Meglio pigiare sul pedale del gasSulle rinnovabili c’è un estremismo che si basa su premesse sbagliate

La transizione energetica continua ad alimentare il conflitto tra chi auspica un uso esclusivo di fonti “pulite” e chi, come il geologo Gareth Lewis, sostiene invece l’opportunità di un utilizzo ibrido di fonti fossili e renewables come via migliore per ottenere una riduzione rapida, economica e sostenibile delle emissioni globali

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Rinnovabili, gas naturale, nucleare: il dibattito su quella che dovrebbe essere una transizione energetica equa e sostenibile continua a infiammare l’opinione pubblica e quella degli addetti ai lavori.

Questa volta, la voce che si è levata è quella del geoscienziato Gareth Lewis che, in un articolo del Cosmopolitan Globalist, ha ipotizzato il modo migliore per ottenere una riduzione rapida, economica e sostenibile delle emissioni globali di gas a effetto serra.

L’assunto di base da cui si dipana il ragionamento del geologo è che, per quanto possa sembrare virtuoso avvalersi di energia originata esclusivamente da fonti rinnovabili, a oggi permangono diversi nodi da sciogliere riguardo ad alcune loro fragilità, come la discontinuità e l’intermittenza. Oppure ancora, il fatto che, quando le fonti rinnovabili producono energia in eccesso, quest’ultima, a causa della mancanza di spazio di stoccaggio, viene sprecata.

Partendo da queste considerazioni, Lewis ha esposto i presupposti che, a suo dire, dovrebbero guidare una parte del dibattito pubblico sul tema e di cui non sarebbero invece a conoscenza i sostenitori di una transizione energetica guidata esclusivamente, o prevalentemente, da energie rinnovabili.

«Il predominio del petrolio nel mix energetico globale mi fa presumere che il mondo continuerà e dovrà continuare a utilizzare volumi significativi di petrolio nei prossimi decenni e che questa sia una necessità impermeabile a qualsiasi ideologia», ha spiegato il geoscienzato. «Presumo anche che le preoccupazioni per il clima guideranno la politica energetica, almeno in Occidente. Sono deliberatamente agnostico sul fatto che queste preoccupazioni siano fondate: semplicemente, ritengo che guideranno la politica».

Secondo Lewis, il ragionamento dei sostenitori di un’elettrizzazione rinnovabile a tutto tondo si fonda su quattro assunti. In primo luogo, l’energia rinnovabile sarà sempre disponibile e sarà possibile trasportarla in qualsiasi momento là dove è necessaria. In secondo luogo, l’infrastruttura di trasmissione dell’energia di cui abbiamo bisogno potrà essere costruita in modo rapido e conveniente. In terzo luogo, l’energia sarà generalmente disponibile a un costo ragionevole. Infine, i consumatori saranno disposti ad adattare le proprie abitudini di consumo energetico, utilizzando l’energia nei momenti in cui ne è disponibile una quantità sufficiente.

Lewis cita uno studio, commissionato dalla Canadian Gas Association, che valuta quanto costerebbe una transizione totale verso le rinnovabili in Canada.

«Tutt’oggi, un quarto dell’energia industriale a combustibili fossili utilizzata proviene da impianti a gas. Lo studio della Canadian Gas Association presume, ragionevolmente, che risorse significative come questi impianti verranno utilizzati fino alla fine del loro ciclo di vita. Ritirarli in anticipo aumenterebbe il costo della transizione».

La stima del costo della transizione energetica del Canada da qui al 2050 dipende dallo scenario: uno per il quale si continua a utilizzare un mix ibrido di energie rinnovabili, gas naturale e altri combustibili fossili, oppure uno in cui si fa ricorso esclusivamente a energie rinnovabili. «In base ai risultati dello studio la transizione, nello scenario ibrido, costerebbe 580 miliardi di dollari canadesi (392 miliardi di euro, al tasso di cambio odierno). Nel secondo, 1.370 miliardi di dollari canadesi (927 miliardi di euro)».

Lewis affronta poi il tema del Gnl (gas naturale liquido). «Molti sostenitori dell’energia verde rifiutano l’idea che quest’ultimo e il gas naturale contribuirebbero a ridurre le emissioni di gas serra, nonostante la sostituzione del carbone con il gas naturale sia la ragione principale per cui le emissioni di molti Paesi, comprese quelle degli Stati Uniti, sono diminuite dalla metà degli anni 2000».

Secondo il geoscienziato, esistono solo due opzioni reali per il trasporto globale di energia a basse emissioni di carbonio: il Gnl oppure l’idrogeno. «Perché allora così tanti sostenitori dell’energia verde resistono? Qui dobbiamo guardare, ancora una volta, alle loro ipotesi».

La prima è che i combustibili fossili guidano le emissioni globali di CO2, causando direttamente un riscaldamento globale di una rapidità senza precedenti. Questa, sostengono, è una crisi esistenziale per l’umanità, evitabile solo eliminando gradualmente i combustibili fossili a livello globale. In secondo luogo, presumono che l’elettrificazione della società, alimentata da energie rinnovabili, possa e debba sostituire l’uso di combustibili fossili in settori chiave come i trasporti, il riscaldamento, l’industria e l’agricoltura.

Per Lewis, alla base di questo ragionamento c’è il presupposto che il pericolo del riscaldamento globale antropogenico dovrebbe indurci a rifiutare i combustibili fossili di ogni tipo. «Di solito, questo va di pari passo con questo assunto: dovremmo imporre tasse aggressive sul carbonio progettate per rendere i combustibili fossili non competitivi con le rinnovabili. Dovremmo, dunque, imporre tariffe sul carbonio sulle merci importate per garantire che nessuno delocalizzi le proprie industrie e manifatture ad alta intensità di carbonio in Paesi in cui non saranno tassate in modo rilevante; in caso contrario, i consumatori potrebbero decidere di pagare meno per i beni prodotti in modo non sostenibile».

Tuttavia, sottolinea il geologo, le tecnologie rinnovabili, in particolare i pannelli solari e le turbine eoliche, si basano sulle terre rare. «La Cina ha accumulato circa l’80 per cento della capacità globale di disporre di minerali strategici: è il caso del cobalto, ad esempio, parte fondamentale delle batterie agli ioni di litio. Nel 2019, la Repubblica Democratica del Congo rappresentava oltre il 70 per cento della produzione globale di cobalto e le imprese statali cinesi controllavano quasi tutte le esportazioni», ha sottolineato Lewis.

Un altro presupposto che Lewis contesta è l’idea che le tecnologie delle energie rinnovabili producano zero emissioni. «Questo non è vero perché richiedono combustibili fossili per estrarre, elaborare, produrre e trasportare i componenti degli impianti di energia rinnovabile».

Il geologo avanza così una sua strategia per una transizione energetica a basse emissioni di carbonio, «a mio parere realizzabile, desiderabile e razionale», spiega Lewis. «In primo luogo, dovremmo perseguire l’impiego di gas naturale – molto richiesto anche dalle economie asiatiche in crescita – e GNL, perché queste fonti energetiche a basse emissioni di carbonio possono essere esportate a livello globale.

Come spiega il geologo, a queste due fonti di energie si potrebbe aggiungere l’idrogeno, riducendo ulteriormente le emissioni. L’idrogeno potrebbe anche rivelarsi un valido alleato per risolvere il problema dell’intermittenza delle energie rinnovabili, ideando nuove infrastrutture progettate ad hoc.

«Infine, dovremmo davvero concentrarci sulla riduzione degli inquinanti atmosferici e dei gas serra come l’ossido di azoto e l’ossido di zolfo, ma non ricorrendo interamente alle energie rinnovabili. Se li riduciamo sostituendo il carbone con il Gnl, o mescolando l’idrogeno con il gas naturale potremmo raggiungere questo obiettivo. Non a pezzi e sotto il controllo della Cina. Infine, e questo mi sta a cuore, dovremmo intensificare la ricerca e i programmi pilota per la fusione nucleare. Questa sarebbe la vera tecnologia rivoluzionaria a emissioni zero».