cookbook Playbook, in cui si racconta come il cuoco e scrittore afroamericano stia riscrivendo il canone della ricettistica e dei libri di cucina, aprendosi alle contaminazioni con l’arte, la cultura, il benessere. A proposito di scrittura gastronomica e nuovi confini, appunto.

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