Cortocircuiti politiciLa fine del vero Pd, l’apostata Renzi e l’irrisolta questione comunista

Dalla sconfitta elettorale del 2018, il Partito democratico ha subito una trasformazione genetica che nulla ha a che veder con la fisiologica alternanza propria di tutti i partiti di sinistra europei. Se si vuole essere il Partito di Draghi bisogna tornare a essere il Pd immaginato da Walter Veltroni, invece che una brutta copia populista e minoritaria dei Ds

LaPresse

Possiamo definire un grido di dolore l’articolo del direttore de Linkiesta nel quale certifica «la fine ingloriosa» del Partito democratico, di quel partito – aggiunge – che «per dieci anni ha tenuto da solo la baracca italiana»? Penso di sì, perché Christian Rocca riconosce a quel partito di aver avuto il ruolo fondamentale di spina dorsale della democrazia italiana dopo la fine del primo esperimento populista,cincarnato da Berlusconi e dalla Casa delle libertà, e durante la crisi spaventosa dei debiti sovrani che stava mettendo a repentaglio persino la costruzione europea.

Inoltre tra il ’14 e il ’18, con i governi Renzi e Gentiloni – aggiungo io – ha scritto forse le due migliori pagine di buon governo dell’intera Seconda Repubblica: una centralità politica e storica che invece oggi Rocca non vede più, dopo l’infatuazione dei dem per Giuseppe Conte guida dei progressisti, dopo il sogno di Goffredo Bettini di costruire il partito unico demopopulista con Liberi e Uguali e i Cinquestelle e soprattutto dopo che ha rinunciato a diventare il Partito di Draghi nella nuova fase politica che si è aperta con la segreteria di Enrico Letta e la crisi irreversibile del contismo. 

Ma il Pd è finito davvero
Anche se non si condividono per intero la chiave interpretativa e l’esito della ricostruzione di Rocca, non si può non notare che moltiplica il numero di coloro che non solo non condividono la strada intrapresa anche dalla nuova segretaria, ma intravedono in quelle scelte una trasformazione profonda di un partito il cui nome non corrisponde più ai valori, ai contenuti programmatici, alle aspirazioni che innervarono la scelta di chiamarsi “democratico” alla sua nascita.

Dalla sconfitta elettorale del 2018 il Pd ha subito una trasformazione genetica, che nulla ha che veder con la fisiologica alternanza propria di tutti i partiti di sinistra europei tra maggioranze liberaldemocratiche e maggioranze socialdemocratiche che ne assumono protempore la direzione: è avvenuto nel Labour, britannico, nel SPD tedesca, nei partiti socialdemocratici scandinavi, nello PSOE spagnolo e persino nel Partito democratico statunitense. 

La differenza sta a mio giudizio nel peso della questione comunista nella storia della sinistra italiana anche dopo la scomparsa del Pci, come qualche mese fa ha messo bene in evidenza Claudio Petruccioli, ripubblicando con una lunga e inedita postfazione il suo libro Rendiconto, del 2003, nel quale ricostruiva la nascita del Pds e le ragioni del suo sostanziale fallimento.

“Questione comunista” significa innanzitutto non avere fatto fino in fondo i conti con la storia del comunismo dalla Rivoluzione d’Ottobre al suo crollo, ma nemmeno con la presunta eresia del Pci, non solo sul piano ideologico, ma anche del concreto agire politico, che la rivoluzione del Lingotto voleva superare collocando il Pd in quel campo dove stanno le socialdemocrazie e i partiti liberaldemocratici europei. Questo sforzo viene sostanzialmente paralizzato, se non azzerato con la defenestrazione di Walter Veltroni e il ritorno del dalemismo alla guida del Pd, che della tradizione postcomunista è sempre stato il custode e l’interprete più autentico. 

L’irrisolta questione comunista e i suoi cortocircuiti
Rimanere un partito né socialdemocratico, né stabilmente guidato da una cultura liberale di sinistra, ma una forza perennemente in mezzo al guado tra quell’approdo e il suo contrario, perché governato da un gruppo dirigente in larga misura del tutto estraneo a quelle tradizioni politiche ha prodotto una miriade di cortocircuiti in merito alle grandi questioni del nostro tempo che hanno impedito al Pd di consolidare una identità chiara e solida. Basti pensare all’incertezza sulla globalizzazione per cogliere a pieno le implicazioni generate da questa incertezza identitaria.

La più grande trasformazione del mondo dopo la Seconda rivoluzione industriale di fine Ottocento è ritenuta da molti esponenti di quel partito il male assoluto, invece che il terreno di nuove opportunità, perché generatore di catastrofiche diseguaglianze a cui contrappone una specie di un nuovo socialismo che però ha al suo interno iscritte molte suggestioni irriflesse, come il protezionismo, lo statalismo assistenzialista l’anticapitalismo globalista, che oggi hanno più a che fare con il nazionalismo che con il socialismo: si staglia all’orizzonte una sorta di neosocialismo nazionale statalista e antimercatista, contrapposto al liberalismo, quando dall’antifascismo degli anni Trenta in poi il pensiero progressista si è costruito proprio sull’integrazione tra socialismo e liberalismo da cui è disceso il grande compromesso riformista che ha rifondato l’Occidente e il mondo dopo il collasso della Seconda guerra mondiale.

Così come il riferimento mitizzato di Enrico Berlinguer, padre della sinistra universale per quel suo richiamo alla questione morale come tema politico dominante per la rigenerazione della politica partitocratica, che può esse annoverato invece come uno dei punti di partenza della deriva populista oggi egemone in Italia e che impedisce persino al segretario Letta di ritenersi e di definirsi garantista e di appoggiare in pieno la riforma Cartabia, perché soggiogato dalla reazione giustizialista del Partito dei PM, degenerazione inevitabile di chi pretenda di fondare il partito degli onesti.

O infine all’impossibilita di destreggiarsi nelle questioni internazionali che evocano la storia dei comunismo soprattutto nelle sue varanti terzomondiste – dal Venezuela di Chavez, alla Cuba castrista, alla Palestina di Hamas, persino alla Cina di Xi Jinping – di fronte alle quali il Pd oscilla pericolosamente tra le derive irriflesse di un antimperialismo cadaverico e una spasmodica ricerca di altre vie che gli consentano di non prendere posizione, di destreggiarsi, tra democrazia e antidemocrazia.

Contro il sistema
Sono tutti elementi che richiamano il nodo irrisolto nella cultura politica profonda della componente postcomunista ora egemone del PD del rapporto con il Sistema, cioè con quell’insieme di forze economiche, processi storici, dinamiche sociali, istituzioni mondiali nelle quali il capitalismo gioca il ruolo fondamentale di promotore dello sviluppo delle forze produttive, rispetto al quale la costituency effettiva del partito non ritiene che il suo ruolo sia quello di governarlo – anche quando è posto nella condizione di farlo – per contrastare i suoi istinti distruttivi della coesione sociale, ma valorizzando le opportunità di sviluppo che esso genera, ma per superarlo, per impedire che si realizzino le sue tendenze inevitabilmente orientate alla catastrofe ambientale, al declino economico, allo sfruttamento e alla distruzione della società.

Riemerge una concezione del capitalismo come male da estirpare, come moloch da abbattere per avverare il sogno del mondo nuovo nel quale come ha evocato l’economista Marianna Mazzuccato lo stato sarà in grado di garantire un’equa remunerazione a tutti quelli che ne hanno bisogno. I Manifesti di Goffredo Bettini usciti nell’infausta stagione del Conte II o l’esaltazione della Cina di Massimo D’Alema sono espressione più autentica di questa concezione del mondo che è quanto di più lontano vi sia dalla socialdemocrazia e dal socialismo liberale, che invece il Pd era nato per realizzare anche in Italia.

Renzi l’apostata
E questo spiega la durezza dello scontro con Matteo Renzi che con maggior forza e determinazione di Veltroni ha deciso di competere nel Pd proprio per sconfiggere questa cultura politica, proprio per liberare il nuovo partito dalle sue scorie del passato che avevano avuto la forza di rimuovere il segretario fondatore e si avviavano a dirigere il Pd come se fosse la terza reincarnazione del Pci dopo il Pds e i Ds senza aver risolto il dilemma se anche il nuovo partito fosse di lotta e di governo, come l’archetipo originario.

Renzi invece, al netto dei suoi errori, vuole fare davvero del Pd un partito liberale di sinistra che sta nel socialismo europeo: un partito di governo che si incarica di esprimere le ambizioni e le aspettative dell’Italia moderna, postideologica, i cui valori sono iscritti nella tradizione del progressismo democratico e non in quelli del comunismo mondiale e che sfida la “ditta” sulla sua pretesa insindacabile a rappresentare la sinistra.

Lo scontro non poteva che essere senza esclusione di colpi e senza possibilità di compromessi perché era in gioco la legittimità della componente postcomunista a dirigere il partito, che invece essa considerava come la condizione insuperabile della adesione alla nuova formazione politica. La «fusione fredda» come diceva D’Alema poteva diventare calda solo se a dirigerla era lui e la sua vasta area politica, ma non pro tempore come era fisiologico in un partito fondato sulla contendibilità delle cariche, ma come elemento centrale della sua natura effettiva al di la degli statuti e delle dinamiche formali.

L’esito di questa battaglia campale è stata la sofferta espulsione di Renzi, nonostante due congressi stravinti, che doveva passare da due sconfitte elettorali quella del ’16 e quella del ’18 esplicitamente cercate e costruite dalla minoranza postcomunista. Soprattutto l’imputazione di quella del ’18 alla visione politica del Lingotto e al riformismo liberaldemocratico, accusati dal nuovo segretario Nicola Zingaretti di essere «lontani dalle periferie», estranei dal presunto popolo della sinistra, amici dei ricchi e ostili ai poveri, ha consentito alla costituency postcomunista – insieme al ministerialismo di buon parte degli ex democristiani – di dilagare e di rimodellare il partito a immagine e somiglianza dei DS che costituirono l’ultimo luogo politico dove essa aveva elaborato la sua più compiuta costruzione ideologica. 

Senza Renzi ma neanche con Draghi
Ma se per queste ragioni il Pd non poteva più essere il partito di Renzi, meno ancora può essere oggi il Partito di Draghi, perché in mezzo vi è stata la fascinazione populista che ha arricchito di ulteriori elementi regressivi la cultura postcomunista, fino a spingerla a riconoscersi nelle battaglie identitarie del Movimento 5 stelle: giustizialismo, antiindustrialismo, assistenzialismo, declinismo antiprogressista.

Questa deriva ha accentuato i caratteri antisistemici nel nuovo Pd allontanandolo dalla tradizione riformista, minoritaria e frammentata nei partiti della Prima Repubblica e che il vecchio Pd aveva avuto l’ambizione di ricomporre in un partito della nazione, quale mai si era visto nella storia italiana.

Essere il Partito di Draghi significa tornare il partito di Renzi, significa tornare a essere il Pd invece che una brutta copia più populista e più minoritaria dei Ds. Ma di questo ritorno non si vedono dentro il Pd le forze in grado di farsene carico; forse saranno quelli che in questi tre anni sono usciti e hanno scelto altre strade a farsene carico, se ne saranno capaci.  

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