Effetti collateraliIl cambiamento climatico definisce le nuove frontiere del cibo

Dagli uliveti nelle valli alpine della Lombardia fino ai campi di mango e avocado in Sicilia, agricoltori e aziende agricole di tutto il mondo stanno elaborando strategie inedite per adattare le coltivazioni al riscaldamento globale

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Il surriscaldamento che interessa ormai tutto il pianeta sta modificando il corso delle stagioni, incrementando la frequenza e la potenza degli eventi meteorologici, ma anche mutando il tipo di vegetali che gli agricoltori possono coltivare.

Lo conferma al Financial Times il 37enne siciliano Andrea Passanisi, che dopo un viaggio in Brasile decide di investire in un progetto quasi suggestivo: trapiantare e coltivare avocado ai piedi dell’Etna. «Mio nonno coltivava qui uva da vino ma ora le temperature, a causa del cambiamento climatico, sono troppo elevate. Questo lato della montagna è diventato troppo caldo per le viti». Ma non per i frutti tropicali, come mango e appunto avocado, che qui ora trovano un habitat ideale.

Con alti livelli di precipitazioni e umidità, Passanisi ha scoperto che il microclima di Giarre, dove si trova la sua azienda, è ideale per coltivare i frutti tropicali. Non è un caso se l’imprenditore ora produce circa 1400 tonnellate di avocado all’anno, esporta i suoi frutti insieme ad altri agricoltori siciliani, entrati nel settore perché incoraggiati dal suo successo. Tutto questo in una regione che, secondo Francesco Viola, professore che ha studiato il clima dell’isola e l’ecosistema mediterraneo, a causa del climate change ha registrato rispetto a trent’anni fa un aumento di 1°C della temperatura.

Uno degli effetti del riscaldamento globale è lo spostamento delle frontiere della coltivazione: è così che agricoltori e aziende agricole di tutto il mondo si adattano al riscaldamento globale. Tuttavia, se in alcune regioni il caldo e la siccità stanno minacciando la sopravvivenza di alcune colture sollevando preoccupazioni per la sicurezza alimentare, in altre l’aumento termico ha favorito la diffusione di vegetali che precedentemente sarebbe stato difficile produrre in modo redditizio.

Ora è possibile vedere crescere al Sud il mango, l’avocado, e la banana accanto ad arance e limoni mentre al Nord, ad esempio nelle valli alpine della Lombardia, si investe nella coltivazione degli ulivi.

Secondo Coldiretti, la maggiore associazione di rappresentanza e assistenza agricola italiana, negli ultimi 10 anni molti agricoltori, che non sono riusciti ad affrontare questo cambiamento, hanno cambiato mestiere.

Guardando in particolare all’uva da vino, la sua coltivazione è migrata verso Nord, sia in Europa che in America. Come si legge sul Financial Times, secoli di dati sulla vendemmia facilitano la comprensione degli impatti del climate change. Grandi cambiamenti avvennero durante il periodo caldo medievale – dal 950 al 1250 – e la piccola era glaciale che seguì, così come il periodo dopo le esplosioni vulcaniche in Indonesia nel 1800. Ma nessuno di questi ha avuto lo stesso impatto sui raccolti degli eventi degli ultimi 40 anni. Secondo Elizabeth Wolkovich, professoressa associata presso l’Università della British Columbia, l’uva da vino sta al cambiamento climatico come il canarino alla miniera grazie alla reattività di questa coltura agli sbalzi di temperatura. Secondo la studiosa il futuro aumento della temperatura globale di 2°C potrebbe rendere improduttive il 56% delle aree viticole del mondo.

Secondo Paul Ritchie, scienziato dell’Università di Exeter che ha studiato i cambiamenti nell’utilizzo dei terreni agricoli nel Regno Unito in uno scenario di riscaldamento planetario non mitigato, se le emissioni di gas serra continueranno ai ritmi attuali, la Gran Bretagna potrebbe essere più calda di 5° C entro la fine del secolo. E con un clima più caldo e secco, livelli più elevati di CO2 e conseguente aumento dell’attività di fotosintesi nelle piante, i raccolti oltremanica potrebbero diventare più abbondanti nel Regno Unito.

Anche l’imporsi della Russia come maggiore produttore ed esportatore mondiale di grano – dal 2015 ne produce oltre 60 milioni di tonnellate l’anno – è in parte dovuto al cambiamento climatico. Secondo Andrey Sizov, amministratore delegato di SovEcon, una società di consulenza agricola di Mosca, con inverni più miti gli agricoltori hanno potuto piantare più frumento invernale – seminato in autunno e raccolto l’estate successiva – che ha rese maggiori rispetto a quello primaverile. La Russia produce costantemente più di 60 milioni di tonnellate all’anno di grano dal 2015, diventando il primo produttore ed esportatore. «Le temperature più elevate – ha spiegato Sizov al Financial Times – sono i principali fattori trainanti dell’aumento della produzione in Russia»,.

Secondo uno studio pubblicato dalla Public Library of Science Canada e Russia rappresenteranno oltre metà delle nuove frontiere agricole globali. La coltivazione in queste aree aumenterà la produzione alimentare globale in un mondo che nel 2050 avrà bisogno del 70% in più di cibo per nutrire una popolazione che dovrebbe aumentare di 2 miliardi nei prossimi 30 anni. Tuttavia, per Lee Hannah, autore principale dell’articolo e ricercatore senior presso l’Ong Conservation International, questo potrebbe scatenare una “bomba climatica” con il rilascio di ulteriori gas serra dal terreno torboso precedentemente intatto, con gravi ripercussioni anche sull’accesso all’acqua potabile e sull’integrità della biodiversità.

Secondo Paolo Agnolucci, ricercatore in energia e risorse presso l’University College di Londra, molte delle nazioni che non hanno mai vissuto la rivoluzione verde degli anni ‘60 – quando la produzione agricola nei Paesi in via di sviluppo è aumentata grazie a nuove varietà e un più ampio uso di pesticidi e fertilizzanti – soffriranno maggiormente le ripercussioni del climate change.

Utilizzando modelli di dati per 18 colture, tra cui grano, mais e riso, Agnolucci e i suoi colleghi hanno scoperto che i Paesi che già godono di rese elevate per una determinata coltura tenderanno a beneficiare di un aumento della temperatura di 1°C, al contrario dei Paesi con un settore agricolo meno efficiente. Ad esempio, nel caso di un incremento termico di 1°C la produzione di grano in Germania aumenterebbe di circa il 3% e diminuirebbe del 7% in Egitto

Secondo gli scienziati, il Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico, con i Paesi dell’Europa meridionale e nordafricani che dovranno affrontare un forte calo delle precipitazioni nei prossimi decenni. «Le temperature in Sicilia sono aumentate, ma allo stesso tempo sono diminuite le precipitazioni. L’aumento delle temperature garantisce la coltivazione di frutti tropicali come mango o kiwi, che però richiedono molta acqua», ha spiegato Viola.

Ma, a parte alcune eccezioni, le aree agricole della Sicilia necessitano di irrigazione, «il che rappresenta un grosso problema», ha sottolineato lo studioso.