Contro manifestoIl green pass non è un pranzo di gala, ma neanche lo spettro di Cacciari e Agamben

Due fra i maggiori filosofi italiani considerano la certificazione verde una forma di dittatura sanitaria di stampo sovietico e hanno diffuso un testo dai toni oracolari. Avrebbero alcuni buoni argomenti, ma scelgono quelli sbagliati

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È vero che l’obbligo del green pass, che certifica una vaccinazione completa, per entrare nei ristoranti, cinema, locali, è una forma di “tirannia sanitaria” e l’espressione di una logica dispotica, che minaccia le fondamenta della democrazia? Lo sostengono Giorgio Agamben e Massimo Cacciari in un testo-manifesto dai toni vagamente oracolari.

I due, che sono fra i maggiori filosofi italiani e fra quelli che con più dedizione coltivano l’autonomia di pensiero, sostengono alcune cose corrette e ragionevoli: che discriminare le persone è sbagliato, ma per la verità non sempre; che il vaccino non deve diventare una sorta di “simbolo politico-religioso” e i non vaccinati non sono necessariamente nemici della scienza (questo forse il messaggio più condivisibile); che la scienza dei vaccini è incerta e proprio per questo le persone che non si vaccinano non vanno discriminate ma convinte a farlo; che dopo anni di paranoie per la privacy e i possibili abusi dei dati sensibili, ora sono tutti allegramente disposti a farsi tracciare elettronicamente, ovvero a lasciare i loro dati più sensibili in eterno, a disposizione di qualche sempre possibile vero Grande Fratello.

Ciò che non ci convince in quel testo sono due cose: da una parte, l’uso strumentale e un po’ pasticciato dei dati; dall’altra, la semplicità dell’analisi politica a fronte di una sfida dannatamente complessa. La discussione sul green pass sta confondendo due o tre questioni: se sia lecito o etico introdurre un obbligo di vaccinarsi, se il green pass sia una forma implicita di obbligo e se il green pass sia utile allo scopo di far lievitare e affrettare le vaccinazioni.

Il green pass ha sicuramente elementi problematici, chi lo nega manca di senso critico. Da una parte, come abbiamo già scritto, non è chiaro che sia un incentivo appropriato per la popolazione degli esitanti (se sono persone anziane che risiedono nei piccoli paesi del Meridione ma anche del centro-nord, veramente verranno spinti a vaccinarsi dal non poter andare ai concerti?). Dall’altra, rappresenta sicuramente un vincolo per le aziende, dai ristoranti ai cinema, che dovranno dotarsi di personale e risorse per registrare il numero di ospiti dotati del certificato.

Non è chiaro se, oltre al bastone, ci sia per loro anche la carota (un maggiore tasso di riempimento delle sale). In più, è difficile immaginare che si possano fare controlli efficaci, al di fuori delle grandi città. Infine, non è chiaro perché si sia impostata tutta una comunicazione in negativo, punitiva per i non vaccinati, anziché cercare di porre in essere incentivi positivi.

Le intuizioni di Agamben e Cacciari contro il “lasciapassare verde” possono essere anche condivisibili, ma gli argomenti meno. Soprattutto nel momento in cui dicono che il vaccino non deve essere un simbolo politico-religioso e poi sono loro stessi vittime di una dissonanza cognitiva.

Per esempio, essi equiparano la discriminazione da green pass ai passaporti interni nell’Unione Sovietica, come prototipo dei lasciapassare che si devono richiedere nei sistemi totalitari per spostarsi.

Si potrebbe dire che Agamben e Cacciari arrivano con un secolo di ritardo: non c’è dubbio che i documenti siano uno dei più efficaci strumenti di controllo da parte delle istituzioni politiche, tutte, anche quelle democratiche. Non c’è dubbio (se questo è il sottinteso del loro manifesto) che restrizioni introdotte in un contesto emergenziale finiscano spesso per sopravvivervi: passaporti e carte d’identità nascono sostanzialmente per schedare la popolazione in vista dello sforzo bellico, reclutare le diverse leve, isolare i disertori, ecc.

Ma, con l’eccezione dei Paesi anglosassoni che sono riusciti a non avere carte d’identità nazionali in tempo di pace, i documenti d’identità sono sopravvissuti alle circostanze in cui erano stati adottati e oggi non destano scandalo. Le complesse strutture burocratiche dello Stato moderno richiedono strumenti d’identificazione con una capacità di registrazione capillare della società.

Da questo punto di vista, il green pass non pare necessariamente peggiore di altre novità degli anni scorsi (pensiamo solo all’anagrafe dei rapporti finanziari). Regge il paragone con un lasciapassare sovietico? Non proprio. In un sistema totalitario il rilascio del documento avviene sulla base dell’arbitrio del gerarca di turno. Al contrario, il green pass viene prodotto da delle macchine che controllano se si è ricevuta o meno una somministrazione di vaccino. La discriminazione non riflette un esercizio di discrezionalità: certo, la Cina si sta attrezzando con le intelligenze artificiali a combinare marker somatici e comportamentali per discriminare le persone in base alla fedeltà al regime.

Agamben e Cacciari dicono giustamente che «il bisogno di discriminare è antico come la società», ma questo perché cognitivamente siamo macchine categorizzanti (il cervello in particolare ha questa funzione), ed è solo con l’avvento della scienza, del capitalismo e dello Stato di diritto, che le società sono riuscite a ridurre le discriminazioni insensate e dannose.

Inoltre, Agamben e Cacciari giustamente sostengono che non si deve tirare in ballo la scienza, cioè che nessuno nega l’utilità dei vaccini ma esistono ancora troppe incertezze per aspettarsi che le persone si facciano vaccinare serenamente.

Ma anche loro fanno un uso strumentale dei dati: in particolare, usano i numeri in modo da far intuire che qualcosa di grave è in corso. In realtà nulla di grave è in corso a causa del vaccino. Non esiste vaccino efficace al 100% e privo di qualche effetto collaterale. La storia della medicina è zeppa di esempi di incidenti e problemi di sicurezza dei vaccini scoperti dopo anni che venivano usati. Ma sempre la storia della medicina dimostra che questi problemi sono diventati meno frequenti o sono stati anticipati grazie al progresso congiunto della ricerca pubblica e industriale.

Quando riportano il numero di persone, 50, che sono morte in Regno Unito tra il 1° febbraio e il 22 giugno, su un totale di 117 (il 43%) pur avendo ricevuto due dosi non precisano il contesto e sembra si tratti di un dato poco rassicurante.

Questo dato è stato sparato su alcuni siti cospirazionisti per sostenere che quasi metà dei morti a causa della variante Delta erano stati vaccinati. In realtà quel dato è previsto dal livello di protezione – non totale del vaccino – e dalla condizione medica delle persone decedute.

In termini di numeri e di banali proporzioni, nel periodo indicato ci sono stati 92.029 casi confermati di malati con varianti Delta, di cui il 58% non si erano vaccinati e solo l’8% avevano concluso il ciclo di vaccinazione. Agli inizi di giugno più della metà degli adulti britannici era completamente vaccinata.

Se i vaccini fossero stati inefficaci più delle metà dei casi avrebbero dovuto risultare completamente vaccinati, non l’8%. Il 43% dei morti che erano vaccinati (50), dei quali poco o nulla sappiamo in quanto a patologie concomitanti, occulta il numero di coloro che non hanno contratto il virus o che l’hanno contratto senza ammalarsi gravemente. Un calcolo che si può fare facilmente: il vaccino ha salvato circa 27mila persone in Inghilterra.

Hanno ragione Agamben e Cacciari quando dicono che il vaccino non deve diventare un simbolo politico-religioso. È singolare però che lo facciano portando ai metodi empirici della scienza e delle tecnologia, che navigano con delle buone mappe nell’incertezza, delle critiche che vengono dai due ambiti che più promettono e invocano certezze: la politica o la religione.

Discriminare è alla base di un modo di procedere inventato dall’evoluzione biologica, per tentativi ed eliminazione degli errori, che usano sia l’ameba sia Einstein – per state a una famosa affermazione di Karl Popper. Tuttavia, Einstein, per non rimetterci più la pelle come conseguenza degli errori, si è dato degli strumenti che non sono però naturali, ovvero che non si sviluppano spontaneamente a livello di capacità cognitive.

In modo semplicistico si dice che noi discendiamo da quegli ominidi che di fronte al fruscio di cespuglio scappavano a prescindere. Ovvero quegli esemplari che si sono eventualmente chiesti se si trattasse del vento o di un predatore, tentando un ragionamento probabilistico, non hanno lasciato una discendenza.

Questo significa che fino all’età moderna ragionare probabilisticamente non era adattativo e ci troviamo sempre più ad affrontare la dissonanza di vivere in società complesse dove le scelte d’insieme sono prese su basi statistiche, mentre singolarmente non riusciamo a non pensare di essere noi quel caso fra 50mila o 100mila che avrà una reazione avversa letale al vaccino.

Proprio ieri i giornali riportavano l’inatteso (secondo modelli troppo spesso presentati acriticamente dalla stampa) calo dei contagi in Inghilterra. Forse è più interessante concentrarsi sulle dinamiche che lo hanno reso possibile, che non cercare conferma ai nostri pregiudizi.

La domanda è, ma perché cerchiamo sempre di agire col massimo della prudenza quando si parla di vaccini, molto di più di quanto non facciamo quando assumiamo farmaci o svolgiamo attività ben più rischiose che vaccinarci?

Ogni anno in Gran Bretagna muoiono 3mila persone per l’uso prolungato di aspirina, e i morti per incidenti stradali nel 2019 in Italia sono stati circa 3.200. La media europea dei morti per incidenti stradali è 51 per milione.

Negli Stati Uniti, alla data del 21 luglio, sono state denunciate al sistema di rilevamento degli effetti collaterali del vaccino anti-Covid 6.207 casi di persone morte “dopo” la somministrazione del vaccino, su 339 milioni di dosi somministrate a 187,2 milioni di persone. Numeri equivalenti si sono avuti in Europa. Una minoranza di questi decessi è dovuta al vaccino, per cui siamo a meno della metà del rischio di morire viaggiando in auto in Europa.

Un fatto sul quale quasi nessuno si sofferma è che i vaccini si somministrano alle persone sane, magari bambini. Nell’immaginario propagandistico no vax, tra varie grafiche, si vedono persone in perfetta salute e sportive alle quali viene inoculata una brodaglia di germi, per cui si ammalano e diventano orribili da vedere. Questo aspetto viene poco considerato nella comunicazione. Così come si tende a sottovalutare l’uso di incentivi che sono percepiti come premi se ci si vaccina, dallo spinello nello stato di Washington, alle borse di studio nei college preferiti a New York.

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