L’arte della politicaLa cavalletta Einaudi e le altre opere del caricaturista (e pittore) Amintore Fanfani

Giovedì a Roma saranno venduti molti oggetti appartenuti allo statista diccì e alla moglie Maria Pia: un’occasione per ricordare una coppia centrale nell’Italia della Prima Repubblica e per riscoprire i disegni che spezzavano la noia delle sedute parlamentari

Einaudi

Come uno dei politici più potenti e impegnati della Prima Repubblica avesse trovato il tempo di dipingere ed esporre la propria arte con una certa regolarità sembra quasi un mistero. Eppure la pittura per Amintore Fanfani non era affatto il passatempo della domenica – spesso neppure libera – ma una predisposizione che il tante volte presidente del Consiglio, del Senato e della Democrazia cristiana praticava con passione.

Prima della politica, nel 1917 il giovane Fanfani studiò alla scuola d’arte per operai di Pieve Santo Stefano, quindi ricevette lezioni di disegno da piccoli maestri dell’aretino. Espose per la prima volta in mostre collettive nel 1926, quindi nel ’45 presentò una personale a Vevey in Svizzera. Negli anni Settanta, quando era tra gli uomini più importanti d’Italia, Fanfani fu protagonista di diverse mostre e cataloghi e di lui scrissero addirittura Carlo Ludovico Ragghianti e Giovanni Carandente – immaginiamo non fosse facile dirgli di no.

Dal punto di vista stilistico, Fanfani cominciò figurativo, con una predilezione per il paesaggio alla Cézanne, e finì astratto. Una storia di molti. Eccelleva piuttosto nel disegno caricaturale. Con tratto veloce e acuto degno di un altro maledetto toscano, Mino Maccari, era solito schizzare i ritratti di chi gli stava di fronte. Nei frequenti momenti di noia dell’emiciclo si distraeva praticando una tecnica alla Daumier.

Proprio le caricature formano alcuni dei lotti più interessanti della curiosa asta che sarà battuta da Bertolami giovedì 10 giugno al Palazzo Caetani Lovatelli di Roma: memorabilia, onorificenze, moda, gioielli, arredi, opere e oggetti d’arte appartenuti ad Amintore Fanfani e Maria Pia Tavazzani, la donna che sposò nel 1972 dopo essere rimasto vedovo e padre di sette figli.

Sui fogli ora ingialliti dell’Assemblea Costituente del 1947, Luigi Einaudi è visto come una cavalletta «che da due giorni imperversa sugli emendamenti» mentre Alcide De Gasperi medita. Appena accennati i ritratti di Antonio Segni, Giuseppe Saragat e di Lina Merlin, quasi una vignetta lo scambio d’abiti tra Guido Gonella e Giuseppe Dossetti, a proposito di «mettersi nei panni dell’altro».

Attività grafica a parte, l’asta si concentra su ciò che Fanfani e la signora Tavazzani collezionarono o ricevettero in dono a partire dal loro incontro nel ’72. Strana coppia solo in apparenza, lui piccolo – si sprecarono le battute, da pony di razza a mezzo toscano – lei alta, austera, capello corto sale e pepe, attivissima nell’alta società internazionale, due persone che hanno a lungo rappresentato il potere nei palazzi romani.

In un certo senso Maria Pia fu la prima “first lady” italiana a giocare, nella politica, un ruolo predominante, moderno, non subordinato al marito, anzi. Figlia di un industriale tessile lombardo di Pavia, a capo di una formazione partigiana dopo l’8 settembre, giovanissima sposa di Giuseppe Vecchi, facoltoso imprenditore milanese, Maria Pia crebbe con un talento speciale per le pubbliche relazioni, abbinando mondanità e impegno sociale soprattutto in favore della Croce Rossa.

Da una parte le prime alla Scala, i fine settimana nella villa di Portofino o a Crans-sur-Sierre, in Svizzera, i ricevimenti dai Crespi e dai Falk, dall’altra la convinzione di dover fare la sua parte per rendere il mondo migliore. Quando incontra Fanfani è appassionata di fotografia di reportage, donna emancipata e brillante che per amore del suo nuovo compagno è disposta a rinunciare alla Jaguar, al golf, alla villa in Svizzera, perché negli anni Settanta, con l’Italia per la prima volta in crisi economica dopo la guerra e tormentata dal terrorismo, un potente doveva tenere il profilo basso, da grigio democristiano.

Dagli appartamenti della Balduina e di corso Rinascimento giunge il materiale dell’asta, che va dalle onorificenze internazionali, alle medaglie, ai monili, agli abiti. Considerata un’innovatrice della moda femminile in chiave di assoluta modernità, Maria Pia amava particolarmente le creazioni di Mila Schön, praticando una sorta di “lusso radicale”, estremamente sobrio seppur curato e prezioso. Nel 1981, al matrimonio di Carlo e Diana, indossò l’abito rosa e viola (lotto 103) della stilista triestina. Valentino e Remo Gandini, il sarto della Milano bene, furono altre sue passioni per una donna mai casuale nella scelta del proprio aspetto, che rispettava l’etichetta ma provava a forzarla almeno in parte.

Scomparsa nel novembre 2019, vent’anni dopo Fanfani, Maria Pia dopo aver alienato i propri beni in beneficenza, ha coerentemente pensato di non musealizzare ciò che le era rimasto. Una filosofia che ben le si confaceva, perché si vive una volta sola.

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