Da un 11 settembre all’altroLe conseguenze del ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan

Entro poche settimane i militari americani (e degli altri Paesi Nato) lasceranno lo Stato asiatico in cui si trovano da vent’anni. Si apre così una fase di transizione che suscita molti interrogativi. E, come ha spiegato Abubakar Siddique in un webinar di Euro-Gulf Information Centre, c’è il rischio di una nuova guerra fratricida con i talebani, che sarebbe una minaccia per la stabilità internazionale

Lapresse

Il presidente americano Joe Biden ha dichiarato che la sua Amministrazione inizierà a trasferire fuori dall’Afghanistan migliaia di interpreti, autisti e altri cittadini afghani che negli ultimi anni hanno collaborato con le forze americane. L’obiettivo è tenerli al sicuro mentre vengono svolte tutte le pratiche per il loro ingresso negli Stati Uniti.

Una misura necessaria e un dettaglio che racconta il coinvolgimento dell’America nel conflitto più lungo della sua storia. Siamo infatti all’alba di una transizione epocale che partirà con il ritiro delle truppe statunitensi – e di altri Paesi occidentali – dallo Stato asiatico. Ritiro che ha come data limite il prossimo 11 settembre.

Venerdì scorso l’Associated Press aveva riportato indiscrezioni, provenienti da funzionari americani, riguardo alla presenza di circa 650 militari statunitensi anche dopo il completamento delle operazioni. Ricordando che a inizio 2021 erano ancora 3.500 i militari statunitensi presenti in Afghanistan.

«Questo ritiro storico presenta alcune criticità che non potranno essere ignorate», ha detto Abubakar Siddique, corrispondente di Radio Free Europe/Radio Liberty, durante un webinar organizzato da Euro-Gulf Information Centre.

Siddique è un esperto di terrorismo, sicurezza e questioni umanitarie in Pakistan e in Afghanistan e in particolare nella sua regione d’origine, il Pashtunistan. Siddique ha fatto una presentazione completa che scandaglia il passato, il presente e il futuro del conflitto e gli attori che potrebbero riempire lo spazio aperto dalla partenza americana.

Durante l’incontro, Siddique ha sottolineato prima di tutto che significato ha il ritiro delle truppe, per gli americani e per il Paese, partendo dal dettaglio delle questioni relative al modo in cui è stata condotta la guerra: «Dopo l’11 settembre, l’Afghanistan è il Paese che ha ospitato Osama Bin Laden, poi rifugiatosi in Pakistan. Per gli americani l’intervento, una vera e propria occupazione, è stato sicuramente una reazione di pancia, nel tentativo di fare guerra al terrorismo. Poi però, dopo anni e anni di invasione, è diventato sempre più difficile abbandonare quel territorio, sapendo di andare via sostanzialmente a mani vuote».

Inoltre gli Stati Uniti devono aver pensato che l’Afghanistan non potesse essere particolarmente utile all’obiettivo primario di contenere la Cina. Pechino, dal canto suo, è certamente uno degli attori che segue con interesse la questione afghana.

Anche se l’Afghanistan confina solo per 76 chilometri con la Cina, c’è comunque un elemento che rende lo Stato importante per Pechino. Un Afghanistan senza militari americani e dei Paesi Nato (compresa l’Italia, i cui soldati si trovano nell’area occidentale dello Stato) rappresenta una potenziale fonte di instabilità regionale. Da qui la volontà di tenere sotto controllo gli eventi per evitare una possibile minaccia: l’assenza degli americani, per i cinesi, potrebbe infatti essere un problema.

«Come la Cina, anche il Pakistan, l’Iran, la Russia, gli Stati del Golfo e l’Unione europea saranno tutti colpiti dalla situazione in corso, da questa fase di transizione in cui è difficile guardare molto in là nel tempo», dice Siddique.

Sono poi da considerare le ricadute sullo Stato asiatico, dopo il rientro delle truppe occidentali. Durante l’incontro di venerdì tra Joe Biden e il suo omologo Ashraf Ghani, l’inquilino della Casa Bianca ha detto chiaramente che adesso «gli afghani dovranno decidere il loro futuro e che cosa vogliono». Ma ha sottolineato anche che gli Stati Uniti non andranno via ignorando gli eventi degli ultimi vent’anni: Biden ha assicurato sostegno finanziario al governo e al popolo afghano, compreso un pacchetto di assistenza umanitaria che si tradurrà in un gettito di 266 milioni di dollari e in 3,3 miliardi di dollari in aiuti. Verrà fornito anche un carico di vaccini per contrastare la pandemia di Covid-19, con il supporto di dispositivi di protezione individuale e alcuni macchinari.

Guardando al futuro, lo scenario più incerto, e forse più pericoloso, è l’avanzata dei talebani. Il rischio maggiore, per lo Stato asiatico, riguarda i militanti talebani che dall’annuncio del ritiro delle truppe occidentali hanno ripreso ad avanzare in tutto il Paese, lasciando immaginare che senza un adeguato supporto le forze governative avranno poche possibilità di contrastarli.

«Si corre il rischio», conclude Siddique, «di degenerare in un’ulteriore guerra fratricida difficile da fermare una volta iniziata. Se la comunità internazionale non riesce a portare la pace in Afghanistan attraverso la riconciliazione tra gli afghani, un patto regionale, o una combinazione delle due cose, allora il Paese potrebbe tornare alle condizioni degli anni Novanta, quando era uno Stato collassato pericoloso per la sicurezza internazionale. Spero che la storia non si ripeta».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter