Purghe democraticheLa non candidatura di due “eretici” a Bologna evidenzia un problema irrisolto del Pd

Che senso ha fare le primarie se poi chi sostiene un candidato di un partito piccolo della coalizione viene epurato dalle liste del partito grande della stessa coalizione? Se le cose stanno così, peraltro, Calenda ha fatto bene a non misurarsi con Gualtieri in un voto interno al centrosinistra

Il manifesto della Festa dell'Unità di Bologna 2021

Hai appoggiato alle primarie una candidatura diversa da quella indicata dal Partito? E il Partito non ti ricandida. Succede a Bologna, città che va al voto il 3 e 4 ottobre senza particolari patemi d’animo – vincerà Matteo Lepore forse già al primo turno – e dove si tennero primarie di un certo interesse perché a contendere la vittoria al candidato del Pd era la renziana Isabella Conti, sindaca di San Lazzaro di Savena.

Lepore vinse e Conti promise sostegno al vincitore. Tutto molto corretto e lineare. Bene. Al momento di comporre la lista del Pd, però, è venuto fuori il “no” a due ex assessori dem, Alberto Aitini e Virginia Gieri, che alle primarie avevano sostenuto Conti. Non sono stati ricandidati. Il motivo non può che essere il “tradimento” a favore della sindaca proposta da Matteo Renzi. A quanto pare (Il manifesto, 26 agosto) c’è stato il veto proprio del candidato sindaco Lepore. Adesso si sta cercando di calmare le acque perché è evidente che si è cucinata una frittata indigesta. E anche se parlare di purghe staliniane è fuori misura, non è certo una bella storia.

La vicenda rimanda alla questione della fattibilità delle primarie. La domanda è la seguente: ha senso fare le primarie in assenza di una vera coalizione, dunque accettando serenamente le conseguenze della votazione? Da quel che succede a Bologna si direbbe di no. Infatti se il militante o dirigente del Pd che sostenesse un nome espresso da un altro partito (visto come un nemico e non come parte della coalizione) venisse poi epurato, è chiaro che d’ora in poi qualunque esponente dem si guarderà bene dall’incorrere nell’“eresia” come è capitato ad Aitini e Gieri: perché se sei fuori linea sarai colpito.

Alla luce dei fatti bolognesi, viene dunque da pensare che a Roma Carlo Calenda abbia fatto bene a non partecipare alle primarie. Perché se questo è il clima, il segnale che viene da Bologna è che un iscritto e soprattutto un dirigente del Pd “deve” votare per il candidato del Partito. Altrimenti rischia. In altri termini, se Bologna “facesse giurisprudenza”, sarebbe un colpo forse mortale alle primarie, dato che, se saranno così irrigimentate, vincerà sempre il candidato ufficiale del partito più forte, cioè il Pd.

Il fatto che questo episodio non abbia suscitato grandi discussioni interne (a parte le proteste, ormai abituali, dell’ex capogruppo al Senato Andrea Marcucci e del coordinatore di Base riformista Alessandro Alfieri) la dice lunga su un certo clima che non definiamo di terrore, perché il termine evocherebbe pagine troppo lugubri della storia per essere paragonato a queste vicende, ma certo di inedita durezza nella vita interna del Pd, come un giro di vite che si azioni persino all’insaputa di Enrico Letta che, conoscendone cultura e stile personale, sarebbe molto più aperto di certi suoi luogotenenti.

Già, è difficile dissentire, e peggio ancora mostrare attenzione per tutto ciò che rinvii a Matteo Renzi, come nel caso di Isabella Conti. Ed è invece facile incappare in sospetti di intelligenza col nemico. Addirittura Gianni Cuperlo è stato molto criticato per aver partecipato alla presentazione dell’ultimo libro di Antonio Bassolino, candidato a Napoli e outsider rispetto al candidato ufficiale del Pd, Gaetano Manfredi.

Intanto a Roma candidano nel collegio vacante di Primavalle il segretario del Pd romano Andrea Casu, mentre si poteva tentare una operazione unitaria e di allargamento (ma c’era stato il veto del Nazareno su Marco Bentivogli, “colpevole” di essere stato proposto da Calenda). Grandissima è invece l’attenzione alla distribuzione del potere fra correnti e correntine (a Roma è in corso una battaglia pesante per le liste a sostegno di Roberto Gualtieri), mentre si mantiene silenzio “all’esterno”, con i giornali («ti prego, non mi citare»).

Insomma, c’è un clima pesantuccio che peraltro non mitiga i contrasti interni ma li mette sotto il tappeto come la polvere nelle case non curate. La denuncia di Nicola Zingaretti quando prese cappello e lasciò la poltrona con un post su Facebook («Mi vergogno che si parli solo di poltrone») evidentemente ha tuttora una sua ragion d’essere, malgrado i buoni propositi del suo successore richiamato da Parigi per salvare la baracca.

È troppo presto per dire che si va profilando una questione democratica all’interno del Pd ma il “decreto di Bologna” può essere un punto di svolta: o in vista di un ripensamento dei metodi attuali di gestione del Partito democratico o verso una sua definitiva involuzione.

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