Ecologia vintageOtto risposte al professor Vineis, preoccupato dai rischi per il paesaggio delle tecnologie verdi

Su La Stampa lo scienziato dell’Imperial College di Londra si mostra scettico sull’attuazione della transizione energetica, che richiede, a suo dire, interventi problematici per l’ambiente. Il ministro Cingolani non può ribattere in modo franco per evidenti ragioni di opportunità, lo facciamo qui

Ieri La Stampa pubblicava un lungo articolo del professor Paolo Vineis, illustre epidemiologo dell’Imperial College di Londra e autore di oltre 900 articoli scientifici. 

Nell’articolo lo scienziato esprimeva la sua preoccupazione per la costruzione di impianti rinnovabili, che a suo dire danneggerebbero il patrimonio paesaggistico e finanche culturale (!) dell’Italia, per poi rivolgere otto domande, se ho capito bene, sia al ministro Cingolani che a un’eventuale consultazione popolare di massa.

Se il ministro rispondesse con franchezza, solleverebbe un polverone fra i commentatori nostrani che sul piano politico non lo aiuterebbe. Mi offro quindi di inaugurare la consultazione popolare di massa, provando a soddisfare per primo, con tutti i miei limiti, le otto curiosità del professor Vineis.

Con una premessa, però.

Il testo del professore ha un’aria un po’ vintage. Eccetto qualche dettaglio, avrebbe potuto essere scritto negli anni ’80. E non come toni o come mentalità, ma come conoscenza dello stato dell’arte. 

A metà delle domande si può rispondere semplicemente procurandosi dati aggiornati, senza scomodare Cingolani. 

Su certe questioni che dipinge come inedite (come la giustizia distributiva nella transizione verde)  si sta discutendo e producendo bibliografia da decenni.

Ma soprattutto individua come soluzione agli scontri tra no-impianti e pro-impianti “la democrazia deliberativa” da sostituire a quella rappresentativa, quando l’esperienza degli ultimi trent’anni ci insegna l’esatto contrario. 

L’umore popolare su un’opera cambia nettamente tra quando non è ancora costruita e quando è ormai entrata in funzione (inceneritore di Parma, TAP di Melendugno, pedonalizzazioni di Roma…), dunque l’unico modo per realizzarla è avere rappresentanti eletti riconoscibili che se ne prendano la responsabilità sul lungo periodo.

Chiarito questo, tenterò comunque di rispondere alle otto domande del professor Vineis con i dati che ho a disposizione.

  1.     In quale misura i nuovi impianti risponderanno a un modello energetico centralizzato (poche centrali a energie rinnovabili) o diffuso sul territorio?

Se vogliamo poche centrali a energie rinnovabili in Italia, l’unica opzione che abbiamo è l’uso civile dell’energia atomica. La conformazione del nostro territorio e la densità degli insediamenti, infatti, non ci permettono di sviluppare immense centrali solari a concentrazione come negli USA, in Africa o in altri paesi dagli ampi spazi deserti. Delle due l’una: se vogliamo poche centrali, ci tocca ricorrere all’energia atomica (che è rinnovabile almeno per i prossimi 30.000 anni). Altrimenti dovremo rassegnarci ad adottare un modello diffuso. 

Per come la penso io, l’ideale è un mix equilibrato delle due cose: si raggiunge la neutralità climatica più in fretta e si fa un dispetto a più categorie di estremisti.

  1.     In entrambi i casi, quali saranno i criteri per la scelta dei siti?

Quelli già stabiliti dalle normative sulla VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale), frutto di un dibattito estenuante che si è trascinato per decenni. Adesso non c’è più tempo. 

  1.     In quale conto si terranno valori come il paesaggio e i beni culturali? Che cosa verrà incluso e che cosa verrà escluso dai siti prescelti?

Stessa risposta della domanda precedente. La VIA include già gli aspetti culturali e paesaggistici tra i criteri da considerare. Se ne è già parlato fin troppo, ripeto. Ora è il momento di agire. 

  1.     Quanto è realistica una soluzione a basso impatto estetico come gli impianti eolici off-shore?

È talmente realistica che in Italia, negli ultimi 15 anni, è stata presentata una ventina di progetti. Sono tutti bloccati dalla burocrazia e dall’opportunismo dei politici locali. 

  1.     È realistico sfruttare le maree in Italia, come avviene per esempio nel Regno Unito?

Nel Regno Unito il potenziale totale delle maree è stimato in 10 Gigawatt, il che significa che potrebbero arrivare a coprire circa un decimo dei consumi elettrici (che a loro volta sono meno di metà dei consumi energetici complessivi). Anche gli altri paesi europei hanno un potenziale di 10 Gigawatt, ma messi tutti insieme. Peraltro se fossi un sommelier del paesaggio starei all’erta: sfruttare le maree richiede, a seconda della tecnologia, la costruzione di dighe o di turbine subacquee. Quante ce ne possiamo permettere? 

  1.     Come si peseranno i diversi valori in gioco, come il contributo a evitare le tragedie legate al cambiamento climatico (alluvioni, siccità ecc.) e la preservazione dei beni paesaggistici e culturali?

Immagino che chi sta morendo di sete o sta perdendo la casa in un’alluvione non faccia molto caso al panorama, ma supponiamo pure che i due valori siano pesabili sulla stessa bilancia.

La scelta migliore è sempre quella di combinare tutte le fonti di energia pulita, ciascuna in misura moderata. In Italia i terreni agricoli abbandonati in un solo anno (oltre 100.000 ettari) basterebbero per produrre 60 Terawattora all’anno di energia solare: significherebbe spegnere le centrali a carbone e a petrolio e far volare al 60% la quota di elettricità da fonti rinnovabili, al prezzo di un sacrificio tutto sommato modesto.

Certo, se però nessuna comunità locale è disposta a sobbarcarsi neanche uno di questi sacrifici modesti, forse non ci resta che prepararci alla siccità.

  1.     In quale conto si terranno le diseguaglianze sociali? È infatti elevato il rischio che pale eoliche e pannelli solari saranno particolarmente concentrati nelle zone socialmente più deprivate.

Non mi risulta che le attuali centrali a carbone siano tutte in pieno centro, anzi. E per una comunità di provincia ospitare i nuovi impianti rinnovabili (compresi biodigestori e termovalorizzatori) è un’opportunità di indotto oltre che di risparmio, al contrario di ospitare una vecchia centrale fossile, che è solo un costo sanitario e ambientale.

  1.     È giusto usare prioritariamente aree già edificate (tetti, e in particolare quelli degli edifici pubblici e di quelli industriali), aree industriali abbandonate, cave, aree marginali e degradate? O non vi è in questo modo – almeno in parte – una moltiplicazione del degrado?

Usare tetti e capannoni è giusto ma insufficiente. Per produrre i 60 Terawattora di cui sopra non basterebbero tutti i tetti e i capannoni del soleggiato Sud Italia: un sacrificio ben più pesante dei terreni abbandonati nel corso di un solo anno. 

Dunque l’avverbio “prioritariamente” è fuori luogo: se sappiamo già che in ogni caso una quota di solare a terra prima o poi andrà installata, tanto vale cominciare subito a installarla accanto a quella su tetti e capannoni. Il tempo è scaduto, ora bisogna agire.

La paura, poi, che un impianto moderno (ad esempio un biodigestore, un termovalorizzatore o una centrale solare termodinamica) “aumenti il degrado” rispetto a un’area industriale abbandonata di solito passa appena se ne visita qualcuno.

Non so se queste risposte possano soddisfare il professor Vineis, ma se non altro hanno aperto la consultazione popolare che lui auspicava. Se qualcun altro dopo di me si unirà alla discussione con risposte migliori, è benvenuto.