Il popolo delle AlpiLa storia dei Walser, la comunità che unì le terre alte d’Europa

Un popolo silenzioso e laborioso che fonda le proprie radici nei secoli di storia del vecchio continente, testimoniati da documenti ritrovati nell'attuale Tirolo. Vivono in case di legno, costruite con la tecnica blockbau, al di sopra ai mille metri di altitudine. Nel terzo millennio, seppur ormai decimati dalle difficili condizioni climatiche in cui hanno vissuto, conservano fieri il loro bagaglio storico culturale

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Un popolo silenzioso e laborioso, che portò la pace laddove si insediò. Una rarità e un mistero del periodo medievale, quando la diplomazia della spada e del cannone era frequentemente preferita a quella della parola. Un popolo che per primo, fece i conti con il climate change naturale che caratterizzò il clima nei settecento anni della loro esistenza sulle Alpi.

Il popolo Walser fonda le sue radici nei secoli di storia del vecchio continente, presero il nome dagli antichi documenti ritrovati negli archivi del villaggio di Galtür, nell’attuale Tirolo, che descriveva queste genti di montagna di centinaia di anni fa. Quegli Homines dicti walser citati dalle carte del 1317, che colonizzarono le Alpi partendo dal nord e discendendo, collegando Germania, Svizzera, Italia, Austria, Lussemburgo e Francia in una unica grande cultura di montagna.

Sono arrivati fino a noi, favoriti dal loro “isolamento alpino” che mantennero durante i secoli d’oro del loro insediamento, fino al sedicesimo secolo. Nel terzo millennio, seppur in comunità ormai decimate e integrate nel tessuto sociale contemporaneo, conservano fieri il loro ampissimo bagaglio storico culturale ricco di leggende ispirate alle grandiose forze della natura a cui assistevano secolo dopo secolo, e sono forse gli ultimi a parlare la loro originale lingua titsch.

Si difesero dal loro nemico peggiore, il freddo, grazie all’ingegno, e sopravvissero ai rigidi inverni delle terre alte montane, sfruttando un’economia primitiva ma sostenibile, che ha lasciato un segno culturale e antropologico profondo nella storia del vecchio continente.

La storia dei walser
Un popolo libero, senza schiavi. Ogni walser poteva decidere se rimanere nella propria comunità, oppure spostarsi e fondare nuove colonie, in terre inesplorate. Uno status giuridico concordato con i signori proprietari terrieri, glielo permetteva, lassù in alto. Una rarità. Ma questi popoli avevano ben altri problemi da risolvere, per sopravvivere alla natura. Dover vivere in case di legno, costruite con la tecnica blockbau, al di sopra di mille metri di altitudine, li esponeva, per primi in assoluto, al cambiamento climatico medievale.

Prima e dopo l’anno mille, l’Europa entrò in altalenanti periodi di innalzamento e abbassamento della temperatura media annuale, (la controversia dell’hockey stick) che creò fortune e disastri per questa popolazione. Se dapprima il riscaldamento favorì la colonizzazioni delle terre più estreme, a ridosso delle vette più alte, alle pendici del massiccio del Monte Rosa, come le terre alte di Macugnaga, Zermatt, Baceno, Formazza, ma anche di Alagna e Gressoney, che vennero dissodate e coltivate, e sfruttate per centinaia di anni, non sempre di clima favorevole, ma superiore alla media, fino al XIV secolo.

Una ondulazione climatica che i walser seppero comunque gestire, fino a un certo punto. Il duro colpo finale allo “splendido isolamento alpino” di questi popoli, avvenne nel loro periodo di maggiore espansione: nella seconda metà del 1500 la nota piccola era glaciale agì come una scure sui fragili equilibri alpini. La maggior parte delle alte vie, che rendevano possibili le comunicazioni e commerci fra colonie, divennero impraticabili per molti mesi all’anno.

Le comunità si frantumarono in centinaia di piccoli satelliti e si trovarono isolate verso l’alto, verso i loro sbocchi naturali, al di là dei monti. Il freddo e il ghiaccio spinsero i walser a quote più basse, che cercarono approcci con le popolazioni diversissime del fondovalle, delle pianure. Una delle più rilevanti storie di adattamento “climatico” della storia, che proseguì fino ai tempi moderni. 

Le nuove teorie dell’origine walser

L’origine oscura mitizza ancor di più la storia di questo popolo venuto dai ghiacci. Li si associa alla presenza alemanna, arrivati dalle lande germaniche, stanziato in Svizzera insieme ai celti, ben prima dell’anno mille. Ma nuove teorie sulla genesi di questo popolo vengono ancora alla luce, in questo 2021. C’è chi si spinge fino in Scandinavia, per definire i walser di origine sassone.

Colui che ripropone la teoria è Enrico Rizzi, storico di Formazza, nella provincia di Verbania, comune di fondazione walser dalla notte dei tempi. Nel suo nuovo libro, “I walser e le Alpi” edito da Grossi Editore, son ben 50 le pagine dedicate alla trattazione della nuova tesi: «Ma c’è ancora molto da scoprire – ammette Enrico – quello che ipotizzo, in attesa del parere dei linguisti in merito, si può definire come un viaggio della speranza; dalle terre di riferimento dei sassoni, dal nord Europa, fino alla colonizzazione delle Alpi. Alcune settimane di viaggio, verso una terra promessa, che confaceva alle coriacee costituzioni di questi nerboruti popoli pagani».

L’utilizzo dei segni runici, tramandati sui documenti, sosterrebbero questa tesi, insieme a molti altri fattori, anche genetici: «Il popolo walser può essere considerato tutt’oggi un unicum sul panorama mondiale, un popolo unito dalla lingua, dalle tradizioni, nonostante la divisione geografica e politica. Per tutto questo la candidatura come patrimonio Unesco speriamo vada a buon fine, in breve tempo».

Una storia che dura trent’anni, che ancora non trova epilogo. Dopo la candidatura andata a buon fine delle Dolomiti, l’altro candidato è il monte Bianco. E fra Dolomiti e monte Bianco, la trait d’union potrebbe essere proprio la tutela del popolo che unì rispettosamente queste regioni montuose in un’unica cultura, quella dei Walser.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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