Storia delle sue mostreUn anno senza Germano Celant

Cultore dell’Arte Povera, di cui è stato teorico e propugnatore, il più celebre tra gli esperti d’arte in Italia ha spaziato lungo tutto il Novecento. Dopo di lui non c’è stato più nessuno con lo stesso coraggio, la stessa faccia tosta, lo stesso senso del rischio. Silvana Editoriale pubblica un monumentale libro illustrato “The Story of (my) Exhibition”, per raccontarne il pensiero in 34 mostre

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Un anno senza Germano Celant. Un anno senza il più celebre, potente, temuto critico italiano, identificatosi a lungo con l’Arte Povera di cui è stato teorico e propugnatore e che nei decenni più recenti ha spaziato lungo tutto il Novecento, italiano e internazionale. Perché a un certo punto ogni carriera è destinata a superare la militanza e dedicarsi alla ricerca storica che dà più sostanza e spessore.

Così, pur avendo legato il proprio nome al gruppo che cambiò la scena del contemporaneo in coincidenza con il sopraggiungere dell’inquietudine sessantottesca, Celant ha compiuto studi e ricognizioni poderose sul Futurismo, sulla pittura tra le due guerre e l’indubbia vivacità culturale dell’arte nel ventennio. Ha messo insieme arte visiva, architettura, cinema, musica, moda, l’underground americano e i maestri italiani ancora sottovalutati che, nelle sue abili mani, erano destinati a entrare nel collezionismo che conta, con conseguente aumento dei prezzi: basti citare Mimmo Rotella, Emilio Vedova, Emilio Isgrò.

Un anno dopo, dunque, Silvana Editoriale pubblica il monumentale libro illustrato “The Story of (my) Exhibition”, giusto tributo in quasi 600 pagine, doveroso tributo all’intellettuale sintetizzato in 34 mostre realizzate tra il 1967 e il 2018, partendo da quel famoso (e ambiguo) incipit «appunti per una guerriglia» con cui battezzò l’Arte Povera portandola nella Rocca di Amalfi in un weekend anticonvenzionale ed eversivo.

Da quel momento l’arte italiana (e internazionale) non fu più la stessa: diverso il modo di produrre arte e di fare mostre, scegliere luoghi vissuti dalla gente, ben oltre il museo, sposare la militanza e l’impegno politico. Il punto d’arrivo nella storia di Celant è rappresentato dal fecondo rapporto con Fondazione Prada, per cui ha curato alcune straordinarie ricognizioni come la rilettura della celebre mostra curata da Harald Szeeman nel 1969 When Attitudes Become Forms, Art or Sound e Post Zang Tumb Tuuum. In mezzo c’è stata la direzione di una Biennale di Venezia nel 1997, non proprio memorabile, e tra le tante mostre il progetto Art & Foods per la Triennale durante Expo nel 2015.

Impegnato nel board del Guggenheim, chiamato a curare mostre in tutto il mondo, Germano Celant, da critico talentuoso e visionario non ha mai diretto in prima persona un museo, come del resto neppure il suo competitor Achille Bonito Oliva, un mestiere troppo burocratico e noioso che sopirebbe qualsiasi idea geniale.

Dopo di loro – Celant è scomparso a 80 anni, ABO ne ha compiuti 81 – l’arte italiana non è più riuscita a produrre figure di livello internazionale che unissero lo sguardo attuale e appunto militante insieme alla ricerca filologica e storica, come se curatore e critico fossero due mestieri distinti e inconciliabili.

Altro elemento che li differenzia rispetto a tempi più recenti, partire incendiare e finire pompieri, un modo di dire popolare che però ha un senso. In particolare Celant ha condiviso con la generazione dei sessantottini quel passaggio dalla necessità di una profonda rottura linguistica e politica rispetto alla tradizione, al definire l’unico mainstream possibile tra musei, fondazioni, collezionisti.

Un dominio durato oltre mezzo secolo e che non accenna a finire perché Celant non è stato un maestro senza allievi, anzi ha organizzato un sistema molto capillare che soprattutto sul mercato funziona. Al contrario ciò che è rimasto fuori dalla sua visione, mi riferisco in particolare all’Arte Povera, non conterà mai nell’arte italiana oppure ne resterà ai margini.

Consultare questo prezioso e necessario documento editoriale innesca altre due riflessioni. Germano Celant è una figura difficilmente ripetibile e qualunque dubbio viene fugato dalle straordinarie rassegne da lui curate dove comunque al centro c’è sempre l’opera (e di qualità assoluta) e non l’intenzione di sé, a conferma di un approccio ancora novecentesco destinato a estinguersi progressivamente nei tempi nuovi.

E infine che mostre così importanti e complesse da qui in poi se ne faranno meno e le ragioni le possiamo facilmente immaginare. Tanto vale allora riprendere a sperimentare, osare, usare l’arte come grimaldello sociale e politico come accadde ai tempi dell’Arte Povera, quando il giovane Jannis Kounellis portò dodici cavalli vivi a L’Attico di Fabio Sargentini per spiegare che sì l’arte era vita vera e basta con la rappresentazione e l’artifizio. Nell’Italia del ’68 c’erano Celant, ABO e non solo loro. Che qualcuno oggi si faccia avanti, con lo stesso coraggio, la stessa faccia tosta, lo stesso senso del rischio. Per non scivolare nella noia. È morto Celant, evviva Celant.

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