L’identità di Italia vivaRenzi, la legge Zan e l’onore dei riformisti 

La manovra dei renziani, quanto meno di dubbia efficacia, rischia di spianare la strada a quell’equazione tra riformismo, tatticismo e intelligenza con il nemico che è da sempre, a sinistra, il principale argomento dei populisti

LaPresse/Massimo Paolone

La mossa di Italia viva sulla legge Zan, con l’invito di Matteo Renzi a modificare ulteriormente il testo per venire incontro alle obiezioni riguardo alla definizione di identità di genere (e ad altri aspetti minori del testo), ha suscitato reazioni che si possono dividere perlopiù in due campi: quello di chi difende la proposta nel merito e quello di chi sostiene che il merito sia solo un pretesto per far saltare tutto.

Come si vede, non sono due posizioni che si escludano reciprocamente, e si potrebbe dunque sostenere – così, in astratto, per il gusto di inimicarsi il cento per cento dei partecipanti al dibattito – che siano fondate entrambe. E cioè che le modifiche proposte da Italia viva rappresenterebbero effettivamente, nel merito, una soluzione ragionevole (ad esempio, sul punto più controverso dell’identità di genere, sostituendo quel passaggio con un semplice riferimento agli atti dettati da omofobia o transfobia) e che al tempo stesso il risultato concreto di tale iniziativa non sarebbe il miglioramento della legge, ma il suo affossamento.

Escluse insomma le opposte estremizzazioni di chi considera imprescindibile il riferimento all’identità di genere e di chi considera credibile l’invito al dialogo di Matteo Salvini, si potrebbe riassumere la questione nell’adagio secondo cui il meglio è nemico del buono, respingere la proposta di Italia viva e votare la legge così com’è, tenuto conto del fatto che «così com’è» non significa così com’è uscita dalla testa di Alessandro Zan o di Enrico Letta, ma al termine di un’analoga discussione, durata mesi, alla Camera, durante la quale la legge è già stata oggetto di numerose modifiche e compromessi (e scoperte manovre ostruzionistiche da parte della Lega).

In ogni caso, non bisognerà aspettare molto tempo per scoprire chi abbia ragione. Se infatti la posizione di Italia viva dovesse infine prevalere, e la legge venire effettivamente modificata e poi definitivamente approvata (dopo il ritorno alla Camera), Renzi potrebbe legittimamente rivendicare di averla salvata, e rintuzzare tutte le accuse di questi giorni come insinuazioni dettate dal pregiudizio. In qualunque altro caso, però, no.

Se infatti si decidesse di andare avanti e votare la legge così com’è, Renzi ne uscirebbe male comunque: in caso di approvazione, perché sarebbe la dimostrazione che aveva torto, e in caso di bocciatura, perché sarebbe lui il principale imputato nel processo ai responsabili della sconfitta che, c’è da giurarci, si aprirebbe un minuto dopo.

Insomma, dei quattro possibili esiti – si fa come dice lui e va bene; si fa come dice lui e va male; si fa il contrario e va bene; si fa il contrario e va male – solamente uno, il primo ovviamente, sarebbe favorevole al leader di Italia viva.

In tutti gli altri casi, Renzi non farebbe altro che offrire ulteriori argomenti ai suoi già numerosi antipatizzanti, accusatori e demonizzatori. Tanto più se poi questa battaglia finisse per precedere di poco i primi passi di una qualche forma di alleanza, federazione o fusione con un pezzo di Forza Italia. A cominciare magari da quelle ministre forziste (Mara Carfagna e Mariastella Gelmini) dal leader di Italia viva sibillinamente contrapposte ai rispettivi predecessori del Pd (Peppe Provenzano e Francesco Boccia) in una recente intervista al Giornale, nel lungo elenco degli avvicendamenti che avrebbero segnato la «svolta positiva» del governo Draghi rispetto al governo Conte.

A quel punto, la teoria secondo cui Renzi non sarebbe stato altro che una quinta colonna berlusconiana infiltrata nella sinistra, sostenuta da alcuni persino quando Renzi era leader di un Pd al 40 per cento e Forza Italia già declinava al 16, conoscerebbe senz’altro una nuova, insperata e immeritata fioritura.

In pratica, sarebbe un caso clamoroso di autodemonizzazione ex post. Sindrome che colpisce talvolta i leader della sinistra nella fase discendente della loro carriera, spingendoli paradossalmente a dare ragione, a posteriori, persino a quei primi critici che avevano torto all’epoca.

È una strada su cui Renzi si è avviato già da qualche tempo – perlomeno dai tempi del rinascimento saudita, diciamo così – ma che oggi potrebbe avere conseguenze più ampie, e particolarmente dannose, spianando la strada a quell’equazione tra riformismo, tatticismo e intelligenza con il nemico che è da sempre, a sinistra, il principale argomento dei populisti. Proprio in questo momento, non se ne sente davvero il bisogno.