Il valore della concorrenzaRiformare la regole del mercato per sostenere la crescita

Come spiega Giuliano Amato nella prefazione a “Il segno più” (Luiss Up), il professore Alberto Heimler analizza le implicazioni economiche e le scelte politiche che sono alla base delle principali questioni aperte nell’economia italiana, mostrando come incentivare l’innovazione nei trasporti, nelle infrastrutture, nei servizi e negli appalti pubblici

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È il momento nel quale affidiamo le nostre speranze di crescita al Recovery plan e quindi agli investimenti, alle innovazioni, alle modernizzazioni che dovranno conseguirne sia nel pubblico che nel privato. Su entrambi i versanti molto dipenderà dalle politiche e dalle regolazioni che verranno adottate. Ciò è vero per tutti i Paesi interessati, ma tanto più lo è per l’Italia, dove il timore, fondato sull’esperienza, è che non riusciamo a rimuovere gli ostacoli dai quali è stato frenato il nostro sviluppo negli ultimi decenni e che sono largamente dovuti ai difetti del pubblico, alle sue inefficienze, ai suoi ritardi, alle stesse regolazioni adottate.

È allora un breviario tutto da leggere questo libro di Alberto Heimler, che attraversa i settori più diversi e analizza le relative problematiche regolatorie, guidato da tre bussole fondamentali. La prima è la convinzione che nell’economia sia la concorrenza il principale veicolo di efficienza, con la conseguenza che politiche e regolazioni sagge sono quelle che la difendono e la promuovono. È una convinzio- ne storicamente minoritaria in Italia (Paese che aveva privilegiato in passato più le imprese consorziate che le imprese concorrenti), che era riuscita tuttavia a prender quota a partire dagli anni Novanta, dopo la nascita dell’autorità antitrust.

In anni recenti, però, è stata messa sulle difensive davanti agli effetti della concorrenza globale sulle nostre imprese più deboli, sui posti di lavoro, sui livelli salariali. Questi effetti ci sono stati ma non cancellano, anzi confermano che vince alla lunga chi è più competitivo. E quindi continua a valere la pena cercare di esserlo.

La seconda bussola attiene alle aspettative che possiamo nutrire nel pubblico proprio in tema di concorrenza. Il pubblico può difenderla la con-correnza, può promuoverla adottando misure che facilitano il confronto concorrenziale fra imprese. Ma non può crearla, trasformando un monopolio naturale, o comunque reso tale dalla limitatezza delle risorse disponibili, in un mercato concorrenziale.

Sono le tecnologie, sono le innovazioni, che, quando ci riescono, fanno questo miracolo. Nelle telecomunicazioni il miracolo avvenne negli anni Novanta, quando più imprese si trovarono nella condizione di poter disporre delle risorse di cui fino ad allora disponeva una sola compagnia nazionale per ciascun Paese. Ma se lo Stato ci prova quando quella condizione non c’è, rischia di creare solo inefficienze; come accadde con la privatizzazione delle ferrovie britanniche.

Le regolazioni pubbliche – ci spiegava Franco Romani – vanno certo valutate per i fini che perseguono e i disegni che intendono realizzare. Ma gli effetti che produrranno sulla realtà saranno dovuti agli incentivi e ai disincentivi che i diversi operatori coinvolti vi leggeranno e ai comportamenti che terranno di conseguenza; comportamenti che le stesse regolazioni potranno portare in direzioni diverse rispetto ai fini e ai disegni proclamati.

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Davanti a mercati nei quali già opera una pluralità di concorrenti, si sente a volte dire, dai fautori più convinti della concorrenza, che non c’è bisogno di altre regole, oltre a quelle che reprimono le condotte anti concorrenziali, le regole antitrust. Alcuni di noi ritengono che sarebbe bello se fosse così, ma purtroppo non lo è mai, perché di altre regole c’è sempre bisogno a tutela di interessi che sarebbero altrimenti sguarniti.

Intanto ci sono i settori nei quali una concorrenza non regolata produrrebbe effetti distruttivi. Tutti ricordano l’inefficienza, il caos, l’inquinamento che dominavano a Santiago del Cile, quando la giunta Pinochet liberalizzò i taxi e qualunque carretta contribuì a intasare le strade, offrendo il relativo servizio. Per evitare conseguenze del genere, i regolatori imbrigliano l’offerta del servizio, e quindi il mercato pur plurale che vi provvede, entro regole che fissano il numero stesso degli operatori ammessi, città per città, che fissano anche le tariffe, che arrivano a stabilire le modalità di accettazione dei clienti, oltre naturalmente ai requisiti per avere la licenza.

Ne esce un mercato iper-regolato, in genere al di là di ciò che serve (ma mai abbastanza, quando prevale la forza elettorale dei tassisti contrari a ogni possibile concorrenza), che, poi, davanti a cicloni come Uber, subisce scossoni e si avvia a parziali riequilibri, come sta accadendo attualmente.

È indiscutibilmente una situazione peculiare quella dei taxi, per la quale neppure il più fervente partigiano dell’antitrust riterrebbe sufficienti le regole di questo. Ma anche in molti altri settori, per i quali la concorrenza nel mercato c’è, ulteriori regolazioni vengono ritenute necessarie e investono i profili più diversi, dalla localizzazione degli esercizi alle tipologie merceologiche in cui questi possono operare, dagli standard igienici, sanitari e di sicurezza sino agli stessi orari.

Ne escono quantità di canalizzazioni delle attività dei privati, che a volte non ne mettono a repentaglio la concorrenzialità e l’efficienza, a volte le inceppano pesantemente. Dipende dalla qualità e dall’intensità delle regolazioni: le rigidità merceologiche hanno un senso quando servono a evitare che nella via degli antiquari ai negozi di questi ultimi si intervallino, sempre più numerosi, i minimarket e le friggitorie; non hanno un senso quando impediscono a una libreria di offrire un angolo ai clienti per avere una fetta di torta e una tazza di tè. Qui si affaccia un tema che ricorre nel libro, quello dell’impatto delle regolazioni e della necessità, che dovrebbe essere inderogabile e non lo è, della sua analisi preventiva.

Vi sono regolazioni che fanno di tutt’erba un fascio (in chiave intrusiva o, all’opposto, di generalizzata liberalizzazione) per ragioni astrattamente ideologiche ovvero per favorire concretamente serbatoi elettorali che si vogliono conquistare. Mentre le regolazioni che servono sono quelle che danno conto delle proprie ragioni, dei bilanciamenti che intendono realizzare, degli effetti che possono derivarne. Si può sbagliare anche così. Ma almeno si evita quello che è altrimenti un autentico abuso del potere di cui si dispone.

Da “Il segno più – Come riformare la regolazione a sostegno della crescita”, di Alberto Heimler (Luiss University Press), 294 pagine, 25 euro

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