Il metodo del dubbioModificare le tue opinioni non è compito tuo ma di chi non è d’accordo con te

Cartesio spiega perché, se rimarremo da soli in una stanza, seduti accanto alla stufa, non riusciremo mai a cambiare idea. Neanche se ci sforziamo con tutti noi stessi. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

Alcuni manifestanti mostrano uno striscione di protesta vicino al Campidoglio, a Washington, nel novembre 2020. © Amr Alfiky/The New York Times

In tempi difficili come questi, le persone tendono a convergere verso mantra scettici. «Manteniamo una mente aperta», diciamo. «Teniamo una distanza critica». «Sottoponiamo a verifica le opinioni che ci vengono proposte». Anche interlocutori che stanno agli antipodi fra loro possono cantare all’unisono le lodi dello scetticismo e del dubbio. Ma come funziona il dubbio, esattamente?

Cartesio, filosofo francese del Diciassettesimo secolo, è famoso per aver trasformato il dubbio in un metodo per guidare la mente e per interrogare se stessi. Ma c’è una cosa che si conosce meno: quando Cartesio tenta di applicare il suo stesso metodo incappa in un blocco davvero paralizzante.

Cartesio inizia il suo viaggio nel dubbio riflettendo sui suoi errori passati. È infastidito dallo scoprire che moltissime delle credenze che ha assorbito acriticamente nel corso della sua infanzia si sono poi rivelate fallaci. E se fossero sbagliate anche tutte le altre cose in cui crede?

Cartesio – come scrive lui stesso nelle “Meditazioni metafisiche”, pubblicate nel 1641 – decide che la strada migliore è impegnarsi nella «completa demolizione» delle sue opinioni, con l’intento di ricostruire il suo pensiero sulla base di fondamenta solide. Così, un giorno, sedendo da solo nella sua stanza, si dispone a mettere in dubbio tutto quello che ritiene vero.

Ma scopre che non può. Scrive: «Le mie opinioni di sempre continuano a riproporsi e, per quanto mi sforzi, catturano la mia convinzione, come se questa fosse a esse vincolata in conseguenza di una lunga occupazione e della legge dell’abitudine». Dubitare di qualcosa in cui credi non è, come scopre Cartesio, qualcosa che puoi fare come se niente fosse.

Provateci voi stessi e vi renderete conto che è più difficile di quanto non sembri. Scegliete qualche convinzione basata sui fatti e su cui c’è accordo unanime – ad esempio, che Berlino sia una città della Germania o che due più due faccia quattro. O prendete una delle vostre più solide convinzioni politiche – ad esempio, che tutti debbano avere accesso alle cure sanitarie o che una legge sul controllo sulle armi sia una violazione della libertà personale. O prendete una convinzione sulla quale avete già qualche dubbio, anche se in questo caso il vostro dubbio avrà il compito di generare più incertezza di quella che avete già. Una volta che avete scelto la vostra convinzione, avanti!, girate l’interruttore. Iniziate a dubitare.

Io ci ho provato molte volte: non succede nulla. Mi dico: «Sto per mettere in dubbio questa cosa in cui credo!», «Sto sospendendo il mio giudizio!», «D’ora in poi non lo prenderò più per buono!». Ma questi miei proclami hanno la stessa sostanza dei discorsi che rivolgiamo a noi stessi in sogno, quando cerchiamo di convincerci che non stiamo veramente sognando.
Forse voi pensate di essere diversi. Forse avete girato l’interruttore proprio adesso e siete convinti che riuscirete a dubitare di qualcosa in cui avete creduto.

Beh, aspettate solo un po’. Prima o poi vi troverete a indicare Berlino su una mappa o a controllare se il cassiere vi ha dato il resto giusto o a infuriarvi leggendo un editoriale sull’assistenza sanitaria o sul controllo delle armi. E quando succederà questo – e cioè quando mostrerete tutti i segnali rivelatori della convinzione, comportandovi proprio come facevate prima di aver apparentemente girato l’interruttore – giungerete alla stessa conclusione a cui era arrivato Cartesio: il vostro cosiddetto “dubitare” era solo una recita. Stavate solo fingendo.

Quando si trova davanti a questo problema, Cartesio, in modo piuttosto affascinante, decide di perseverare nella messinscena. Nelle “Meditazioni” scrive: «Penso che non agirò male se, rivolta completamente la mia volontà nella direzione opposta, ingannerò me stesso, facendo finta per un po’ di tempo che queste convinzioni siano del tutto false e immaginarie».

Cartesio si sforza di pensare che un «demone maligno» abbia il controllo della sua mente e che tutte le più elementari verità su se stesso e sul mondo, in cui ha sempre creduto, siano solo mere illusioni plasmate da quella creatura malvagia. «Considererò me stesso», scrive, «come privo di mani o di occhi, o di carne o di sangue o di sensi, pur credendo falsamente di avere tutte queste cose».

Ma, ancora una volta, non funziona. Al momento cruciale, la simulazione va in frantumi e Cartesio ricade nelle solite convinzioni. Un pezzo di cera nella sua stanza attrae la sua attenzione e inizia a descriverlo: «È stata appena presa dal favo; non ha ancora perso del tutto il sapore del miele; mantiene ancora qualche traccia del profumo dei fiori dai quali è stata raccolta». E continua: «E se ci bussi sopra con la nocca fa un suono».

In senso stretto, il “metodo” di Cartesio avrebbe richiesto che lui dubitasse non soltanto dell’esistenza della cera, ma anche della mano che la teneva e del naso che la annusava. Ma Cartesio non può smettere di pensare che quello che i suoi sensi percepiscono sia, di fatto, davvero lì. E questo conduce a una verità essenziale: in definitiva, nessuno di noi può decidere di non credere a quello che gli sembra vero più di quanto possa decidere quale sia l’odore della cera.

Cartesio racconta due volte la storia del suo sviluppo intellettuale. La versione contenuta nelle “Meditazioni” è giustamente preferita dai filosofi per il suo maggiore grado di argomentazione. Ma la versione che compare nel “Discorso sul metodo”, pubblicato nel 1637, contiene un’importante ammissione sull’origine di alcune di quelle argomentazioni: «Presi la decisione che potevo liberamente cominciare a disfarmi di tutte le restanti opinioni. E, dal momento che speravo di poterne venire a capo meglio stando a contatto con gli uomini, piuttosto che continuando a rimanere accanto alla stufa, chiuso nella stanza dove avevo avuto tutti questi pensieri, ripresi a viaggiare prima che l’inverno fosse terminato».

Pensare di avere ragione riguardo a qualcosa non è una dimostrazione di arroganza, ma è una dimostrazione di pensiero. Modificare le tue opinioni non è compito tuo: è compito delle altre persone, di quelli che non sono d’accordo con te, perché loro, diversamente da te, hanno la libertà e la capacità di pensare che tu ti stia sbagliando. Allo stesso modo, sta a te far cambiare opinione agli altri.

In un’epoca di grande polarizzazione, abbiamo l’inclinazione a inventarci scuse per il fatto di non comportarci, gli uni per gli altri, come dei guardiani intellettuali. Una di queste scuse è la presunzione che le persone che sono in disaccordo con noi potrebbero tirarsene fuori da sole, usando i loro stessi strumenti epistemologici, se soltanto fossero più umili e aperte di mente e se fossero un po’ più volenterose nel distaccarsi dalle loro convinzioni. Vogliamo spedire queste persone nelle loro stanze, perché stiano accanto alla stufa con una ricetta che prescrive il dubbio: «E non uscite di lì finché non avrete girato l’interruttore!».

Ma non c’è nessun interruttore. E, prima di incolpare Cartesio per il mito secondo cui invece ce ne sia uno (il mito dell’autosufficienza epistemologica), dovremmo notare che se vogliamo distribuire colpe ce n’è per tutti: se possiamo aver tratto molte importanti lezioni dal metodo di Cartesio per quanto riguarda il dubbio, ne abbiamo tratte pochissime dal suo modo di metterlo in pratica.

©️2021 The New York Times Company and Agnes Callard. Distributed by The New York Times Licensing Group

Agnes Callard è nata a Budapest nel 1976, è cresciuta prima in Ungheria, poi a Roma e infine a New York. È professoressa associata di filosofia all’Università di Chicago. Tiene una column di “filosofia pubblica” sul magazine The Point.

Questo articolo di Agnes Callard è stato pubblicato sul nuovo numero di Linkiesta Magazine, in edicola a Milano e a Roma e nelle migliori librerie indipendenti d’Italia.
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