Tutto si trasformaIl Giappone scomparso raccontato da Murakami (l’altro)

Non è Haruki, ma Ryu. Tra i suoi romanzi figura “69”, che raffigurando i miti e le ribellioni dei tardi anni Sessanta nel Paese del Sol Levante, fa il ritratto di un’epoca in cui erano ammessi comportamenti che nei nipponici di oggi susciterebbero solo stupore e incredulità, spiega Marco Del Corona nel suo “Asiatica” (Add editore)

di Yu Kato, da Unsplash

Esistono molti modi per ricominciare e il Novecento del Giappone ne ha sperimentati più d’uno. Punto e a capo, sì: tocca rialzarsi dopo le bombe atomiche che nel 1945 hanno incenerito due città. Hiroshima, Nagasaki, mon amour, pas d’amour: una lunga stagione all’inferno. Il Paese attonito ha il suo imperatore divino ridotto al rango di umanissimo sovrano, a capo – senza quasi poteri – di una nazione che si era sognata padrona dell’Asia ma aveva subito sia una catastrofica disfatta militare sia l’umiliazione della tutela americana.

Bisogna ripartire anche davanti alle intemperanze di una geologia ostile, capace tra l’altro di devastare metropoli (Kobe, 1995) o, con onde immani, di inghiottire intere comunità costiere e di distruggere centrali nucleari contaminando persone, cose e geografie (Fukushima, 2011). E quando la natura non è abbastanza, l’uomo ci mette del suo, come con il deflagrare della bolla speculativa dei secondi anni Ottanta che nel 1991 vanificò una crescita portentosa ma artificiosa. Ne uscirono a pezzi i bilanci delle famiglie e quelli dello Stato, e la fiducia del Giappone in sé stesso subì un fendente dal quale non sembra essersi ancora ripreso appieno.

Il tarlo dell’inizio, l’ossessione della parabola mi scortano a Tokyo. Le parole degli scrittori dei nostri giorni confortano questo frugare tra le cose e le persone: hai come l’impressione che siano insieme parti in causa e testimoni distaccati. Ti fidi della capacità di elaborazione di un autore perché ne vedi l’esito sulle pagine. Ogni libro è una mappa del Paese, ogni capitolo una città o un quartiere. I romanzi però non sono indirizzari ma labirinti. E anche Tokyo appare come un labirinto espanso in orizzontale – nello spazio – e persino in verticale – nel tempo.

Infanzia e adolescenza, la scuola fucina dell’esistenza e premessa di ogni promessa. Le aule evocano un rifugio nel quale l’immaginario trova ristoro e sfugge alle angustie del presente. Il mondo dell’infanzia, e quindi scolare, alimenta anche il kawaii: l’estetica del carino ibridata ormai in mille rivoli globali, variamente zuccherosi. Ed è facile cogliere, in questo tornare sulla scuola da parte di fumetti, cartoni animati e narrativa, soprattutto la vertigine dell’origine. La scuola è la sorgente delle persone che siamo.

Ci sono anni in cui il Giappone stesso è stato ragazzo, un tempo nel quale si stenterebbe a riconoscere il Paese che è diventato oggi. Uno di quegli anni – la cifra di quell’inizio – è il 1969: almeno lo è per Murakami Ryū (1952), uno degli scrittori più significativi della scena letteraria nipponica, soltanto omonimo dell’Haruki autore di Norwegian Wood. All’anno germinale Murakami Ryū ha dedicato “69 Sixty-Nine”, romanzo di formazione dell’87 dove un io narrante adolescente, Ken, fa esperienza delle prime vampe sentimentali, della musica e della cultura pop, della politica, degli slanci ribelli e libertari che avevano coinvolto il Giappone.

Come è stato osservato, si tratta di un testo «figlio della grande frattura postmoderna degli anni Sessanta» ma che illumina l’oggi, quando la scuola è ancora percepita – leggiamo – come «una specie di laboratorio, un centro di smistamento» e rimane valido l’assunto che «essere un liceale» costituisce «il primo passo verso la metamorfosi in animale domestico». L’altro polo della geografia anche sentimentale del romanzo, spiritoso e struggente insieme, è la base militare americana che suggerisce un’ipotesi di fuga, di alterità: «Aggirarsi nella zona dei bar per stranieri ti faceva battere forte il cuore. Ti rendevi conto di quanto fossero indispensabili al genere umano posti come quelli», scrive Murakami.

Un’atmosfera che nutre anche l’amicizia e ha un gusto preciso: sa del «qualcosa di cui erano intrisi quei tardi anni Sessanta. Era fedele a quel qualcosa, anche se non saprei spiegare di preciso di che si trattava. Qualunque cosa fosse, ci faceva sentire liberi, non condizionati da valori codificati. Era la nostra salvezza».

Poco importa, dunque, se “69” sia un romanzo-romanzo oppure un memoir camuffato da romanzo, la sua verità rimane intatta: «Per circa la metà», mi spiega l’autore, «racconta eventi reali. Non l’ho scritto tenendo le due parti separate, quella autobiografica e quella di finzione, ma intrecciandole tra loro, proprio come un tessuto, filo orizzontale e filo verticale. Ho voluto scrivere un romanzo su di me e su ciò che mi stava intorno quando avevo 17 anni. La guerra del Vietnam, la morte di Che Guevara, il movimento studentesco in tutto il mondo: era un’epoca autentica ed estremamente seria. Io e milioni di ragazzi eravamo affascinati dagli slogan del Maggio parigino, “L’immaginazione al potere”, parole così, e sognavamo di cambiare tutto… Ma ho scelto di proposito di evitare un tono serio e troppo realistico perché ho pensato di mettere in evidenza soprattutto la radiosità insita nella protesta contro il potere, l’energia, i sogni. Quelli di Ken e dei suoi amici: i miei, i nostri».

Non resta che chiedersi cosa possano significare le gesta di Ken e degli altri a un lettore di oggi, ma l’autore ha pochi dubbi: «I lettori giapponesi più giovani, in particolare, reagiscono provando innanzitutto un senso di grande stupore. Oggi in Giappone la semplice capacità di protestare, criticare o anche solo esprimere la propria opinione nei confronti degli insegnanti è praticamente una chimera… Perciò i giovani giapponesi che oggi leggono un romanzo come “69” restano perlopiù sconvolti, per loro è come una scossa, spero anche positiva. Oggi purtroppo la maggior parte dei giovani giapponesi è stanca, sfinita. Al pari dei loro coetanei di tutti i Paesi industrializzati, credo. Rispetto al 1969 ora il mondo è molto più complicato. Ci sono i media, internet, ma questa nostra epoca manca di fluidità. Il divario economico tra le aree del pianeta, tra i vari Paesi e i singoli individui è eclatante, insostenibile, ed è diventato complicatissimo affermare il proprio sé… Difficile non provare un gran senso di sfiducia».

da “Asiatica. Storie, viaggi, città: guida a un continente in trasformazione”, di Marco Del Corona, Add editore, 2021, pagine 318, euro 18