Le violenze sui detenutiCosì Bonafede ignorò gli allarmi sulle carceri

Repubblica ricostruisce le informative che da febbraio 2020 avvertirono l’ex ministro della Giustizia sulla situazione delicata negli istituti italiani dopo l’esplosione del Covid-19. A gestire il clima di tensione di Santa Maria Capua Vetere non venne chiamato il Gruppo operativo mobile ma il Gruppo di intervento speciale, una specie di celere. Sarebbe coinvolta l’intera catena di comando dell’amministrazione penitenziaria della Campania

Sulla storia delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il governo Draghi ha deciso di prendere una posizione senza ambiguità. Nessuno sconto, nel nome della Costituzione, come ha ripetuto la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Ma quello che è accaduto a Santa Maria, così come la rivolta in 21 carceri italiane che hanno causato 13 vittime e più di 200 feriti lo scorso anno, è stato il punto più basso della storia recente delle nostre carceri. Eventi che non sono stati il frutto di un caso. O di qualche mela marcia. Ma il risultato di una politica di sottovalutazione e improvvisazione – scrive Repubblica. Una responsabilità che in qualche modo condividono l’allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l’ex capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (il Dap), Francesco Basentini, che a maggio scorso, già travolto dalle polemiche, proprio Bonafede decise di sostituire.

Repubblica ripercorre la concatenazione di scelte sbagliate e allarmi inascoltati da febbraio 2020, quando la pandemia ebbe inizio. A partire proprio dall’Italia. Qualcuno al ministero della Giustizia fa presente subito l’emergenza carceri: sono sovraffollate, il luogo peggiore per immaginare il contenimento del virus. Il ministro sente Basentini e insieme decidono di istituire una “unità di crisi” per procurare e fornire al personale gel e mascherine. Assolutamente necessarie, ma da sole non bastano. Qualcuno spiega, purtroppo inascoltato, che ci sono da affrontare anche altre urgenze. Con almeno tre informative il Nic, il Nucleo investigativo centrale, avverte Dipartimento e ministero che la situazione è delicatissima. Le restrizioni dovute al Covid hanno bloccato i colloqui. E il Dipartimento non ha raccolto velocemente le richieste di detenuti, associazioni e anche di alcuni direttori di carcere che chiedono misure urgenti: prima tra tutte la possibilità di videochiamare casa.

Tra l’8 e l’11 marzo cominciano le rivolte negli istituti. Il 21 marzo dal Dap viene inviata la famosa circolare che permette a molti esponenti di primo livello della criminalità organizzata di chiedere ai tribunali di sorveglianza la detenzione domiciliare. Una decisione non concordata. La circolare viene firmata di domenica dalla dirigente di turno che si occupava di tutt’altro – direttrice del Cerimoniale – che viene richiamata in ufficio in tutta fretta. «L’ho fatto – ha spiegato – per dovere di ufficio». Nessuno informa nessuno. Nemmeno la Direzione nazionale antimafia è a conoscenza del provvedimento: il procuratore Federico Cafiero de Raho salta sulla sedia quando, nei giorni successivi, cominciano arrivare pareri per le scarcerazioni di alcuni mafiosi.

Con gli stessi modi viene trattato il caso di Santa Maria qualche giorno dopo. Dal carcere segnalano qualche intemperanza dei detenuti del reparto “Nilo”. Non viene chiamato in causa il Gom, il Gruppo operativo mobile, il reparto scelto della Penitenziaria abituato a gestire vicende complesse. Ma arriva invece il Gis, il Gruppo di intervento speciale, una specie di celere. È la scelta della rappresaglia. E le violenze raccontate negli atti della Procura sono quasi scontate, secondo fonti del Dipartimento.

Fino al 16 ottobre 2020 quando, dopo un’interrogazione del deputato di PiùEuropa Riccardo Magi, il ministero della Giustizia, per voce del sottosegretario Cinque Stelle, Vittorio Ferraresi, va in aula a dire: «Quella di Santa Maria è stata una doverosa operazione di ripristino della legalità». Com’è possibile che Bonafede e il suo ministero abbiano difeso quelle violenze? In realtà non sapevano. La vecchia gestione del Dipartimento aveva consegnato relazioni nelle quali si diceva che tutto era stato fatto nel rispetto della legge. E che nessun abuso era stato commesso. I nuovi vertici del Dap avevano chiesto informazioni alla procura sull’inchiesta in corso, ma non erano state fornite informazioni per tutelare il segreto istruttorio. «E noi come ministero – dice oggi Ferraresi – non potevamo attivarci per un’indagine interna perché questo non è consentito in presenza di un’inchiesta della Procura». Come ha detto ieri il garante Palma, se davvero si vogliono cambiare le cose, bisognerà intervenire anche su questo.

Ma, come spiega sempre Repubblica, la catena di comando che portò alle violenze è ben più estesa di quella che appare dalle immagini del video di Santa Maria Capua Vetere. Dal vertice delle carceri campane fino alla struttura centrale, sarebbero coinvolti in tanti. Non tutti volevano che quella perquisizione diventasse una mattanza, come pare emergere dalle carte. Ma che qualcosa sia sfuggito di mano è evidente. Agli atti non a caso figurano anche le chat estrapolate tra il provveditore all’amministrazione penitenziaria della Campania, Antonio Fullone, oggi interdetto dai pubblici uffici e sotto accusa per falso, depistaggio e favoreggiamento, e Francesco Basentini. «Hai fatto benissimo», risponde Basentini a Fullone che lo informa della perquisizione in corso e la definisce il «segnale forte di cui il personale aveva bisogno». «Buona sera capo – gli scrive lui, nel fatidico 6 aprile – è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai nuclei regionali (oltre al personale dell’Istituto)… Era il minimo per riprendersi l’Istituto… ».

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