Enigma accoglienzaLa direttiva UE che gli Stati europei non vogliono usare per accogliere i profughi afghani

Uno strumento concordato nel 2001 prescrive la concessione di una «protezione temporanea» in caso di afflussi massicci legati a situazioni di emergenza. Ma per attivare il meccanismo, mai usato finora, serve la volontà politica di Commissione e Stati Membri, al momento poco propensi

LaPresse

Malgrado gli appelli ad assumere una posizione comune sulla crisi in Afghanistan, gli Stati membri dell’Unione europea continuano a parlare ognuno con la propria voce su uno degli aspetti più controversi: la gestione dei profughi in arrivo dal Paese dopo la sua trasformazione in Emirato islamico. 

Secondo le ultime stime dell’Unhcr, quasi tre milioni e mezzo di afghani hanno abbandonato le proprie case e sono sfollati all’interno dei confini nazionali. Nonostante la stretta sorveglianza delle frontiere, diverse migliaia sono già riuscite a raggiungere Pakistan, Uzbekistan e Iran dopo la presa del potere da parte dei Talebani, mentre altre si accalcano all’aeroporto di Kabul nella speranza di lasciare il Paese. Non è difficile prevedere, nei prossimi mesi, un aumento consistente nei flussi di persone in fuga da uno Stato che già conta nel mondo quasi tre milioni di esuli, tra rifugiati e richiedenti asilo. 

Di fronte a uno scenario molto probabile, alcuni Paesi, come Regno Unito e Canada, hanno annunciato l’accoglienza sul proprio territorio di una quota di rifugiati, 20mila a testa. L’Unione europea, al contrario, non è al momento in grado di fissare una numero di persone che potrà ospitare, confermano a Linkiesta fonti del Consiglio Ue: è necessario prima un dialogo approfondito con gli Stati membri. 

La stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato nella conferenza stampa successiva al G7 l’«obbligo morale» di ricollocare in Europa le persone più vulnerabili e la volontà dell’Ue di fare la propria parte a livello globale nell’accoglienza, ma a domanda precisa non ha potuto sbilanciarsi. Anzi ha lamentato la mancanza di una politica migratoria adeguata a livello comunitario, ribadendo la necessità di approvare le misure del Pact on Migration. «I ricollocamenti di profughi afghani sono volontari e dipendono dagli Stati. La Commissione può coordinarli, ma non deciderli, visto che non dispone di un territorio proprio».

Cos’è la «protezione temporanea»
Nell’Ue le politiche migratorie sono infatti affare di competenza nazionale: i diversi Paesi devono, come sempre, rispettare il diritto all’asilo sancito dalla Convenzione di Ginevra, ma non sono tenuti a mettere in atto misure straordinarie di accoglienza per far fronte alle crisi. A meno che non venga attivata la procedura prevista da una direttiva europea risalente al 2001, che li obbligherebbe ad affrontare collettivamente la situazione emergenziale. 

La Direttiva 2001/55 riguarda la «concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati». Si applica nei casi in cui da una determinata area geografica del mondo giunga in Europa un numero consistente e imprevisto di persone che non possono essere riportate nel Paese di provenienza. L’«afflusso massiccio» che la direttiva affronta può avvenire sia in modo spontaneo, cioè tramite migrazioni irregolari, sia agevolato, cioè tramite evacuazioni o corridoi umanitari.

Di fronte a situazioni di questo tipo, tra cui sembra rientrare a pieno titolo la crisi afghana, viene istituito un periodo di un anno (prorogabile di sei mesi per al massimo due volte) nel quale i Paesi dell’Ue devono concedere un titolo di soggiorno ai profughi. Ogni Stato è tenuto a indicare una propria «capacità d’accoglienza» e in base a essa riceve un numero prestabilito di persone, previo consenso dei diretti interessati.

 Al contrario dello status di rifugiato, la «protezione temporanea» viene assicurata indistintamente a tutte le persone provenienti dall’area geografica in questione, senza bisogno di una valutazione personale, cosa che invece avviene nel caso delle richieste di asilo. Vengono esclusi soltanto gli individui colpevoli di crimini di guerre e reati gravi, così come coloro che «per motivi ragionevoli» sono ritenuti un pericolo per la sicurezza dello Stato ospitante.

Gli stranieri accolti possono studiare e lavorare, ricevono assistenza sanitaria e, se necessario, un alloggio da parte dello Stato di soggiorno. Chi gode di tale protezione può inoltre chiedere asilo al Paese che lo ospita, anche se l’articolo 19 della direttiva concede agli Stati la possibilità di rendere incompatibili lo status di richiedente asilo e quello di beneficiario di «protezione temporanea».

Lo strumento è pensato appositamente per accogliere in tempi brevi persone in fuga: le istituzioni comunitarie lo hanno concordato nel luglio 2001, quando alle porte d’Europa si presentavano i profughi delle guerre nell’ex-Jugoslavia. Ma non è mai stato utilizzato, né allora, né nelle crisi migratorie successive. Per attivare il periodo di «protezione temporanea» servono infatti una proposta della Commissione europea e una decisione approvata a maggioranza qualificata dal Consiglio dell’Ue (15 Paesi su 27, che rappresentino almeno il 65% della popolazione totale). 

«La condivisione degli oneri dell’accoglienza è sempre stato un aspetto molto divisivo fra i Paesi europei», dice a Linkiesta Laura Ferrara, eurodeputata del Movimento 5 Stelle. La sua delegazione ha inviato una lettera all’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza Josep Borrell, chiedendo proprio l’attuazione del meccanismo previsto dalla direttiva. «Può essere uno strumento rapido e utile per affrontare gli arrivi numerosi di cittadini afghani, in quanto si applica a interi gruppi di persone», spiega l’europarlamentare, sottolineando la necessità di una posizione comune per affrontare la situazione. 

Il muro degli Stati europei
I due passaggi istituzionali necessari a rendere operativo lo strumento non sembrano però raggiungibili a breve termine. Secondo Ferrara, la Commissione è frenata anche da uno studio interno, da cui emerge «l’assenza di chiare definizioni su aspetti che riguardano la procedura di attivazione», cosa che presterebbe il fianco a interpretazioni della direttiva basate su differenti vedute politiche. 

L’ostacolo più difficile da superare è infatti la volontà politica di alcuni degli Stati membri dell’Ue. Nonostante in questo caso non sia necessaria l’unanimità per fornire una risposta comune, come ha sottolineato il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, sono diversi i capi di governo europei che hanno già preso le distanze da interventi di accoglienza su larga scala. 

Tra loro c’è il Primo ministro sloveno Janez Janša, con parole inequivocabili: «L’UE non deve aprire nessun corridoio umanitario per l’Afghanistan. Aiuteremo solo chi ha collaborato alle missioni della Nato». Una postura netta e rilevante, dato che proprio la Slovenia detiene la presidenza di turno del Consiglio Ue ed è quindi chiamata a dirigere i lavori e gli incontri ministeriali sul tema. 

Su posizioni simili si attestano anche l’ungherese Viktor Orbán e l’austriaco Sebastian Kurz. Il primo, con i consueti toni marcati, ha detto in un’intervista radiofonica che «proteggerà il suo Paese dalla crisi dei migranti». Il secondo ha chiarito che chi scappa dall’Afghanistan dev’essere accolto dai Paesi limitrofi e che l’Unione deve pensare a «salvaguardare» le proprie frontiere. 

C’è poi chi alle parole ha subito affiancato i fatti.  Il governo della Grecia ha appena completato la costruzione di un muro lungo 40 chilometri al confine con la Turchia e sembra temere un esodo verso il suo territorio simile a quello dei profughi siriani nel 2015. «È chiaro che il nostro Paese non sarà la porta d’ingresso per una nuova ondata di rifugiati», ha detto di recente il ministro all’Immigrazione di Atene Notis Mitarachi, completando il ragionamento del presidente ellenico Kyriakos Mitsotakis, il quale auspica che i flussi di profughi vengano limitati il più possibile ai Paesi asiatici. 

Altre barriere sono in costruzione nell’Europa nord-orientale: Lituania e Polonia stanno murando le proprie frontiere con la Bielorussia, mentre accusano il governo di Aleksander Lukashenko di utilizzare i migranti come arma di pressione e ricatto nei propri confronti. Tra le migliaia di persone che arrivano al confine ci sono anche diversi cittadini afghani, come le 32 persone bloccate per diversi giorni fra Polonia e Bielorussia. Anche la Lettonia ha dichiarato di recente lo Stato di emergenza per l’aumento di ingressi dal territorio bielorusso, autorizzando l’intervento di esercito e forze di polizia in aggiunta alla guardia di confine.

Se dai Paesi di frontiera esterna emerge scarsa propensione ad accettare i profughi afghani, anche il resto dell’Unione ha fatto intendere finora di puntare molto sulla cooperazione con i Paesi mediorientali per frenare i flussi. Le iniziative comunitarie concrete riguardano per ora il supporto umanitario, con 200 milioni appena stanziati per il Paese e i suoi vicini. Sommati ai 22 milioni di euro versati a luglio a Iran e Pakistan (anche) per gestire i profughi afghani, questi fondi sembrano la conferma di una strategia volta per il momento soprattutto a limitare le partenze.

Persino i governi di Francia e Germania, di solito più inclini ad aperture sul fronte migratorio, restano guardinghi: il Presidente francese Emmanuel Macron insiste sulla necessità di un piano europeo; la cancelliera tedesca Angela Merkel, giunta al termine del suo mandato, non può replicare lo slancio umanitario con cui sei anni fa aprì le porte del suo Paese a un milione di siriani. Difficile che qualcuno lo faccia al suo posto: Armin Laschet, il candidato del suo partito alle elezioni di settembre, ha già detto che quanto successo nel 2015 non deve ripetersi più. 

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