Che schifo, gli influencerIl giorno in cui l’uomo più impopolare s’azzuffò con la coppia più popolare d’Italia

Attaccato da Chiara Ferragni per avere cercato di modificare il ddl Zan, Matteo Renzi ha replicato con un post lungo e verboso. Ma ha dimenticato l’essenza stessa del confronto, che in Italia non vince chi ragiona meglio ma chi sa rispondere per le rime

da Instagram (Matteo Renzi)

E venne il giorno in cui l’uomo più impopolare d’Italia s’azzuffò con la coppia più popolare d’Italia. Va detto, a moderazione della di lui hybris, che avevano cominciato quegli altri, come si dice nelle beghe tra bambini delle elementari.

Ieri Chiara Ferragni – che mica è scema: si schiera solo dalla parte di cause che aumentino la sua popolarità – ha espresso un pensiero con cui una volta avresti fondato i Cinque stelle e oggi fai tre storie di Instagram (non sponsorizzate, per ora). Il pensiero era: «Che schifo che fate[,] politici» (mi scuso per averle aggiunto la virgola, è stato più forte di me).

La frase era compitata sotto un altrui post sulla Zan, da lei condiviso. Nel post c’era la foto di Matteo Renzi, che si è quindi sentito chiamato in causa (Renzi è il contrario della Ferragni: ha la perversione di schierarsi per ciò che più lo renderà odioso presso il popolo dei cancelletti, e se ci riesce anche altrove; infinita è la sua capacità di raccogliere antipatie).

A quel punto Renzi, al quale come a tutti i politici bisognerebbe togliere i social, ha pubblicato il seguente penzierino: «Chiara Ferragni entra nel dibattito sulla Legge Zan dicendo ai suoi 24 milioni di follower: “Che schifo che fate politici”, con la mia faccia. Ho sempre difeso Ferragni da chi la criticava quando postava dagli Uffizi o da chi vorrebbe minimizzare il ruolo degli influencer. Lo faccio anche oggi. Fa bene Chiara Ferragni a dire quello che pensa. Solo che da lei mi aspettavo qualcosa in più di una frasina banale e qualunquista». Già così è meraviglioso, il ruolo fondamentale degli influencer, Chiara Ferragni la Simone Weil che ci possiamo permettere, Tomaso Montanari come territorio sul quale allearsi (da una parte chi è contrario ai servizi di Vogue scattati nei musei, dall’altra i normodotati).

Ma poi va avanti per altre trenta righe (Renzi è più verboso di me), che si concludono con: «Sono pronto a un dibattito pubblico con la dottoressa Ferragni, dove vuole e come vuole. Sono sempre pronto a confrontarmi con chi ha il coraggio di difendere le proprie idee in un contraddittorio. Se ha questo coraggio, naturalmente».

Leggendo questo struggente finale, mi è tornata in mente la volta in cui mi hanno spiegato le trattative tra agenti per fare presentare a una influencer il libro d’un’altra influencer. Se io ti do i miei tot milioni di follower, tu cosa mi dai in cambio? Che, tradotto, significa: l’unico al mondo a pensare che, se Chiara Ferragni non ci pensa proprio, a inserire nel proprio carnet di ballo un vertice con Matteo Renzi, sia per viltà, l’unico al mondo è Matteo Renzi. Che è anche l’unico a pensare che la frasetta «Paura, eh?» faccia presa su interlocutori meno scemi di quelli che può trovare nei talk politici.

Ma c’è un altro punto interessante, nel prolisso penzierino di Renzi, ed è: «E la politica si misura sulla capacità di cambiare le cose, non di prendere i like». Che, oltre a fare molto ridere pubblicato su una piattaforma sulla quale si prendono i like (undicimila, nel momento in cui scrivo; la Ferragni ha avuto la magnanimità di mettere i suoi penzierini sulla Zan nelle storie, alle quali non si può mettere like, impedendo il confronto), è pure sbagliato.

Se i like sono più facili dei voti è solo perché non si può (ancora) votare dallo smartphone. Ma sarebbe assai ingenuo (e in questa querelle non ci sono ingenui) credere che la cura e l’attenzione con cui il cittadino medio vota siano più spiccate di quelle con cui mette like. La metà dei miei like sono ditate date per sbaglio al touchscreen, che è esattamente il modo in cui la maggioranza dell’umanità – quella la cui idea di divertimento non è guardare un talk politico – mette una croce sulla scheda.

Una delle molte volte in cui ho citato «la verità è che nun ce state a capi’ più un cazzo, ma da mo», la frase che dice Ennio Fantastichini nella più citata scena di “Ferie d’agosto”, ho definito Ennio Fantastichini un italiano di destra. Paolo Virzì mi ha fatto cortesemente notare il punto (che come spesso accade m’era sfuggito): subito prima, il personaggio di Fantastichini dice «io i partiti li ho votati tutti». Non è uno di destra: è uno normale.

Come normali, nel film, sono i villeggianti di Ventotene che, man mano che procede la discussione, si radunano attorno al tavolo e applaudono chiunque segni un punto dialettico o faccia una buona battuta, del tutto indifferenti all’essere, la battuta, di destra o di sinistra. Sono – venticinque anni prima – i follower della Ferragni, quelli. Pronti ad applaudire chi si scrive sulla mano «DDL Zan». Meno a sorbirsi trenta righe di Renzi che si propone di spiegare a Chiara Ferragni come funzioni il voto segreto al Senato.

Si guarda bene, Renzi, dall’obiettare alla storia in cui scriveva, Ferragni consapevole che puoi dire qualunque cosa tanto nessuno verifica niente, che leggi come la Zan sono attive «nel resto dell’Europa da decenni». Il dibattito sui fatti è noiosissimo, l’internet vuole emozioni o battute tranchant: lo sa persino Renzi, che pure raccoglie meno cuoricini della Ferragni.

D’altra parte il marito della Ferragni – che, come sempre accade, ha risposto alla polemica in sua vece: Sua Maestà Ferragnica dice la sua, mica dibatte – ha liquidato Renzi con «Stai sereno Matteo, oggi c’è la partita. C’è tempo per spiegare quanto sei bravo a fare la pipì sulla testa degli italiani dicendogli che è pioggia».

È un influencer, non Umberto Eco né Edmondo Berselli, e gli interessa l’applauso degli astanti intorno alla tavolata, non il confronto dialettico. Quindi non si è agganciato alle righe del penzierino che Renzi aveva messo in evidenza su Twitter. Quelle che dicono «io ho firmato la legge sulle #unionicivili, una legge che dura più di una storia su Instagram».

Non ha risposto che è proprio la legge sulle unioni civili (scusate l’assenza di cancelletto) il problema. Quel panno caldo del quale si sono accontentati i militanti gay, passando a chiedere una legge che renda reato dire «scrofa» alla Meloni (così ha detto Zan una volta, forse convinto che dire «scrofa» a una donna sia incitamento misogino alla macellazione) e «busone» a un omosessuale (si prevedono arresti di massa a Bologna). Invece di dire: ma quali unioni civili, vogliamo il matrimonio egualitario, l’adozione, e tutti i diritti che ci renderanno davvero cittadini come gli altri.

Non gliel’hanno obiettato, gli influencer, perché in trenta righe perdi l’attenzione del cuoricinatore medio; ma anche perché Renzi e la Zan sono legati da un rapporto di codipendenza: criticare la legge sulle unioni civili significa criticare, oltre a lui, anche le vittime (parola magica), che invece che sul matrimonio egualitario hanno deciso di concentrarsi su una roba inutile come la Zan. E a Ventotene nessuno ti applaude se critichi le vittime. E «hanno picchiato questi ragazzi per strada, come fate a dire che non ci vuole la Zan?» è un ricatto vincente in termini di cuoricini, di like, forse persino di voti.

È uno slogan facile, e con gli slogan facili si conquista consenso. Persino se sono contraddittori. Per esempio, a Renzi suggerirei: che schifo che fate, influencer.

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