Io speriamo che me la cavoA scuola è sempre il giorno della marmotta, e mai quello della responsabilità

Un anno e mezzo dopo siamo ancora allo stesso grottesco punto: pare sia impossibile misurare la temperatura degli studenti. A protestare ora c’è anche la Azzolina, ministro dell’Istruzione fino a 5 mesi fa

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Leggo sul Corriere della Sera di ieri le «nuove regole» che finalmente, dopo tante polemiche, dovrebbero scongiurare il rischio di ricominciare sempre da capo e richiudere tutto dopo poche settimane, per tornare alla didattica a distanza. Cioè esattamente quello che sin dall’estate del 2020 tutti, ma proprio tutti, a cominciare ovviamente dall’allora ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, giurano di voler evitare a ogni costo (e sappiamo, fin qui, com’è andata a finire).

Ebbene, per quanto riguarda gli studenti, si tratta di questo: tutti dovranno indossare la mascherina; alla fine della prima ora potrà essere previsto «un periodo di cinque minuti per cambiare l’aria»; nelle grandi città una parte degli studenti entrerà un po’ più tardi, tra le 9.30 e le 10 (anche l’uscita sarà a scaglioni); l’educazione fisica si svolgerà senza mascherina, ma saranno da evitare gli sport di squadra.

In altre parole, se non ci fosse il green pass per professori e personale scolastico in generale – con tutte le assurde resistenze e le polemiche che ci sono state e che ancora pesano sul suo utilizzo – saremmo esattamente al punto in cui eravamo un anno fa, cioè la prima volta in cui abbiamo ritenuto preferibile fingere che il problema fosse ormai superato piuttosto che fare qualcosa per affrontarlo. Ma non disperate, stiamo facendo sforzi notevoli per annullare anche questa differenza.

Ad esempio, sempre dal Corriere: «C’è ancora confusione sulle regole che dovranno rispettare cuochi e personale in mensa, se sono sottoposti o no all’obbligo di green pass».

Su questo, per una volta, bisogna dare ragione all’ex ministra Azzolina, quando giorni fa ha ricordato che «il green pass si applica solo al personale scolastico», nonostante a scuola lavorino quotidianamente anche «operatori delle mense, assistenti all’autonomia e alla comunicazione e di supporto ad alunne e alunni con disabilità», e che «non possono esservi differenze, pena l’inefficacia dell’impianto stesso della misura».

Evidentemente anche per le mense scolastiche, come per i ristoranti aziendali, dev’essere in corso una serrata discussione sul loro essere o non essere ristoranti (o sul loro essere o non essere scolastiche); discussione peraltro straordinariamente istruttiva per un liceale, come esempio dell’attualità dei “Promessi sposi” e della teoria di don Ferrante sulla peste (il Covid dell’epoca), che non potendo essere né sostanza né accidente, secondo le categorie aristoteliche, non poteva dunque esistere affatto (e non sarò io a questo punto a spoilerare il finale ai nostri giovani, rivelando loro che fine fa don Ferrante, ma forse possono intuirlo).

C’è però un passaggio in particolare del resoconto sulle «nuove regole» – titolo di cui è difficile dire se sia più discutibile la scelta del sostantivo o quella dell’aggettivo – che mi ha lasciato letteralmente senza fiato. Questo: «La temperatura corporea si controlla a casa, ma a scuola si lavano le mani».

Dunque, anche quest’anno, per l’ennesima volta, non abbiamo deciso soltanto che tracciamento, trasporti e capienza delle aule erano problemi troppo grossi per smettere di ignorarli. Abbiamo deciso che era troppo persino pretendere di mettere all’ingresso qualcuno con un termoscanner.

Così però la sensazione di essere condannati a rivivere all’infinito l’orrore dell’autunno 2020 si fa proprio invincibile. Giusto il 25 ottobre dell’anno scorso, non per niente, l’allora ministra Azzolina spiegava a un attonito Fabio Fazio che i termoscanner a scuola non servivano perché la temperatura va misurata prima di uscire, e quando il conduttore le faceva notare che non sarebbe una buona ragione per non misurarla anche all’ingresso, come si fa ovunque, rispondeva che ci sono istituti con tremila studenti e si creerebbe una fila di tre chilometri. E aggiungeva pure, sbuffando, che «le scuole bisogna conoscerle per prendere certe decisioni».

Riprendo da un mio articolo di allora l’esatto resoconto stenografico del successivo dialogo, nel caso imperdonabile in cui l’aveste dimenticato (il dialogo, ma volendo anche l’articolo).

Fazio: «Ma se andiamo a farci tagliare i capelli e ci misurano la febbre all’ingresso con il termoscanner…». Azzolina: «Peccato che la scuola è un’organizzazione molto molto più complessa». Fazio: «Però il termoscanner ce l’abbiamo persino qua, entriamo in Rai, passiamo, non ce ne accorgiamo nemmeno». Azzolina: «Sì, ma non siete tremila che entrano tutte le mattine». Fazio: «No, la Rai ha 14mila dipendenti, ministro». Azzolina: «Ma non entrano la mattina tutti insieme…». Fazio: «Io spero di sì, perché se no è un guaio». Azzolina: «No, intendo come per la scuola…».

Il risultato è che il modo più intelligente di incentivare misure minime di sicurezza continua a sembrarci, evidentemente, dire al genitore medio che se mette il termometro al suo bambino e sfortunatamente scopre che la febbre ce l’ha, gli tocca farsene carico e riorganizzarsi come può, anche se potrebbe impunemente spedirlo a scuola lo stesso, e casomai tanto peggio per gli eventuali contagiati, ma in tal caso gli resterebbe solo il cielo stellato sopra, e nessuna legge morale dentro (per rimanere a quella saggezza da cioccolatino che da sempre è l’orgoglio del nostro liceo, in cui senza falsa modestia mi picco d’essermi fatto ripetutamente bocciare). Io continuo a pensare che sarebbe più efficace dire che se all’ingresso il bambino risulta febbricitante non lo facciamo entrare, ma sicuramente mi sfugge qualcosa.

Auguriamoci dunque che la campagna di vaccinazione tra studenti e professori proceda abbastanza da evitare il peggio (fortunatamente sono tra le categorie più avanti), che le resistenze all’utilizzo del green pass non compromettano tutto e che la diffusione e la forza della variante delta (o di altre varianti peggiori che dovessero diffondersi) non ci riprecipitino nell’incubo che abbiamo conosciuto, vanificando tanti sforzi e sacrifici.

Certo, a rileggere ancora una volta le polemiche sul problema dei trasporti, delle aule troppo piene e delle misure di sicurezza più o meno inapplicabili nelle scuole si ha l’impressione che in quasi due anni non si sia fatto proprio nulla (e qui chi vuole aggiunga un pensiero caritatevole per la triste sorte dei famosi «banchi a rotelle» che avrebbero dovuto risolvere tutto). A essere onesti, però, in questo campo almeno una novità c’è ed è giusto segnalarla. A protestare con forza per il ritardo del governo su ciascuno di questi fronti, sin da un’intervista a In Onda dello scorso 30 luglio, c’è adesso, infatti, anche Lucia Azzolina, ministra dell’Istruzione fino a cinque mesi prima.