Usa e gettaL’Italia non è pronta ad attuare la direttiva Ue contro la plastica monouso

A partire dal 3 luglio diversi prodotti saranno banditi dal mercato, per molti altri invece saranno previste delle limitazioni. L’industria protesta, il ministro per la transizione ecologica Cingolani critica l’inserimento nel testo delle plastiche alternative. E Greenpeace denuncia il rischio di un recepimento al ribasso. Se non sarà attuata in tempo la Commissione europea sarà costretta ad aprire una procedura di infrazione

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L’Europa comincia la sua guerra alla plastica monouso, ma non tutti sono disposti a combatterla. Una direttiva europea, che entro il 3 luglio dovrà essere applicata dai 27 Stati Membri, sancisce la rimozione dal mercato o la riduzione di moltissimi prodotti usa-e-getta di utilizzo quotidiano. Anche se gli oggetti confezionati prima dell’entrata in vigore della direttiva potranno restare sugli scaffali, è solo questione di smaltire le scorte. Presto i cittadini europei diranno addio a posate, piatti, cannucce, cotton fioc e aste per palloncini in plastica, ma anche a tazze e contenitori alimentari in polistirolo. A questi oggetti esistono alternative economicamente accessibili, prodotte con materiali diversi. 

In altri casi, ciò non è possibile, almeno per il momento: i sacchetti di plastica monouso, le bottiglie in Pet, i contenitori di plastica rigida, i pacchetti, i filtri per le sigarette, gli articoli sanitari e le salviettine umidificate resteranno in vendita, così come le reti da pesca. Anche per questi prodotti, tuttavia, sono previste limitazioni specifiche al consumo, da applicare nei prossimi anni: campagne di sensibilizzazione per evitarne l’acquisto, obblighi di etichettatura e perfino regimi di responsabilità. Chi produce determinati oggetti di plastica dovrà sobbarcarsi anche i costi per il loro smaltimento. 

La Direttiva UE 2019/904 (Single-Use Plastic)  è considerata dalla Commissione europea una misura storica nella lotta all’inquinamento dei mari, visto che l’80% dei rifiuti marini è costituito da materiali plastici. In Italia, però, sta suscitando polemiche e resistenze. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha definito la direttiva «assurda», quello dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti è andato oltre, parlando di «un approccio ideologico che penalizza le industrie italiane, lasciando sul terreno “morti e feriti” in termini di fallimenti aziendali e disoccupazione». Gli stessi toni e termini arrivano dagli europarlamentari italiani di Lega e Fratelli d’Italia, che accusano l’UE di «furia ambientalista».

A guidare la protesta è Confindustria: «Le linee guida sulla direttiva chiudono di fatto un intero settore industriale», ha scritto su Twitter il presidente Carlo Bonomi, dopo aver lanciato nei giorni scorsi altri strali contro la norma. Tra le aziende che subiranno gli effetti più marcati ci sono sicuramente i produttori di bevande analcoliche, che in Italia sono per il 70% del totale imbottigliate in polietilene tereftalato (Pet). 

Anche se queste bottiglie non rientrano tra i prodotti banditi dal mercato, la direttiva richiede gravosi adattamenti al settore, spiega a Linkiesta Giangiacomo Pierini, presidente di Assobibe, l’associazione di categoria. Entro il 2024 ogni tappo dovrà essere attaccato alla propria bottiglia, entro il 2025 il 25% del materiale utilizzato dovrà essere riciclato ed entro il 2029 si dovrà arrivare al 90% della raccolta delle bottiglie usate.

La prima richiesta comporterà un dispendioso ricambio dei macchinari degli stabilimenti industriali, ma è tutto sommato la più realizzabile. Più difficile adempiere alla quota minima di rPet, ovvero il polietilene riciclato, che sembra essere merce rara in Italia. «Al momento sarebbe impossibile, perché scarseggia la materia prima e quella che c’è viene utilizzata dall’industria tessile o acquistata da grandi imprese». Per la mancanza di una filiera efficiente, il Pet riciclato è paradossalmente più caro di quello vergine, cosa che aumenterebbe i costi di produzione mettendo in seria difficoltà soprattutto le imprese più piccole. 

Un problema connesso è quello della raccolta, con l’attuale sistema dei consorzi che garantisce il recupero di circa il 62% dei contenitori vuoti. Pierini sottolinea come anche le aziende produttrici beneficerebbero di un comportamento più responsabile dei consumatori. «Ogni bottiglia che finisce su una spiaggia è un danno doppio per noi: d’immagine ed economico, perché si sarebbe potuta trasformare in un nuovo prodotto».

Pur condividendo i principi generali dell’economia circolare, il presidente di Assobibe resta molto critico sulla direttiva: «È stata redatta in modo frettoloso, sotto l’onda di un diffuso sentimento di avversione alla plastica e senza valutarne i risvolti positivi, come leggerezza, sicurezza e infrangibilità».

La protesta degli industriali contro la Direttiva Sup difende di un comparto che conta circa 10mila imprese e 140mila occupati, perlopiù nelle regioni del Nord, secondo i dati forniti da PlasticsEurope. Il sostegno del governo a questa battaglia poggia sostanzialmente su due considerazioni. Il ministro Giorgetti critica il fatto che fra i prodotti colpiti ci siano oggetti in cui la percentuale di plastica è molto ridotta, come le tazze monouso per bevande calde, composte in larga parte di carta con un rivestimento plastico. 

Cingolani ha criticato l’inclusione delle plastiche alternative nella direttiva , un settore che vede l’Italia all’avanguardia e che sarebbe a suo dire penalizzato ingiustamente dalla decisione dell’Unione europea. 

La definizione di «plastica» contenuta nel testo, infatti, comprende tutti quei polimeri che sono stati modificati chimicamente, indipendentemente dalla materia di origine. Ai sensi della direttiva, dunque, una cannuccia realizzata a partire da mais o barbabietola va rimossa tanto quanto quelle fatte di plastica tradizionale. Questo perché secondo una relazione della Commissione del gennaio 2018, non esistono prove definitive sul fatto che le cosiddette «plastiche naturali» subiscano, all’aria, in discarica o nell’ambiente marino, una biodegradazione completa in un arco di tempo ragionevole. 

La stessa filosofia è applicata a quei prodotti a basso contenuto di plastica cui si riferisce Giorgetti, come ad esempio le tazze di cartone con il bordo o il tappo in plastica dei fast-food, che sono assimilati ai loro corrispettivi plastici al 100%. Una volta gettati, la carta che li compone potrebbe anche dissolversi in tempi brevi, ma la plastica rimarrebbe nell’ambiente per molti anni, magari frammentandosi in micro-plastiche, come spiega a Linkiesta l’ufficio della Commissione europea che si occupa di questioni ambientali.  

«Il governo italiano parte da un assunto sbagliato, perché punta sostituire gli oggetti in plastica monouso con altri oggetti, non in plastica, ma sempre monouso», afferma a Linkiesta Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. 

Tra gli obiettivi della direttiva, infatti, c’è quello di «promuovere approcci circolari, che privilegiano prodotti riutilizzabili […] con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti». Il contesto dell’economia circolare, in cui questa direttiva si inscrive, è uno dei punti cardine della strategia complessiva dell’UE per la sostenibilità ambientale: si vuole certo eliminare (o ridurre significativamente) il consumo di plastica, ma anche limitare allo stretto indispensabile quello di prodotti non riutilizzabili. 

Dalle parole del ministro della Transizione ecologica sul tema, traspare invece l’intenzione di difendere la produzione monouso, salvaguardando quelle aziende che sfornano oggetti in «plastiche naturali»: Cingolani le definisce «materiali biodegradabili», anche se per la Commissione non lo sono. «Con questa posizione il governo italiano dimostra di tutelare più gli interessi industriali che l’ambiente e il mare», dice Ungherese. 

Il rischio di un recepimento al ribasso
Non a caso il ministro dello Sviluppo Economico aveva espresso la sua riserva all’applicazione della direttiva nel suo incontro con il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni. L’opzione però non sembra percorribile: come confermano fonti della Commissione a Linkiesta, non è previsto nessun differimento, che tra l’altro renderebbe necessario un nuovo accordo tra Consiglio e Parlamento europeo.

Piuttosto, il rischio concreto è che questo orientamento politico produca un «recepimento al ribasso». Ogni direttiva europea fissa infatti degli obiettivi che gli Stati Membri devono raggiungere “traducendo” le indicazioni comunitarie in leggi nazionali. I margini di manovra in questo caso sono piuttosto ampi. In primis perché la ricezione della direttiva non dovrà passare dalle camere: con la legge di delegazione europea, il Parlamento autorizza sostanzialmente l’esecutivo a legiferare in autonomia per recepire le direttive dell’UE.   

Inoltre, la direttiva stessa presenta qualche punto debole che potrebbe emergere nella sua applicazione nazionale, sottolinea Giuseppe Ungherese. Ad esempio non fissa quote minime da rispettare per la riduzione del consumo di quei prodotti non eliminati completamente dal mercato, né prescrive misure specifiche da adottare per sostituire gli oggetti monouso con quelli riutilizzabili. Una legge dalle maglie troppo larghe o dalle scadenze troppo posticipate nel tempo potrebbe quindi annacquare l’impatto sulla lotta all’inquinamento della norma europea.

Un corposo rapporto sull’applicazione della direttiva in Italia, stilato per Greenpeace dall’ingegner Paolo Azzurro, arriva alla stessa conclusione. «La sostituzione tout court della plastica derivata dal petrolio con altri materiali (inclusi quelli certificati come biodegradabili e compostabili) appare una scelta sbagliata, guidata da esigenze di marketing e inadeguata rispetto alla complessità delle sfide ambientali». Per tutelare davvero l’ecosistema, sostiene Giuseppe Ungherese, è necessario un cambio radicale di prospettiva: «Bisogna disaccoppiare la crescita economica dalla crescita nel consumo di materie prime. Un materiale come la carta, percepito come eco-friendly, lo è fino a un certo punto: per produrla servono comunque gli alberi delle nostre foreste».  

Se le polemiche politiche di questi giorni si trasformeranno in norme di legge non conformi ai dettami comunitari, la Commissione europea potrebbe intervenire con una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese. In quel caso, l’Italia si troverebbe costretta a pagare per non aver fatto abbastanza contro la plastica monouso: un danno e una beffa per un governo nato nel segno della transizione ecologica.