Aggiustare il tiroDobbiamo ripensare l’intera società, mettendo al centro noi e l’ambiente

La sentenza del tribunale dell’Aja contro la società petrolifera Shell, che le impone di ridurre entro il 2030 proprie emissioni di gas serra del 45%, dona ai cittadini consapevolezza politica e sociale e prospettive favorevoli per future decisioni simili in quello che si presenta come un contesto sempre meno custodito e tutelato

Il 26 maggio scorso il tribunale dell’Aja ha stabilito che la grande società petrolifera nota come Shell, che con le sue attività ha contribuito al riscaldamento climatico, entro il 2030 dovrà ridurre le proprie emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2019. Cioè una percentuale più che raddoppiata rispetto a quel 20% promesso dalla compagnia.

Si tratta di una sentenza ottenuta grazie ad azioni portate avanti da alcune associazioni ambientaliste e per questa ragione è stata definita «una sentenza storica – come per esempio ha detto in diverse interviste il direttore scientifico di Greenaccord – non tanto per ciò che implica nel caso specifico, ma per tutto quello che comporterà in futuro poiché di fatto apre una breccia fondamentale con il riconoscimento esplicito che il clima e l’atmosfera sono beni fondamentali che appartengono all’intera famiglia umana e dunque da qualsiasi Paese del mondo si possono muovere denunce verso un soggetto, un’azienda, una istituzione che non rispettino i limiti imposti dalla scienza».

Che per la prima volta un’azienda venga obbligata dalla legge a rispettare l’accordo sul clima di Parigi del 2015 è sicuramente un passaggio fondamentale che segna una svolta vera e propria. E anche se la sentenza è vincolante solo nei Paesi Bassi, dove appunto la Shell ha la sua sede principale, dona anche ai cittadini degli altri Stati consapevolezza politica e sociale e prospettive favorevoli per future decisioni simili in quello che si presenta come un contesto sempre più complesso ma sempre meno custodito e tutelato nonostante nel dibattito pubblico globale la trattazione del tema possa suggerire il contrario avendo raggiunto una posizione centrale.

È accertato infatti da diversi studi che alcuni Paesi ricchi e sviluppati pur narrando e pubblicizzando proclami e politiche sempre più green e a tutela dell’ambiente, vanno a deforestare altrove, tipicamente nei Paesi più poveri, per soddisfare la domanda del commercio.

Lo fa la Cina che per soddisfare il proprio bisogno di legname va a deforestare il sud est asiatico. Lo fanno il Giappone, gli Stati Uniti o la Germania: per accedere ai prodotti più disparati partecipano alla distruzione delle foreste spesso quelle tropicali che ospitano e custodiscono il maggior capitale di flora e fauna terrestre.

È stato calcolato che ogni cittadino di un Paese ricco è mediamente responsabile della perdita di circa quattro alberi di un Paese meno abbiente.

Secondo il recente studio del Global Forest Watch, solo l’anno scorso abbiamo distrutto un’area di foresta vergine grande quanto i Paesi Bassi e siamo responsabili a livello globale di un aumento del 12% della deforestazione rispetto al 2019.

Considerando l’azione diretta e indiretta dell’uomo in questa era geologica che più o meno orgogliosamente abbiamo imparato a chiamare Antropocene, sul nostro Pianeta di «Terra pristina», cioè ecologicamente intatta, incontaminata e con una popolazione sana di tutti i suoi animali originali, e priva di segni della presenza umana come campi, strade o deforestazione, non ne è rimasta che meno del 3%. In Amazzonia, nel Sahara, nella tundra artica, nelle Ande del Sud, cioè nelle zone geograficamente meno accessibili.

Tuttavia, se già da diverso tempo molti studiosi hanno iniziato a parlare dell’inizio di una sesta estinzione di massa con gravi conseguenze per cibo, acqua e aria da cui dipende l’umanità tutta, per contro in tutto il mondo è raro trovare classi politiche capaci di una visione di lungo periodo e di una azione coerente e decisiva: la ricerca del consenso immediato pregiudica ogni sforzo di rinnovamento, e anche chi è mosso dai fini più nobili rimane condizionato dai vecchi schemi.

L’unica soluzione possibile è riconnetterci al senso più profondo del nostro essere, allo scopo ultimo delle nostre esistenze, al vero “perché” e ripensare l’economia e l’intera società, ri-animandole, mettendo al centro noi, le persone, gli esseri umani, e l’ambiente in cui viviamo.

Dunque, se i nostri leader politici che sono chiamati in virtù del ruolo che con il voto abbiamo loro attribuito a proporre e applicare soluzioni poi, nella realtà dei fatti si dimostrano le persone meno adatte per riuscirci, ecco che possiamo finalmente fare sì che ogni nostro gesto quotidiano divenga l’espressione di una volontà, di un orientamento, di un’alternativa, di un consenso come di un dissenso.

Ecco che questo diventa un vero e proprio gesto politico continuativo individuale e collettivo. L’esercizio di questo potere politico universale attribuito agli individui come abitanti della Terra al di là dell’appartenenza geografica o amministrativa, è in buona sostanza ciò a cui ha dato valore la sentenza con cui l’Aja ha imposto a Shell il rispetto delle regole stabilite dai Paesi nel 2015 a Parigi.

Dopotutto, quella in cui ci troviamo è anche una grande occasione storica, tra l’altro supportata dalle enormi potenzialità della tecnologia e delle conoscenze scientifiche di cui disponiamo.

Dobbiamo però resistere alla tentazione della nostalgia del passato, quella che Baumann chiamava “retrotopia”, una tendenza che la pandemia ha contribuito a potenziare e che però tende a suggerirci soluzioni vecchie a problemi nuovi.