L’egemonia politicaLa notizia delle difficoltà di Draghi in Parlamento è fortemente esagerata

Finora il premier ha saputo sempre risolvere politicamente le contraddizioni di una maggioranza disomogenea. E Mattarella non starà a guardare se i partiti saranno irresponsabili, anche nel semestre bianco

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Nei palazzi della politica e nelle redazioni dei giornali – le due cose si influenzano a vicenda, perché di solito funziona così, che un giornalista dice una cosa a un politico, quello la ripete a un altro giornalista e così via – si fa largo l’idea del “draghicidio”, cioè che con il semestre bianco che scatta il 3 agosto il governo Draghi comincerà a ballare se non addirittura a imboccare il viale del tramonto.

Le tensioni effettivamente non mancano, dalle decisioni sul green pass alla riforma Cartabia (mentre la legge Zan, come previsto, si inabissa nelle incertezze della tarda estate); ed è anche vero che le forze politiche avvertono l’egemonia reale del draghismo come una minaccia alle loro rendite di posizione: eppure è davvero difficile, per non dire impossibile, che si stia andando verso il “draghicidio”.

Lo debbono pensare anche i mercati che malgrado fisiologiche turbolenze segnalano attraverso uno spread stabile poco sopra i 100 punti una certa fiducia nella stabilità italiana.

Tutte le guerre e guerricciole tra i partiti e intra partiti sono dovute a lotte di potere fra i capi, soprattutto nei partiti populisti, Movimento 5 stelle e centrodestra: il merito dei problemi sono solo occasioni per posizionamenti di potere interno. È questa “lotta continua” dei partiti che alla lunga li sfibra: come l’agitarsi nel sonno che produce mortale stanchezza.

Finora Mario Draghi ha saputo sempre risolvere politicamente le contraddizioni di una maggioranza per forza disomogenea nella sua inedita larghezza e ove non vi riuscisse ha pronta l’arma della fiducia, come sulla riforma Cartabia (che si sta rivelando un’ottima ministra, come prova la character assassination da parte del Fatto Quotidiano): ieri il premier e la ministra sono apparsi tranquillissimi, sì a aggiustamenti tecnici e condivisi altrimenti voto di fiducia.

Giuseppe Conte e i suoi non hanno particolari frecce al loro arco per impedire il superamento della pessima legge Bonafede. Nessuno oserebbe votare contro il governo: il “draghicidio” porterebbe il Paese nel caos più assoluto facendogli venire mancare il credito dell’Europa (credito anche materiale, i soldi del Pnrr) e creando il crollo sui mercati, in una fase in cui il problema dei licenziamenti appare più grave di quanto qualcuno pensava e la variante Delta alza la testa in modo molto serio. Basterebbe questo per di concludere che no, il “draghicidio” non ci sarà.

Ma – si obietta – nel semestre bianco i partiti fanno quello che vogliono perché il capo dello Stato non dispone dello strumento più potente che la Costituzione gli assegna, lo scioglimento delle Camere.

Vero, ma fino a un certo punto. Sergio Mattarella (a proposito, auguri per il suo compleanno) non solo continuerà a disporre di poteri importanti, formali e informali, ma soprattutto, alle brutte, potrebbe minacciare di dimettersi prima del tempo – come ha scritto Francesco Clementi sul Sole 24 Ore – per innescare il procedimento elezione del nuovo presidente e inevitabili elezioni anticipate: è uno scenario inquietante, certo, ma che tutti i partiti farebbero bene a tenere presente.

Quale vantaggio potrebbero trarre, i partiti, da uno tsunami istituzionale? Che giudizio darebbe l’elettorato di loro? E siamo sicuri che i parlamentari di ogni partito accetterebbero lo scioglimento delle Camere, antipasto della loro disoccupazione? Figuriamoci.

Invece di ritenersi padroni del campo, dunque, le forze politiche dovrebbero approfittare del semestre bianco per mettere a punto le rispettive strategie. Al momento regna ancora il caos nel primo partito parlamentare, il Movimento 5 stelle, che nella migliore delle ipotesi si troverà nelle prossime settimane con una leadership debole come quella di Conte; c’è confusione e scricchiolìo a destra per la permanente guerra fra Salvini e Meloni; e c’è il Partito democratico di Enrico Letta che in autunno giocherà alla roulette russa alle amministrative (se a Roma non vince Gualtieri sono guai) e a Siena, dove il segretario, come ha scritto Carlo Panella, rischia l’osso del collo, tanto più se Italia viva dovesse presentare con Azione un candidato riformista (Carlo Calenda è di questa opinione), nel mezzo delle famose Agorà che potrebbero essere un bel momento di iniziativa politica ma anche un guazzabuglio senza sbocchi concreti.

In questa confusione della politica dei partiti, restano le due certezze di questa lunga fase: un premier che governa e un Capo dello Stato che vigila. I partiti, con le loro convulsioni solipsistiche e di potere, si trovano esattamente nella tenaglia di questo binomio fortissimo. Ed è bene che stiano sereni.

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