Convinzioni personaliTutto quello in cui crediamo probabilmente è sbagliato

Secondo il documentarista Errol Morris, l’unica idea veramente grande è mettere a confronto un’affermazione con il mondo intorno. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

L’opera “A Bouquet of Love I Saw in the Universe”, sempre di Yayoi Kusama. AP/LaPresse – Photo: Markus Schreiber

Ognuno ha il suo mito della creazione. Ecco il mio. Dio, nella sua infinita saggezza, ha dato all’uomo l’autoinganno, pensando che se l’uomo fosse davvero riuscito a ingannare se stesso gli sarebbe poi venuto più facile ingannare gli altri.

Anni fa, ho letto un aneddoto a proposito della comunità utopica ottocentesca di Zoar. Era menzionato di sfuggita in un libro di psichiatria forense. E, per quanto mi sia sforzato, da allora non sono più stato in grado di ritrovarne la fonte. La storia riguarda l’ultima abitante di Zoar, una donna che sul letto di morte disse: «Pensate a tutte queste religioni. Non possono essere tutte giuste. Ma possono essere tutte sbagliate».

Per me, le sue parole evidenziano l’insidiosa natura della fede. Il fatto che possiamo credere quello che vogliamo credere. E che spesso lo facciamo. Ma, con ogni probabilità, quello che crediamo è sbagliato. Forse non soltanto sbagliato. Ma anche stupido.

Quindi, ecco qui quello che credo. Credo che credere in qualsiasi cosa sia come scaraventare se stessi in un abisso senza fondo di errori. E che non potremmo mai incontrare un venditore di fumo peggiore di quanto non lo sia ciascuno di noi nei confronti di se stesso.

Immaginate di essere in un vicolo buio. Non la caverna di Platone – no, no. Sono poco interessato, anzi non lo sono per niente, a immaginare me stesso nella caverna di Platone e comunque, se dobbiamo credere a Platone, siamo già tutti all’interno della sua caverna. No, mi sto immaginando qualcosa di un po’ diverso. Un vicolo buio in cui vengo improvvisamente interpellato da un tizio dall’aspetto sudicio che avvicina un po’ troppo la sua faccia alla mia e dice: «Qual è la grande idea?».

Come dovrei rispondere? Aspetta che provo a sparare qualche idea – anche se ho qualche titubanza nell’utilizzare la parola “sparare” mentre parlo di un incontro in un vicolo buio con un tizio dall’aspetto sudicio.

Chiaramente mi sta sfidando: pensa che io sia depositario di qualche idea assurda, tediosa e forse presuntuosa. Ecco alcuni esempi. Forse potrei dire che la giustizia non esiste o che la verità è inevitabilmente relativa o che il dolore ai piedi è peggiore del mal d’orecchi. O forse potrei dire che tutta la materia è fatta di particelle o di onde o, se volessi davvero cercare di essere intelligente, potrei dire che è fatta di entrambe. Potrei citare la sitcom “ALF” e girare a lui questa domanda: «Perché un carico che arriva con una nave (ship) invece che con un’auto (car) si chiama “cargo” mentre un carico che arriva con un’auto (car) invece che una nave (ship) si chiama “shipment”»?

Sono contento di non essere andato in un’università dell’Ivy League. Il tizio dall’aspetto unticcio – prima avevo detto sudicio? Ok, è sudicio e unticcio – probabilmente mi avrebbe ucciso con una pallottola.

Quindi che cosa dovrei direi a questo tipo? Potrei dirgli: «Non ci sono idee davvero grandi. E, anche se ci fossero, io non ne ho neanche una». Ma un’argomentazione del genere potrebbe rivelarsi inefficace e forse provocatoria. E il tizio potrebbe farmi notare che il non rispondere alla domanda è inaccettabile.

Nella domanda «Qual è la grande idea?» è nascosta la domanda «Qual è la tua grande idea?». Qual è la tua assurda supposizione, qual è la ridicola convinzione che vuoi rivendicare come se fosse un concetto potente che può cambiarti la vita?

Spesso incontriamo grandi idee in un contesto spiacevole: mentre qualcuno ci sta spiegando (se si tratti di mansplaining o di womansplaining non fa differenza) qualche mistero dell’universo, come la soluzione dell’ultimo teorema di Fermat, la precessione del perielio dell’orbita di Mercurio, l’origine delle specie… Tutti noi siamo stati presentati a qualche divulgatore che ci ha offerto aiuto perché provassimo a capire qualcosa a proposito di idee di questo tipo. Ma che senso ha, se da soli queste cose non siamo proprio capaci di comprenderle?

Nel 2010 ho intervistato il matematico Benoît Mandelbrot, poco prima della sua scomparsa. Desideravo così tanto che mi raccontasse la storia della sua scoperta della geometria frattale, che era, verosimilmente, una grande idea! Ma lui non voleva seguirmi. Mi disse che per lui la grande idea non erano i frattali. Mi parlò del suo lavoro sui mercati finanziari che aveva preceduto il suo lavoro sull’ordine nel caos. Ma per Mandelbrot la grande idea era che lui potesse avere grandi idee. Forse la grande idea è che ci siano simili cose.

Io non so se Mandelbrot pensasse che i frattali fossero una grande idea. È difficile pensare altrimenti. Forse altri hanno dovuto convincerlo. Ma alla fine mi ha detto qualcosa di veramente, veramente potente, che non dimenticherò mai. Stavamo parlando dei momenti di intuizione e di comprensione. Mi disse che è come se dei pesanti tendaggi improvvisamente si aprissero per rivelare qualcosa di profondo sull’universo.

Forse la grande idea è scoprire qualcosa che nessuno aveva immaginato prima. Forse la grande idea è qualcosa che illumina il cosmo. Il linguaggio ci dà la capacità di mentire. Ma ci dà anche la capacità di cercare la verità. Forse l’idea veramente grande è mettere a confronto un’affermazione con il mondo intorno?

Non lo so. Continuo soltanto a sperare che il tizio con un aspetto unticcio e sudicio nel vicolo non mi uccida.

©️2021 The New York Times Company and Harry Reid. Distributed by The New York Times Licensing Group

Nato nello Stato di New York nel 1948, è un documentarista. Con “The Fog of War: la guerra secondo Robert McNamara” ha vinto l’Oscar per il miglior documentario nel 2004. Il suo ultimo film si intitola “My Psychedelic Love Story”.

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