Shopping nocivoIl preoccupante inquinamento da plastica provocato dal mondo della moda

Più di 100 miliardi di pacchi polybag con vestiti e accessori vengono spediti ogni anno nei 13 principali mercati mondiali, e meno del 15% di quelli in circolazione vengono raccolti per il riciclaggio. Idem, se non peggio, per il settore beauty. Anche l’alta moda trova difficoltà nell’adottare una produzione sostenibile per i capi firmati

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Le presentazioni della haute couture per l’autunno-inverno 2021 si sono appena concluse. I super brand della moda dopo il durissimo periodo di pandemia sono tornati a far sfoggio di sé: l’alta moda con i suoi rarefatti atelier non è infatti cosa che marchi piccoli e medi possano permettersi.

Anche se nel XXI secolo gli show che ne diffondono l’immagine sono più che altro un gesto di marketing il cui obbiettivo accredita le grandi maison a vendere su larga scala ben altro. Ad esempio i profumi che strabordano sugli scaffali degli aeroporti o i prodotti di bellezza che rigurgitano in ogni profumeria di villaggio, paese o grandi metropoli del mondo: questo è davvero un business milionario applicato su larga scala.

In ogni caso – e questo nonostante il greenwshing ormai dilagante – di upcycling tra i capi presentati a Parigi come a Venezia se ne è visto assai poco. Qualcosina qua e là più che altro e di buon auspicio: non è la prima volta che ad esempio che i designer olandesi Viktor Horsting e Rolf Snoeren, utilizzano materiali riciclati nelle loro collezioni. Da Schiaparelli, sono apparsi come talking pieces una stola a frange realizzata con strisce di sacchetti della spazzatura, una giacca e un pantalone on denim pescati in un negozio vintage e incrostati da preziosi bijoux dorati. L’immarcescibile John Galliano, lui sì per Maison Margela Artisanal, ha usato in grande quantità tessuti vintage e deadstock.

La pesante impronta ambientale del tessile-abbigliamento insomma è sempre lì, e continua a non essere – come invece dovrebbe – una priorità per le case di moda.

E invece, poiché i clienti e i decisori politici a livello internazionale hanno iniziato a esaminare più da vicino l’effetto della plastica sul pianeta, l’impiego diffusissimo di materiali sintetici nella produzione di abbigliamento è diventato un nuovo problema di responsabilità per il settore. L’impatto ambientale provocato da fibre come il poliestere e il nylon è noto: queste fibre dipendono dalla produzione di combustibili fossili e rilasciano microplastiche nell’ambiente, ormai diffuse ovunque.

La circolarità, il riuso delle stesse non è una soluzione. I marchi posizionano questa attività come sostenibilie ma lo fanno eclissando l’evidenza: le fibre di riciclo hanno all’incirca gli stessi impatti sull’ambiente dei sintetici vergini.

L’uso del sintetico nell’abbigliamento è particolarmente diffuso tra i produttori che si occupano di abbigliamento outdoor, a causa dei vantaggi in termini di prestazioni che offre. A differenza dell’alta moda – questo tipo di abbigliamento occupa una fetta enorme e sempre in crescita nell’abbigliamento contemporaneo.

I marchi devono quindi impegnarsi di più per rendere sostenibili i loro prodotti, ma pure trovare il modo di non avvolgerli in imballaggi di plastica monouso.

Più di 100 miliardi di pacchi vengono spediti ogni anno nei 13 principali mercati globali e la cifra sembra destinata a raddoppiare entro il 2026. La maggior parte è racchiusa nei polybag, sacchetti di plastica trasparente utilizzato per conservare e trasportare i vestiti prima di raggiungere il negozio: li usano tutti, alta moda o fast fashion non fa differenza. Ogni anno ne vengono prodotti circa 180 miliardi e meno del 15% di quelli in circolazione vengono raccolti per il riciclaggio.

Qualche progresso si registra man mano che crescono gli investimenti in imballaggi sostenibili, con i conglomerati del lusso come la francese Kering (Gucci, St. Laurent , Balenciaga…) o l’americana e PVH (Calvin Klain, Tommy Hilfiger, Timberland…) ma siamo lontanissimi da una vera soluzione.

Se per gli abiti si producono miliardi di polybag, per il beauty il campionamento monouso fa altrettanto. Anche qui le cifre sono da incubo: il settore della bellezza crea annualmente 122 miliardi di bustine campione monouso: l’utilizzo è utilizzo di pochi secondi, ma le bustine sono destinate a restare sul pianeta per secoli.

Stiamo vivendo una crisi climatica senza precedenti. La necessità di agire non può più essere messa in dubbio.