Volere, volarePerché Ungheria e Turchia sono così interessate all’aeroporto di Kabul

Il corretto funzionamento dello scalo della capitale afghana è fondamentale affinché gli Stati Uniti possano mantenere una presenza anche solo diplomatica nel Paese. Ankara ha espresso interesse nella gestione, ma Washington non si fida pienamente e ha quindi bisogno di un Paese alleato che possa controllare i movimenti turchi nel Paese. Il premier Orbán offre il suo aiuto per avvicinarsi agli americani in un momento di tensione con Bruxelles

LaPresse

Gli americani sono a un passo dal ritiro definitivo dall’Afghanistan a vent’anni dall’inizio dell’operazione Enduring Freedom, ma prima di ammainare l’ultima bandiera c’è una questione che Washington deve risolvere. La gestione della sicurezza dell’aeroporto di Kabul. Il corretto funzionamento dello scalo della capitale afghana è fondamentale affinché gli Stati Uniti possano mantenere una presenza anche solo diplomatica nel Paese e garantire ai propri funzionare il transito da e per l’ambasciata di Kabul in sicurezza. L’aeroporto servirebbe anche a Washington per muovere il suo personale in altre zone del Paese, oltre che per inviare in Afghanistan aiuti umanitari o per condurre operazioni di evacuazione e d’intelligence. Ed è qui che entrano in gioco la Turchia e, sorprendentemente, l’Ungheria.

A oggi il Paese Nato maggiormente interessato a farsi carico della sicurezza dello scalo di Kabul è la Turchia, che potrebbe contare anche sull’aiuto di Pakistan e Ungheria. Ankara sta da tempo cercando di riempire il vuoto lasciato in Afghanistan dal ritiro delle truppe americane sfruttando a suo favore i suoi rapporti con i talebani, la buona reputazione dei soldati turchi attivi fin dal 2001 nel Paese e il bisogno degli Usa di affidare a qualcun altro un compito che non vuole più svolgere. Nel corso degli anni, la Turchia è riuscita a instaurare un rapporto con i talebani grazie alla comune appartenenza al mondo musulmano non-arabo e ha sempre vietato alle sue truppe di partecipare a missioni di combattimento, guadagnandosi così il favore generale della popolazione. Tutte carte che Ankara è ora pronta a giocare per i propri interessi geopolitici. 

Un accordo sulla gestione della sicurezza dell’aeroporto non è ancora stato trovato, ma Usa e Turchia ne discutono ormai da settimane e il coinvolgimento, a tratti sorprendente, dell’Ungheria rafforza le possibilità di Ankara di ottenere ciò che vuole. «La Turchia vuole essere presente a Kabul perché considera l’Afghanistan parte del mondo turco, ma il presidente Recep Tayyip Erdogan vuole condividere questa presenza con Paesi che possano essergli di aiuto», spiega a Linkiesta Mirko Mussetti di Limes. «L’Ungheria invece ha già lavorato presso l’aeroporto di Kabul dal 2010 al 2013 quindi possiede personale già competente e pertanto utile».

Ma la vera motivazione alla base del coinvolgimento ungherese è un’altra. «L’Ungheria è in rotta di collisione con l’Ue per questioni di natura politica ed è a rischio sanzioni per cui Erdogan ne approfitta inserendosi in questi attriti e proponendo all’Ungheria di essere presente a Kabul. L’idea incontra il favore del presidente Viktor Orban, che essendo isolato in Ue cerca la sponda esterna della Nato». Obiettivo dell’Ungheria quindi è avvicinarsi agli Stati Uniti sfruttando i timori americani e le mire turche in Afghanistan. Il ritiro degli Usa, spiega Mussetti, apre le porte a una presenza sempre più pervasiva della Turchia ma Washington non si fida pienamente di Ankara, nonostante la comune appartenenza alla Nato, e ha quindi bisogno di qualcuno in loco che possa controllare i movimenti turchi nel Paese. «Orban si dimostra così un alleato modello degli Stati Uniti, mettendo un gettone di presenza per conto degli stessi Usa in Afghanistan e tenendo sotto osservazione la Turchia. Siamo di fronte a una situazione win-win tanto per l’Ungheria quanto per la Turchia».  

Grazie alla presenza ungherese, Ankara dimostra di non essere uno Stato aggressivo e imperialista, mentre Budapest ha l’opportunità di uscire dall’isolamento a cui l’Ue l’ha condannata a causa delle sue politiche interne proponendosi come alleato modello degli Usa. Che potrebbero ricompensare il servizio reso. «L’Ungheria potrebbe chiedere qualcosa in cambio agli Usa nel momento in cui Orban l’Ue minaccia di far saltare i 7 miliardi del piano di ripresa o e d’imporre nuove sanzioni in risposta all’approvazione della legge anti-Lgbt». Per l’Ungheria la presenza in Afghanistan ha inoltre un costo economico bassissimo e coinvolgerebbe un ristretto numero di soldati con compiti esclusivamente nel settore della sicurezza, per tanto privo di rischi in termini di perdita di vite umane. «Per Erdogan questa soluzione funziona. È consapevole che l’Ungheria terrebbe d’occhio i suoi movimenti per conto degli Usa ma non importa perché è in posizione di forza in Afghanistan», conclude Mussetti. 

Essere presenti a Kabul potrebbe avere anche un altro vantaggio per l’Ungheria per quanto riguarda il dossier migratorio, particolarmente rilevante per Orban. Il ritiro delle truppe straniere e l’avanzata dei talebani daranno vita a nuovi flussi migratori dall’Afghanistan verso l’Europa come già successo in passato negli anni in cui i combattenti coranici governavano il Paese. Uno scenario che di certo non piace a un presidente che basa parte del suo potere elettorale sull’opposizione all’immigrazione e che guida uno dei Paesi interessati della rotta balcanica. Grazie al coinvolgimento nel dossier afghano, Budapest potrebbe inviare le proprie intelligence nel Paese per raccogliere informazioni e trattare con i capi locali per cercare di gestire i flussi migratori. Diventando così utile anche ai Paesi limitrofi come il Tajikistan, che devono già fare i conti con sconfinamenti nel proprio territorio e con i problemi che ciò comporta in termini di sicurezza. 

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