Ripartire dalla conoscenzaServono tanti eventi culturali per far rinascere l’Italia dopo la pandemia

Le manifestazioni aperte al pubblico sono un momento di socialità, ma portano anche benefici economici per le città ospitanti. “La grande invasione”, il festival di Ivrea, ne è un chiaro esempio

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Sono nato e cresciuto a Ivrea, ventitremila abitanti e sette librerie nella provincia torinese. Una cittadina a cui non restava che un’assurda tradizione carnevalesca al gusto d’arancia e l’ombra lunga del fallimento del sogno industriale della Olivetti. La città del rimpianto, graziata da un’eredità culturale che, per troppo tempo, ricordava più il rituale con cui le persone anziane tengono in ordine le lapidi dei loro cari. Incastonata tra l’anfiteatro morenico della Serra e bagnata dalla Dora Baltea, ultimo avamposto piemontese prima della Valle d’Aosta, nella mia giovinezza Ivrea non era che una terra arida. Migrare verso il non lontano capoluogo meneghino, venne naturale.

Nove anni fa, l’eporediese Gianmario Pilo (ADD Editore) e Marco Cassini (SUR) ebbero un’idea controcorrente, un festival culturale per risvegliare la città. Lo chiamarono “La grande invasione”, ben coscienti di come l’unico modo per ridestare una provincia addormentata fosse un’invasione; di cultura, di incontri, di persone. E così la città trovò l’acqua. Nel 2018 divenne sito UNESCO italiano (come Città Industriale del XX Secolo) e nel 2020 ospitò il Festival dell’Architettura.

Notizia di questi giorni, Ivrea ha annunciato la candidatura a Capitale del libro 2022, a dimostrazione di come una piccola spinta iniziale possa essere in grado di creare un effetto domino propositivo capace di intralciare la lenta e tranquilla stasi dell’immobilità provinciale. Per fare bisogna fare, dicono ora da queste parti.

Ho preso quindi l’abitudine di tornare a Ivrea, ogni fine maggio. La grande invasione in questi anni è difatti diventato un punto di riferimento per la tarda primavera canavesana e piemontese, nonché luogo di incontro tra addetti ai lavori.

Un’invasione che ha avuto la forza, la voglia e la capacità di resistere anche alla reale invasione patogena di questi mesi, come dimostra la lungimirante e coraggiosa programmazione di questa edizione (avvenuta dal 27 al 30 maggio) che ha avuto il merito di credere che le cose si potessero fare, seriamente e concretamente, nonostante i possibili rischi eventuali e i continui contrasti governativi sulle riaperture.

Tra teatri, musei, chiese e spazi pubblici, il festival della lettura, come da sottotitolo dell’evento, è ripartito con un programma ricco: una ventina di incontri giornalieri per adulti, una decina per i più piccini (La piccola invasione è l’ampia sezione di programma dedicata a bambini e ragazzi) e cinque mostre personali per un totale di un centinaio di ospiti dalle più svariate estrazioni e geografie culturali.

Il programma di questa edizione si è eretto attorno ad alcuni appuntamenti fissi come la rassegna stampa mattutina (con giornalisti quali Simonetta Sciandivasci, Francesco Costa, Cecilia Sala), le lezioni giornaliere di antropologia, filosofia, design, sport, musica, letteratura, medicina, arte e poesia e le conversazioni serali negli spazi (auto)gestiti da Matteo B. Bianchi e Simonetta Sciandivasci. E ancora un cartellone di incontri con protagonisti molto differenti della cultura italiana, da Neri Marcorè, Emanuela Fanelli, Luca Sofri a Francesco Bianconi, Malika Ayane, Fabio Geda.

Camminare per le vie del piccolo centro storico eporediese nel pomeriggio maggese è un viaggio di resistenza e rinascita, quanto di fallimento e rammarico. Alcune attività non sono sopravvissute alla pestilenza, ma per questo weekend i dehors ancora vivi pulsano di umanità; non si trovano posti liberi nei ristoranti. I negozianti restano volentieri aperti anche di domenica (non tutti, inspiegabilmente, ma la gran parte) e la città accoglie un pubblico di esterni per la prima volta dopo un lungo silenzio. È tutto un brusio umano di cui avevamo perso abitudine, un ronzio operaio di una città tornata a vivere. E una città che vive è un guadagno sociale.

Ivrea riparte come hub culturale ai confini dell’impero in cui giornalisti e giornaliste, scrittori e scrittrici, artisti e artiste si ritrovano – spesso per la prima volta – dopo questo anno e mezzo di detenzione. Fare cultura è anche e soprattutto questo: riconquistare spazi di condivisione per i cittadini. La piazza centrale torna alla sua funzione d’origine, luogo di incontro e di scambio, di condivisione fisica di spazi e pensieri, parole e unione dove il termine aggregazione si emancipa dal significato pandemico-politico di assembramento.

Le conversazioni digitali vengono, almeno per questo weekend, sostituite dall’approccio fisico e verbale con i volti che tornano a mostrarsi finalmente nelle proprie imperfezioni. Certo, c’è tutto un nuovo linguaggio del corpo che si palesa nel quotidiano, nell’imbarazzo del saluto, tra strette di mano impacciatte, abbracci timidi e pugnetti incerti. Il virus è ancora ovunque, nelle mascherine, nelle autocertificazioni, nei luoghi ripetutamente sanificati al termine di ogni singolo evento, ma è meno denso, e nelle parole, negli incontri, nei talk, non ne rimane che une eco.

La cultura sembra potersi finalmente affrancare dal tema dominante di quest’ultimo anno e mezzo e negli speech se ne fa riferimento lateralmente, in termini propositivi, di insegnamento, di ripartenza. C’è una grande voglia di dimenticare o, quantomeno, di dimenticarsene almeno per un momento. Bersi un aperitivo senza sentirsi criminali, progettare nuove collaborazioni lontano da uno schermo.

Un festival come “La grande invasione” è la dimostrazione, se ancora ci fosse bisogno di evidenziarlo, di come gli eventi culturali portino non solo conoscenza e informazione, ma anche benefici e ricadute economiche nelle città ospitanti. L’estate italiana dovrebbe ripartire da qui, dalla cultura, dagli eventi culturali, con una buona dose di coraggio e un necessario aiuto istituzionale da parte di comuni, province, regioni. Una cosa è certa: la nostra rinascita non può prescindere dalla cultura.