Il Conte trimezzatoL’avvocato del populismo finge di essere il leader, ma gli tocca rispondere a Grillo e Di Maio

Ci troviamo di fronte all’opposto dell’uomo che non deve chiedere mai: dovrà farlo sempre, a due padroni, ovvero al comico e al ministro degli Esteri (che di tutta questa storia è il vero vincitore)

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È passato nel giro di pochi mesi dall’essere il Trisconte al Conte “trimezzato” di oggi. Giuseppe Conte infatti non deve solo dimezzare il potere con Beppe Grillo (è il mesto happy ending della polemica di queste settimane che non era difficile da prevedere) ma dividerlo ulteriormente con il vero vincitore di questa telenovela, che si chiama Luigi Di Maio.

E pazienza se la Treccani giustamente sostiene che “trimezzare” in italiano non esiste perché in effetti il concetto di divisione contiene in sé quello del “due”, vorrà dire che conieremo qui un neologismo: perché il fatto è l’ex avvocato del popolo diventerà leader dopo una “votazione”, non si è capito nemmeno se su Rousseau o altro, ma al contrario della vecchia pubblicità di un dopobarba dell’uomo che non deve chiedere mai, lui dovrà chiedere sempre, e a due padroni, come l’Arlecchino goldoniano: a Grillo e a Di Maio.

Quest’ultima “clausola” nel “patto” siglato con Beppe non è scritta, eppure l’impressione dei grillini superstiti è esattamente questa, alla fine chi tira le somme è l’ex ragazzo di Pomigliano d’Arco.

Infatti è stato Di Maio, con i due incontri – uno a casa di Conte, l’altro a Marina di Bibbona dal comico – a spiegare all’uno e all’altro che una soluzione di compromesso sarebbe servita ad entrambi: a Grillo, cui stavano voltando le spalle troppi pezzi grossi e troppi parlamentari; e a Conte, che gira e rigira senza il beneplacito del Fondatore non avrebbe fatto molta strada.

Naturalmente il compromesso è fragilissimo e si regge su molti non detto e si può giurare che a ogni tornante complicato il dissidio tra la visionarietà del comico e il tatticismo politicista dell’avvocato saranno inevitabilmente destinati a entrare in rotta di collisione.

La polizza di assicurazione però è firmata appunto dal gran mediatore Di Maio, che anche fisiognomicamente sta assumendo sempre più le sembianze dell’inappuntabile e un po’ mellifluo notaio che stipula patti raccontando a uno una cosa e all’altro un’altra, e quindi assicurando a Grillo che la sua parola è Vangelo e a Conte che la sua leadership è inattaccabile.

Non sono vere nessuna delle due cose ma il mediatore se è abile riesce a far credere ciò che vuole, come in questo caso.

Se non si trattasse di una vicenda di mero potere del tutto svincolata da opzioni politiche, si potrebbe dire che nel “nuovo” Movimento 5 Stelle Di Maio è il centro e gli altri due i poli di “destra” e di “sinistra” – impossibile stabilire chi stia da una parte e chi dall’altra, fate voi – e che nei fatti, dopo la crepuscolare stagione della reggenza di Vito Crimi, il ministro degli Esteri si è ripreso il ruolo di sostanziale capo politico del Movimento, con tutte le incognite che questo rappresenta.

Vedremo presto, a partire dalle votazioni sul ddl Zan, se il Movimento 5 Stelle in teoria riappacificato mostrerà qualche crepa in occasione dei voti segreti.

Resta comunque il problema di una leadership debole, quella di un Conte giudicato solo qualche settimana fa da Grillo «un incapace», non esattamente un buon viatico per la sua ascesa a “presidente” (così ha voluto che si denominasse il capo del partito).

Per ora ci hanno sicuramente messo una pezza, e per l’ex presidente del Consiglio questo era il massimo ottenibile dal momento in cui tutti hanno capito che “il partito di Conte” sta più nella testa dolorante di Marco Travaglio che nel novero delle cose possibili, come gli ha fatto notare proprio Di Maio avvertendolo che lui non sarebbe stato della partita.

I parlamentari, che in questo periodo non hanno dormito la notte pensando a cosa fosse più conveniente fare per la loro rielezione, si sono tranquillizzati, e così tutto sommato anche il governo.

Qualcuno va dicendo che però d’ora in poi su Mario Draghi penderà la spada di Damocle del rancoroso dissenso di Conte: già, ma che può fare un uomo che dipende da altri due? Certo, può fare affidamento sulla rinnovata solidarietà politica di Goffredo Bettini, manifestata ieri sul Foglio: ma non era un grande patrimonio da spendere quattro mesi fa, figuriamoci adesso.

Già, resta politicamente debole, l’avvocato, commissariato da un uomo di 71 anni e da un altro di 35, e lui fra di loro, il presidente trimezzato.