Capelli, lacrime e zanzareCent’anni di solitudine sul fiume Zambesi

Il libro capolavoro di Namwali Serpell racconta la vicenda di tre famiglie nell’avamposto coloniale nello Zambia, ma descrive anche il progresso della tecnologia, le guerre e il desiderio tutto umano di creare confini e di superarli subito dopo

fotografia di D.R.

Ero pronto per addentrarmi nella savana. Dopo aver affidato il mio equipaggiamento fotografico a Mopane, partii per Kasangula, un kraal a due giorni e mezzo di cammino. Il capo villaggio era un quinani, un vecchiaccio bizzarro che se ne stava accovacciato sotto il sole tutto il giorno a sniffare tabacco, con addosso una pelle di leopardo e una bandiera inglese a mo’ di cappello. Da lui noleggiai cinque piroghe e cinquanta portatori e mi apprestai a risalire il fiume, avendo in mente di nutrirmi di ciò che avrei cacciato.

All’epoca la caccia era ricca e variegata. Pernici, fagiani, oche, faraone, persino tacchini selvatici.

La terra abbondava di selvaggina, dagli imponenti eland ai piccoli oribi. Il primo esemplare che presi fu un grosso lichi nero: guardò dritto nella canna del mio fucile Martini. Poi fu la volta di una specie di antilope locale che il dottor Livingstone aveva chiamato “puku”: una creatura timida e crepuscolare, più grande dell’impala e con lo stesso mantello dorato, ma senza le caratteristiche strisce e con il pelo più ruvido. Un indigeno mi disse che in lingua locale “puku” significava “fantasma”: Livingstone l’aveva avvistato nella stagione secca, che compariva e scompariva tra l’erba alta e gialla del veldt. Se ne ricava un’ottima bistecca.

Per un anno seguii il corso del fiume con la mia modesta flottiglia in maniera del tutto scompaginata. Numerosi ostacoli mi dividevano dalla costa. Anzitutto, i tributari dello Zambesi brulicavano di coccodrilli e ippopotami. E poi non era una passeggiata anche solo convincere i miei uomini a lavorare. Pensavano che portasse male se fischiavo (cosa che facevo soltanto perché non avevo nessuno con cui parlare). E si rifiutavano di attraversare certi punti senza approdare per porgere offerte ai defunti e guardare lo stregone “fare il suo lavoro”, con code di animali e amuleti intorno al collo, ossa e bracciali ai polsi e alle caviglie. Era uno spettacolo spaventoso, o almeno così pensava lui.

I barotse erano in effetti un popolo potente, che imponeva balzelli a molte tribù sottomesse, e chi si sottraeva era costretto a pagare un prezzo raccapricciante: ho visto indigeni con orecchie che penzolavano dalla cartilagine, nasi dilaniati o mutilati del tutto. E un tale spirito vendicativo prese a un certo punto a esplodere con sempre maggior frequenza anche tra i miei portatori.

Ci eravamo spinti fino a Sesheke quando un ippopotamo rovesciò una piroga costringendoci a perdere diverso tempo, fino a che suggerii di ripartire se volevamo attraversare le rapide prima che facesse buio. «No, non si fa niente adesso!», mi risposero. «Vedremo», replicai tirando fuori la mia .450 Webley e spingendo a bordo gli uomini della mia piroga tenendoli sotto tiro. Dissi agli altri di arrangiarsi se non volevano seguirci. «E niente più rancio per voi!». E mi allontanai con i miei ostaggi per accamparmi ai piedi delle rapide. Quando, al tramonto, vedemmo gli altri apparire, li costrinsi a inginocchiarsi e a strofinare la fronte per terra nel saluto al re. Questo pose fine all’indaba. Avevo avuto la meglio su di loro centrando il punto debole degli indigeni: lo stomaco!

Con simili intoppi, più gli incendi nel veldt, gli acquazzoni, le sponde con canne tanto fitte da rendere impossibile l’approdo, feci ben pochi progressi. La difficoltà maggiore delle esplorazioni, scoprii, è che è un isolamento tormentoso: impossibile fraternizzare con i negri, ovvio, e il bisogno di una compagnia a me congeniale sarebbe stato insopportabile se non fosse stato per la fox terrier che mi era stata regalata alla miniera di carbone di Wankie. Quella piccola palla di pelo ispido era la mia unica amica, la mia compagna inseparabile. Compresi l’affetto del dottor Livingstone per il suo adorato Chitane, che a quanto si dice morì annegato da queste parti. La mia Flossie aveva un fiuto eccezionale e, anche se non fu in grado di salvare il mio viaggio, alla fine mi salvò la vita.

Verso la fine delle mie peregrinazioni, il re Litia, una specie di delegato di Lewanika, mandò da me un capo che godeva dei suoi favori, per un passaggio. Di questo capo, Koko, posso solo dire che aveva una certa tendenza ad “arraffare”. Seccato da quanto avevo chiesto e ottenuto in cambio del passaggio che gli avevo offerto, rovesciò la mia piroga mentre attraversavamo un canale secondario dalle acque rapidissime, non sapendo che nuoto come un pesce. Le conseguenze, però, furono disastrose: mi scoppiò la febbre a quaranta e così ordinai una sosta per me e i miei uomini. Quella notte, nel dormiveglia, febbricitante, sentii Flossie ringhiare e scorsi una figura che gattonava verso di noi nell’oscurità. Lanciai un grido. Mi sentii dire che era venuto per il fuoco. Una cosa assai poco plausibile, visto che c’era un falò che scoppiettava dall’altro lato dell’accampamento! Era chiaramente un tentativo di accoltellarmi. Minacciai di sparare e lui si allontanò. Era Koko, che non aveva dimenticato l’umiliazione di finire a sua volta nel fiume, a una profondità di almeno tre metri.

C’è chi si vanta di conoscere gli indigeni come il palmo della propria mano. Io me ne guardo bene. Per me sono più difficili da comprendere delle donne. Più li conosci, meno sai di loro. La chiave di tutto è tenere a freno la loro ferocia selvaggia. Per questo motivo non frusto mai un indigeno a meno che non se lo meriti. Un cane e un indigeno sono sullo stesso piano: bisogna dar loro una bella bastonata quando se la cercano, ma mai prima di aver lasciato sbollire la rabbia. Così, quando arrivammo a destinazione, mantenendo la calma, legai Koko a un albero per tutta la notte e, all’alba, lo consegnai al nuovo funzionario distrettuale. Lasciai andare i pochi uomini che mi erano rimasti (ne avevo perso un discreto numero per colpa dei coccodrilli e delle febbri, e avevo esaurito le provviste per sfamare gli altri), e trascorsi due giorni a letto lottando contro la febbre e in attesa del processo.

Durante l’udienza, il caro Koko confessò almeno cinque volte che mi avrebbe accoppato se solo la sfortuna non si fosse accanita contro di lui. Il funzionario distrettuale, appena arrivato da Oxford, era il tipo che si mette in giacca e cravatta per fare visita a una regina indigena. Mi domandò cosa chiedevo in cambio del danno subito. Una bella legnata, ecco cosa chiedevo! La sentenza fu: «È un reato di poco conto. Dispongo che si detragga una parte della paga». Credetemi, fu proprio così che andò. Tenete a mente che era una nazione giovane con una popolazione indigena di gran lunga più numerosa rispetto a un pugno di bianchi. Così a Koko venne detratta una parte della paga, e poco tempo dopo si rifece fregando al capo spedizione ai miei ordini la bella pelle di leopardo che mi era stata donata dal suo re Litia. Koko, come dicevo, era proprio un bel tipo.

A quel punto la stagione delle piogge era arrivata in tutta la sua violenza. Due giorni più tardi feci ritorno all’Old Drift, affamato e solo, fradicio fino alle mutande e scorticato fino al midollo da una sella zuppa. Andai dritto all’albergo di Mopane, che mi accolse sorvolando pietosamente sul fallimento del mio viaggio fino alla costa e servendomi quel che gli era avanzato dal pranzo: un tozzo di pane e una scatoletta di würstel. Dopo quel modesto pasto mi fu assegnata una capanna. Immaginerete che non mi occorse la ninnananna per piombare in un sonno profondo. Ero esausto. Che fine ingloriosa per la mia esplorazione imperiale! Che su quel posto incombesse una maledizione? O forse incombeva su di me?

da “Capelli, lacrime e zanzare”, di Namwali Serpell, Fazi, 2021, pagine 650, euro 18,50

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