L’oracolo di OsakaLo zen e l’arte della speculazione finanziaria

Il gioco in borsa, la leva dei cambi e la vendita dei futures non sono invenzioni soltanto occidentali. Come racconta Massimo Intropido, anche in Giappone era fiorita questa attività, con manuali e figure leggendarie che non avevano nulla da invidiare a Warren Buffett

da publicdomainpictures

La speculazione finanziaria e commerciale è un fenomeno antico quasi quanto la civiltà umana, o perlomeno quanto la civiltà basata sullo scambio dei beni. È un’attività che consiste nel commerciare oggetti non perché si è interessati al loro valore intrinseco, ma semplicemente perché si è convinti che il loro prezzo di mercato (valore di scambio) si modificherà a proprio vantaggio.

In questo modo, chi prevede un rialzo del valore di scambio di un certo bene, ne farà incetta inizialmente, per poi venderlo quando il suo prezzo sarà salito. Chi invece è convinto che il prezzo scenderà, venderà i beni che già possiede e, se qualcuno glieli presta, anche quelli che non possiede, per ricomprarli poi quando il prezzo sarà sceso.

Dunque l’attività speculativa si basa, se non proprio sulla capacità di prevedere il futuro, quanto meno su quella di cogliere le principali tendenze future, cioè di essere lungimiranti. E il termine “speculazione” sembra provenire dal vocabolo latino specula (la vedetta degli accampamenti romani), il quale a sua volta deriva da specere (osservare, scrutare). Vi è anche un’altra teoria etimologica, secondo la quale speculatore è colui che commercia beni comportandosi in maniera speculare, cioè contraria, a quello che fa la massa. Tutti vendono? Lui compra. Tutti comprano? Lui vende. In questo modo può ottenere un grande profitto quando la tendenza di prezzo si invertirà.

Facile a dirsi, difficilissimo a farsi, soprattutto da un punto di vista psicologico. Infatti, la mente umana è abituata a fornire spiegazioni deterministiche a ciò che accade, a creare relazioni di causa-effetto. Dunque, noi siamo abituati a pensare che se il prezzo di mercato scende, ci sarà necessariamente un motivo per cui cio accade.

Ed è assolutamente vero, ma la causa di questa discesa non è quasi mai una diminuzione reale del vero valore della merce (fisica o finanziaria), ma semplicemente l’effetto imitativo degli altri soggetti coinvolti nella speculazione. In questo senso si dice che i mercati finanziari sono autoreferenziali, cioè le cose accadono perché ciascuno imita il comportamento degli altri. Ma in questo modo i prezzi vanno in overshooting, cioè oltrepassano il livello che dovrebbe essere giustificato dalle vere notizie di mercato (le quali non sempre sono del tutto veritiere).

La moderna analisi tecnica del movimento dei prezzi di Borsa parla di “ipercomprato” e “ipervenduto”, cioè di eccesso di rialzo ed eccesso di ribasso. Nelle situazioni di ipercomprato e ipervenduto è possibile speculare, cioè fare il contrario di ciò che fa la moltitudine. Ma quando, esattamente, iniziano l’ipercomprato e l’ipervenduto? E dove possiamo trovare la forza per andare controcorrente rispetto alla massa? Per capire quando il mercato si è mosso troppo in una direzione, più di un secolo fa negli Stati Uniti è nata l’analisi tecnica dei prezzi, ovvero una serie di regole che aiuta a individuare le tendenze dei prezzi e i momenti del loro cambiamento, attraverso l’analisi di sequenze di valori o dei loro grafici.

Per quanto riguarda l’aspetto psicologico è nata da qualche decennio la cosiddetta “finanza comportamentale”, ovvero una dottrina che unisce la psicologia comportamentale e le tecniche di mercato. A giudizio di chi scrive, questa dottrina rappresenta ancora un sapere acerbo e poco utile.

In Giappone queste materie sono molto più antiche, perché risalgono al XVIII secolo, ma molto probabilmente iniziano a prendere forma già nel XVII. Infatti, a quell’epoca il riso era contemporaneamente bene alimentare e moneta; pertanto, chi lo commerciava aveva per le mani una merce estremamente importante. Il suo valore variava in base all’andamento dei raccolti, ma i Signori locali cercavano di controllarne il prezzo: non doveva costare troppo, altrimenti era impossibile sfamare tutta la popolazione, ma non doveva valere nemmeno troppo poco, altrimenti sarebbe stato difficile utilizzarlo come moneta. Un ambiente del genere sembrerebbe molto ostile alla speculazione.

Ma qui gioca un ruolo fondamentale la divisione in caste della società nipponica di quel tempo, nella quale i mercanti si trovavano al livello più basso (inferiore persino a quello dei contadini) e spesso erano anche giocatori d’azzardo e usurai. Dunque vivevano una vita ancora più competitiva rispetto a quella dei più incalliti speculatori finanziari moderni. Ci si potrebbe chiedere perché gente del genere fosse lasciata libera di operare in quel modo, soprattutto dal momento che i Signori cercavano di controllare il prezzo del riso.

Ciò accadeva perché il commercio era necessario in Giappone come in ogni parte del mondo e perché il denaro era considerato sudicio e non poteva essere toccato dai Signori, che affidavano questa pratica ai loro sottoposti. Inoltre, esattamente come accadeva in molte altre parti del mondo, anche i nobili ogni tanto avevano bisogno di prestiti, per i quali si rivolgevano ai ricchi mercanti.

A questo punto non è difficile comprendere l’abilità dei mercanti giapponesi di quell’epoca. Fortunatamente il loro sapere ci è stato tramandato da una serie di libri antichi, alcuni dei quali tuttora disponibili, tra cui spiccano San En Kinsen Hiroku (Il libro segreto delle tre scimmie, ovvero La fontana dell’oro), Hachiboku Tora no Maki (La pergamena della tigre per il riso, del 1757) e Hachiboku Hyo no Maki (La pergamena del leopardo per il riso, del 1773).

Questi testi raccolgono i detti dei mercanti di Osaka dell’epoca e addirittura, nel caso di San En Kinsen Hiroku, il contenuto potrebbe risalire ad almeno un secolo prima, dato che è scritto in poesia, dunque in forma tramandabile oralmente; inoltre, in un capitolo di questo libro si fa riferimento ai prezzi con cui il riso veniva scambiato in Giappone nei primi decenni del 1600.

Che cosa contengono questi testi così preziosi? Regole dell’alternanza di anni di buon raccolto e anni di magra, tecniche speculative, insegnamenti psicologici e qualche consiglio di buon senso, oltre che nozioni di agricoltura e meteorologia; insomma, tutto ciò che doveva essere il bagaglio culturale dello speculatore dell’epoca, i cui contenuti sono più che mai validi e attuali.

Per quanto possa sembrare paradossale, in un ambiente come questo e a distanza di quasi quattro secoli, gli insegnamenti contenuti in questo libro sono molti attuali e potrebbero essere utili per affrontare una situazione finanziaria come quella odierna, fatta di una finanza che è cresciuta così tanto da aver perso molto del suo riscontro con la realtà delle economie. Ci troviamo di fronte oggi a una situazione in cui si alternano fiducia ed eccessi.

Questi ultimi generano sfiducia che, a sua volta, crea opportunità, deprimendo eccessivamente il valore delle attività finanziarie. Ormai anche le moderne banche (d’affari e commerciali) vengono viste con sempre maggiore sospetto. I casi accertati di loro manipolazioni dei mercati sono sempre crescenti. Certamente oggi manca il potere di veto e di censura che avevano i Signori giapponesi dell’epoca ma, di sicuro, sta crescendo la diffidenza nei confronti dei grandi operatori, oltre che la sensazione che la loro opera sui mercati produca movimenti di prezzo che sempre meno rispecchiano le dinamiche sul valore dei beni scambiati.

Si potrà obiettare che i mercati attuali sono più complessi di quelli antichi. Ciò è vero solo in parte, dato che nel XVIII secolo al Dojima di Osaka nacque il primo mercato di derivati della storia, quello del Choaimai, o “Riso sul registro”, un mercato dove si scambiavano kome kitte, ovvero fedi di deposito nel kura mai (magazzini generali del riso) di Osaka, vere e proprie cambiali in riso, che alla scadenza non prevedevano la consegna fisica del bene. E dunque non deve sorprendere molto che all’interno di San En Kinsen Hiroku si parli di saya (guaina), ovvero della differenza tra il prezzo del riso per consegna fisica e quello del Riso sul registro.

A metà dell’Ottocento l’apertura del Giappone agli scambi con l’estero e una serie di cattivi raccolti hanno fatto venir meno la controllabilità del prezzo del riso. Ciò ha fatto sì che il concetto di “Prezzo di mezzo”, su cui era impostata la dottrina speculativa dei secoli XVII e XVIII, non fosse più profittevole. Questo ha stimolato anche in Giappone la nascita dell’analisi grafica dei prezzi, che ha raggiunto il suo culmine di popolarità con il metodo delle “candele giapponesi”; esso ha iniziato a diffondersi in Occidente a partire dalla fine degli anni Ottanta, grazie soprattutto ai testi dell’americano Steve Nison.

In quei libri, però, si avverte la mancanza dello studio della tecnica utilizzata per secoli al Dojima, il primo mercato future della storia, oltre che degli insegnamenti degli autori giapponesi successivi che si sono occupati di speculazione e di grafici di Borsa.

Se non si conoscono gli insegnamenti degli antichi speculatori non è possibile comprendere pienamente lo spirito delle candele giapponesi; esso è un metodo che cerca di cogliere i cambiamenti di tendenza con più tempestività rispetto all’analisi tecnica occidentale, proprio perché nasce da una tradizione mercantilistica orientata a effettuare grandi volumi di scambi ogni giorno anche solo per lucrare piccoli guadagni (come ben spiegato dal capolavoro della letteratura giapponese Nihon Eitaigura, di cui ci occuperemo nel primo capitolo).

Inoltre, i testi americani si concentrano troppo sull’individuazione del maggior numero possibile di modelli di candele e sulla loro spiegazione. Invece, l’autore che per primo le ha svelate al mondo, ovvero Yoshiro Yasuda, aveva capito fin dal principio che la loro forma sarebbe stata continuamente in mutamento, esattamente come le tendenze espresse dai mercati. Anche Yasuda, dunque, aveva capito che “non esiste ombra né forma. È sostanza”.

Come purtroppo accade a molte dottrine orientali, anche la tecnica delle candele giapponesi è stata compresa in maniera parziale e confusa. Questo testo rappresenta il tentativo di completare il quadro della materia per apportare finalmente la necessaria chiarezza.

da “L’arte della speculazione. I segreti delle candele giapponesi, dagli antichi mercanti di riso di Osaka a Wall Street”, di Massimo Intropido, Hoepli, 2021, pagine 400, euro 29,90

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