Atlante occidentaleLeggere i romanzi di Del Giudice e capire la magia della parola esatta

Il 4 settembre sarà assegnato il Premio Campiello alla carriera allo scrittore romano la cui prosa è elegante, scorrevole ma allo stesso tempo complessa. C’è questo andamento tipico della progressione, un andare avanti, un approssimarsi non lineare alla verità, quasi come un giallo senza soluzione

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Daniele Del Giudice è scomparso il 2 settembre del 2021 all’età di 72 anni. Il 4 settembre avrebbe ricevuto il premio Campiello alla carriera.

Pochissimi sanno che sul comodino di Enrico Berlinguer, nei giorni della campagna elettorale 1984 in cui trovò la morte, tra altri libri c’era “Lo stadio di Wimbledon”, opera prima di un giovane scrittore italiano, Daniele Del Giudice.

Non sappiamo se il segretario del Partito comunista italiano lo abbia letto oppure iniziato e poi lasciato lì per riprenderlo al ritorno a casa che però non vi fu mai. La circostanza fu raccontata, buttata lì come un dettaglio senza importanza, dal giornalista de L’Unità Ugo Baduel, il cronista politico – di grande livello – che per tanti anni seguì Berlinguer per il giornale del Partito Comunista a chi scrive e ad altri ragazzi comunisti che per un caso si trovarono ad ascoltarlo nei giorni successivi alla morte del leader comunista avvenuta a Padova l’11 giugno 1984.

Il 4 settembre il premio Campiello alla carriera verrà assegnato proprio a Del Giudice. Lo scrittore, ammalato da molti anni, non produce più la sua magnifica letteratura, ed è giustissimo coltivare, anche con i premi, la memoria – che egli più non possiede – della sua opera.

Ha detto Walter Veltroni, presidente della giuria del Campiello: «Del Giudice ha saputo frequentare la leggerezza – intesa nel senso che proprio Calvino attribuiva a questo temine – facendola incontrare con la profondità di un viaggio permanente, mosso dal dubbio e dalla curiosità». Torneremo su questo punto del rapporto Del Giudice-Calvino, a nostro parere cruciale. Intanto c’è da osservare che il «filo rosso» che percorre tutta l’opera di Calvino – ha scritto Alberto Asor Rosa – «è la persuasione che la scrittura sia fondamentalmente un’operazione morale», e ciò vale, a nostro avviso, anche per Del Giudice, il senso della cui letteratura sta proprio nella ricerca di un ordine in qualche modo giusto.

“Lo stadio di Wimbledon” – azzardiamo – a Berlinguer sarà piaciuto, o sarebbe piaciuto. Perché è una piccola storia su una ricerca, e Berlinguer era indubbiamente uno che cercava, un uomo più curioso di quanto la sua immagine non comunicasse, attento, persino con punte di angoscia intellettuale, a cogliere il senso delle cose più di quanto ci si possa attendere da un uomo politico per forza di cose abbarbicato alla quotidianità dei fatti.

Nella prosa elegante di Del Giudice, scorrevole ma complessa, c’è questo andamento tipico della progressione, un andare avanti, un approssimarsi non lineare alla verità, del senso delle cose, quasi come una specie di romanzo giallo, seppure senza soluzione. Il protagonista de “Lo stadio di Wimbledon“ va alla caccia di una ragione plausibile del perché Roberto Bazlen, geniale e raffinato intellettuale triestino, amico di tanti grandi scrittori, non abbia mai scritto un romanzo, racchiudendo in questa domanda un groviglio di riflessioni filosofiche sullo sfondo prima di una Trieste avvolta in brume misteriose e poi del quartiere londinese di Wimbledon spoglio e senz’anima. Trieste, soprattutto, non è descritta ma è come se lo fosse: come in certe pagine di Italo Svevo, la città sfugge, umida di aria e di mare, sale, dirada, si stringe, si apre, città-mondo, verrebbe da dire, come una magia senza tempo.

Combinazione della strana vita interna della letteratura, oggi Bazlen è molto più conosciuto di allora grazie al genio di Roberto Calasso di cui è appena uscito postumo “Bobi” – il soprannome di Bazlen -, il che suggerisce automaticamente l’idea di un Del Giudice ipotetico scrittore adelphiano, anche se com’è noto si tratta di uno dei grandi autori einaudiani. Un po’ tutti, all’epoca, ne parlarono come di un erede di Italo Calvino, che ne fu molto colpito e firmò la quarta della einaudiana copertina di “Wimbledon”: «Cosa ci annuncia questo insolito libro? – si chiese Calvino – la ripresa del romanzo di iniziazione di un giovane scrittore? O un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate?». Cos’è insomma, della scrittura di Del Giudice, che ci cattura, ci dà ansia, ci sprona a capire?

Qui torniamo alle famose “Lezioni americane” citate da Veltroni dove forse Calvino senza saperlo ci aiuta a dare una risposta laddove parla della Molteplicità come «rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo»: una definizione enorme che sintetizza il tratto enciclopedico della letteratura del Novecento.

In questa Molteplicità si racchiude un’altra categoria calviniana, l’esattezza, che in Del Giudice è l’anima del suo narrare (soprattutto in “Atlante occidentale” e “Staccando l’ombra da terra”), alla stregua di Robert Musil o per certi versi di Carlo Emilio Gadda, i due grandissimi scrittori-ingegneri che, loro sì enciclopedici, cercavano – eccome! – pur senza trovare. E c’è la magia della parola, del lampo di emozioni che essa comunica, il piacere della vertigine formale ma una vertigine leggera come i decolli delle mongolfiere. Va ricordata in questo senso la chiusa di “Atlante occidentale”, quando uno dei due personaggi principali commenta la storia che si è appena conclusa: «L’importante non era scriverla, l’importante era provarne un sentimento».

Ecco, l’enciclopedismo di Del Giudice, e la sua forza creativa, è tutto sintetizzato nelle piccole dimensioni dei suoi romanzi (e di alcuni meravigliosi racconti, soprattutto il capolavoro “Nel museo di Reims”): tutto è piccolo, è poco, nelle pagine di Daniele Del Giudice. Come le poche gocce che, iniettate nel corpo, salvano il mondo dalla pandemia.

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