Designo ergo sumEcco come racconto chi sono attraverso lampadari colorati e calendari in granito

Come si fa a progettare un oggetto che parli a molte persone, pur affermando sia l’identità di chi lo pensa sia quella del brand che lo produce? L’empatia fa parte dell’equazione, dice il designer americano. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

“Vernus 3” (2020), un lampadario disegnato da Ini Archibong, composto da numerosi pendenti scintillanti e in parte ispirato al lavoro di Ettore Sottsass (Courtesy of Friedman Benda and Ini Archibong). © Andreas Zimmermann

Che si tratti di un orologio, di un lampadario colorato di cristallo o di un monolitico calendario in granito nero, viene il momento in cui moltissime persone vogliono saperne di più riguardo agli oggetti che progetto.

È come se il mio lavoro indicasse qualcosa di importante che ho scelto di lasciare non detto ma che, ciò nonostante, è pienamente presente.

In effetti, quello che faccio è investito di contenuti molto personali – alcune volte di sentimenti che sono connessi così intimamente con la mia essenza più profonda che non avrei mai trovato nessun modo per esprimerli se non attraverso gli oggetti che creo.

In quel mio “io” profondo risiedono timori che non sono stati affrontati e domande complesse che aspettano che qualcuno dia loro una risposta. E ci sono anche cose in cui credo, convinzioni che si sono andate formando e si sono poi evolute nel corso di tutta la mia vita, ma che rimangono vincolate a convinzioni che mi sono state tramandate dai miei antenati. Il modo migliore per sintetizzare ciò che credo riguardo all’esistenza umana è il seguente: siamo tutti nati eroi.

Ma, come ci ha insegnato lo studioso di mitologie Joseph Campbell, le più grandi verità e i più grandi segreti dell’universo sono troppo casuali e nebulosi per essere comunicati e compresi empiricamente e per questo gli uomini si sono serviti di uno dei doni più grandi di cui sono in possesso: la capacità di narrare storie, spesso in forma di racconti popolari e di leggende.

Nel contesto della produzione di beni di lusso, le storie sono tutto. Sarebbe difficile trovare un oggetto o un brand del lusso tra quelli che hanno avuto successo che non abbia una storia che avvolge il suo concept e le sue origini. Se vogliamo essere onesti, la storia è in realtà più importante dell’utilità e del valore dell’oggetto, per non parlare della sua funzionalità.

La transizione da oggetto quotidiano ad articolo di lusso non avviene se non parli al cuore e all’anima delle persone. Il racconto di una storia, quando è efficace, aiuta gli acquirenti a identificare i significanti che comunicano le virtù e i valori di un marchio e fa sì che essi sentano entrare in risonanza quelle virtù e quei valori con le cose in cui credono loro stessi. Afferrando questi significanti, entrano così a far parte di un’identità tribale.

Come studente di design, ho lottato con la necessità di esprimere me stesso per come sono io, invece di progettare per una platea specifica o per un gruppo di consumatori. Nel mio intimo credo che ogni essere umano abbia un enorme potenziale e che possa giocare un ruolo significativo per sostentare il sistema universale, condividendo una visione comune della realtà – ognuno rispettando il suo “io” più spirituale – e riconoscendo che siamo tutti infinitamente potenti – ognuno nel suo modo particolare – e destinati alla grandezza.

Come si fa a disegnare un oggetto che sappia parlare a persone che hanno animi vari e differenti, continuando comunque ad affermare sia l’identità del designer sia l’identità del marchio per cui si sta facendo quel progetto?

Non pretendo di avere la risposta a questa domanda, ma ho abbastanza esperienza per sapere che l’empatia fa parte dell’equazione. Le nostre storie ci lasciano abbastanza spazio per la comprensione verso gli altri e la compassione?

Pensate a una rosa rossa e a tutto quello che può suggerire e simbolizzare. Il suo colore è una semplice conseguenza della lunghezza d’onda della luce che essa riflette: tutto il resto dello spettro è assorbito dal fiore, che offre all’universo la sua “rossitudine”. Forse le nostre convinzioni agiscono in modo simile? Forse le nostre identità diventano più intense quando si concedono di essere empatiche e interiorizzano le storie e le convinzioni degli altri senza perdere la propria brillantezza?

Per quanto concerne la mia personale narrazione, io sono nato e cresciuto a Pasadena, in California, e sono figlio di immigrati nigeriani. Quando avevo più o meno vent’anni mi sono trovato a un punto di rottura. Come turbolento, curioso, determinato, impulsivo e iperattivo ragazzo nero, scontavo, come una soma, tutte le etichette prescritte: “piantagrane”, “criminale”, “pagliaccio della classe”, “non all’altezza delle aspettative”. E, naturalmente: “minaccia”. Oltre a tutto questo, c’era il peso gravoso di quello che mi ero ripromesso io stesso: ciò di cui ero consapevole era il mio enorme potenziale.

Un giorno mi sono reso conto che, per quanti sforzi io potessi fare, semplicemente non c’era luce alla fine di quel tunnel. E che anzi, di fatto, non c’era nessun tunnel. Non sarei mai stato tutte quelle cose che gli altri credevano che io fossi.

Il solo fatto di aver raggiunto questa consapevolezza mi ha consentito di accettare e di apprezzare ciò che avevo rifiutato. Mi ha permesso di comprendere appieno chi sono. Di raccontare a me stesso la mia storia, ancora e ancora, e di scegliere la voce che più mi piaceva per raccontarmela. Mi sono reso conto che, in un certo senso, tutto ciò che non sono mi rende tutto ciò che sono. Da quel momento in poi, tutte le mie sofferenze si sono ridotte a capitoli della storia di formazione dell’eroe che sapevo di essere destinato a diventare.

I miei aspetti vulnerabili sono diventati superpoteri, benedizioni che ho ricevuto per il bene degli altri. E ho dedicato me stesso a una vita di servizio, come un eroe che è qui per servire il mondo nella sua personale maniera.

Due anni fa, ho iniziato a creare ambienti immersivi come il Padiglione della diaspora africana per l’edizione 2021 della Biennale del Design di Londra, alla Somerset House. Ho visto questo progetto – una piattaforma di riflessione sul passato, il presente e il futuro della dispersione storica degli africani – come un’opportunità per continuare il mio racconto in un modo potenzialmente più potente: ponendo domande.

E se tutti noi, tutti i figli della diaspora fossimo legati, ancora oggi, da una mitologia dimenticata ma eterna? Una storia di questo tipo potrebbe guidarci nel nostro percorso verso la liberazione e l’armonia?

Applicare questo approccio ha un duplice effetto. In primo luogo, e questa è la cosa più importante, accende la mia immaginazione. Inoltre, libera la platea a cui mi rivolgo da quella specie di timore che potrebbe impedirle di ascoltare il mio messaggio fin dall’inizio.

Il mio progetto del padiglione consiste in tre tortuose strutture scultoree che ho chiamato la Conchiglia, l’Onda e la Vela. Io immagino la Conchiglia che riecheggia le molti voci della diaspora africana unificata, che prendono forma nell’Onda e inviano un riverbero sonoro nel mondo, riempiendo la Vela e portando tutti noi verso un futuro più luminoso.

E se la maggior parte dei nostri problemi – in questo mondo che si è trovato in uno stato quasi costante di conflitto sociale, politico, razziale e ideologico – derivassero dalla nostra paura di accettare la legittimità delle cose in cui credono gli altri e di essere empatici? Raccontare delle storie mi permette di vedere come tutto ciò che io non sono sia di fatto essenziale per poter scoprire chi io sia davvero: un pezzo unico e insostituibile che cerca di trovare il suo posto in un puzzle intricato e complesso.

©️2021 The New York Times Company and Ini Archibong. Distributed by The New York Times Licensing Group

Ini Archibong è nato nel 1983 a Pasadena (California) da genitori di origine nigeriana, ed è un designer che ha firmato progetti per marchi come Hermès, Knoll e Sé Collections. I suoi lavori sono stati esposti nei musei di tutto il mondo. Vive e lavora in Svizzera.

Questo articolo di Ini Archibong è stato pubblicato sul nuovo numero di Linkiesta Magazine, in edicola a Milano e a Roma e nelle migliori librerie indipendenti d’Italia.
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