Quesiti linguisticiCome si può tradurre “compliance”? Risponde la Crusca

Entrato nell’italiano come termine circoscritto al linguaggio medico, è passato al linguaggio economico nelle sue varie diramazioni. Ma poi, si sa, i termini dell’«aziendalese» si diffondono velocemente anche in altri ambiti comunicativi

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori, lamentando l’abuso di termini inglesi in testi istituzionali e amministrativi, chiedono ragguagli sul termine compliance presente sul sito della Agenzia per le entrate (Attività per la promozione della compliance per le imprese e i lavoratori autonomi) e negli atti della Pubblica Amministrazione (indicatori di compliance).

Risposta
Si tratta di una doppia questione: una generale, sull’uso sempre più frequente di anglicismi, e una particolare, sul termine compliance.

Sulla prima questione mi soffermo brevemente, dal momento che disponiamo di abbondante letteratura e interventi in merito, anche sul sito e sui canali social dell’Accademia della Crusca (e mi permetto di rinviare anche a Lubello 2014). Il linguaggio dell’economia è oggi tra i più inclini all’accoglimento di parole inglesi, quasi sempre tecnicismi noti perlopiù solo agli addetti ai lavori. Faccio un esempio partendo proprio da un recente articolo del 24 gennaio 2021 sul “Sole 24 ore”, giornale prevalentemente economico-finanziario, dal titolo Effetto compliance, -3 miliardi di evasione, in cui, a proposito della compliance fiscale, si legge: “il 2018 è stato l’anno in cui lo split payment, il reverse charge e la fatturazione elettronica per le imprese … hanno dispiegato i loro primi effetti”. E d’altra parte proprio dall’economia provengono alcuni anglicismi che grazie ai media si sono diffusi ben oltre il circolo ristretto degli specialisti: si pensi a una parola purtroppo ben familiare anche per chi sa poco di economia, lo spread.

L’impiego di tecnicismi in lingua straniera è certamente sconsigliabile, come osservano i nostri lettori, quando si tratta di testi rivolti a tutti i cittadini, per es. nella comunicazione ufficiale e istituzionale di governo, enti, istituzioni e amministrazioni, che dovrebbe sforzarsi, per quanto è possibile, di essere trasparente e comprensibile, senza spingersi troppo nei meandri del lessico specialistico, peraltro in inglese, che rischia di restare oscuro e iniziatico. Un altro esempio recente: il rimborso del governo, il cashback, introdotto a dicembre 2020, è collegato a una App(licazione) che ricorre ad anglicismi oscuri ai più: onbording, brand, renaming, form ecc.

A tale proposito è esplicito un comunicato dell’Accademia della Crusca (Gruppo Incipit):

Un’applicazione che nasce in ambito governativo non può affidare al gergo degli informatici la scelta del linguaggio con cui parlare al pubblico, per quanto si sappia che questi testi durano poco, presto sostituiti da altri nei successivi aggiornamenti.
Il rapido consumo della Rete non giustifica il disinteresse per la forma, specialmente in un’applicazione di alto valore simbolico e morale, che deve garantire la comprensione del testo da parte di un pubblico il più ampio possibile.

Ma veniamo al termine in oggetto, l’anglicismo compliance, in realtà più diffuso di quanto non credano i nostri lettori (il 21 gennaio 2021 mi è capitato di sentire l’espressione nella compliance nelle spiegazioni di un medico intervistato da Laura Berti nella rubrica televisiva Medicina 33 del Tg2).

Intanto va detto che il termine inglese compliance, dal verbo to comply ‘eseguire, conformare’, è un latinismo (dal latino complēre ‘compiere’) e significa genericamente ‘condiscendenza, arrendevolezza, acquiescenza’, con varie sfumature, per es. ‘sottomissione, remissività’ e anche ‘adesione, conformità’ (in compliance with your wishes ‘in conformità ai tuoi desideri’).

Quanto all’italiano dal GRADIT 2007 si ricavano di compliance ben quattro accezioni tutte marcate con TS (linguaggi tecnico-specialistici) e precisamente:

1. med. ‘grado di collaborazione con il quale il paziente segue le prescrizioni del suo medico curante’;
2.a fis. ‘capacità di un corpo di cadere alla pressione o una forza senza rompersi’;
2.b fis. ‘espressione di tale fenomeno che si misura come unità di variazione di volume per unità di variazione di pressione’;
3. med. ‘capacità di dilatarsi o di distendersi di un organo pieno d’acqua, di liquido o di aria’;
4. econ. ‘aderenza alle prescrizioni normative e di autoregolamentazione di imprese, istituti di credito e sim.’.

È interessante notare che quasi un quindicennio dopo (il GRADIT, come detto, è del 2007) l’ultima edizione dello Zingarelli (2021) fornisce del termine come prima accezione – che non ha più una connotazione e marca d’uso – quella generica di ‘disponibilità di un soggetto a osservare leggi, norme, regolamenti’ (seguono poi le accezioni 2. med. ‘collaborazione del paziente nel rispettare le prescrizioni del medico’ e 3. tecnol. ‘cedevolezza’ e fisiol. ‘capacità di distensione di un organo sollecitato da una pressione: compliance polmonare).

Mentre il Vocabolario Treccani online riporta solo l’accezione medica, evidentemente la prima diffusa in italiano (‘il grado, o livello, di collaborazione che il paziente presta nel seguire più o meno scrupolosamente le prescrizioni del medico curante’), rimandano a un significato più generale sia il Dizionario italiano Garzanti online (‘in riferimento a imprese, banche ecc., aderenza alle norme e alle prescrizioni di autoregolamentazione’), sia il Lessico del XXI secolo dell’Enciclopedia Treccani (2012) (‘l’insieme delle attività svolte al fine di rispettare una legge nazionale, internazionale, di settore o un codice di comportamento, un regolamento, una normativa, un codice etico’).

L’anglicismo compliance, quindi, entrato nell’italiano negli ultimi decenni del secolo scorso e inizialmente ben circoscritto al linguaggio medico, si è diffuso anche nel linguaggio economico nelle sue varie diramazioni e in quello amministrativo come si evince dalla distribuzione testuale delle attestazioni fornite da Google libri: oggi il termine compliance risulta ben acclimatato in quel linguaggio che viene indicato come “aziendalese” o, con Gaetano Berruto, “italiano manageriale” (Berruto 2012: p.192).

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