SpatriatiLo ius soli rischia di creare problemi, più che risolverli

I figli degli immigrati possono già diventare italiani al dodicesimo anno di età, su richiesta dei genitori stranieri. Concedere la cittadinanza con nuove regole porterebbe confusione, perché l’immigrazione in gran parte non è più definitiva, come succedeva nel Novecento, e le ricerche dimostrano che chi arriva nel nostro paese in gran parte non desidera né progetta di rimanerci

AP Photo/Santi Palacios

Enrico Letta e il Pd non sanno quello che dicono quando auspicano l’introduzione in Italia dello ius soli. Non lo sanno perché pensano che l’immigrazione in Italia abbia dinamiche soggettive e oggettive uguali a quelle europee di fine ottocento e dei primi decenni del novecento dall’Italia, Russia, Germania o Grecia verso le Americhe o, più tardi, l’Australia. Una immigrazione definitiva, quella, stabilizzata, senza ritorno praticabile in patria, se non sporadico. 

Oggi non è più così. La maggioranza degli immigrati in Europa e in Italia, dalla seconda metà del Novecento in poi, in un mondo globalizzato, con trasporti rapidi e poco costosi, non progetta una immigrazione definitiva. Non soltanto ruota tra i vari paesi, ma, in larga maggioranza (lo proveremo più avanti) ha un obiettivo primario: tornare in patria una volta accumulato un capitale di risparmio che gli permetta di costruirsi una casa e aprire una attività economica nel proprio paese. 

Concedere lo ius soli in questo contesto a chiunque nasca in Italia, vorrebbe dire creare un pasticcio con figli diventati cittadini italiani mentre i genitori in larga parte non desiderano e non progettano di rimanere in Italia. 

Che senso ha dare la cittadinanza italiana a famiglie che in realtà progettano di tornare nella loro patria una volta che abbiano accumulato un piccolo capitale di risparmio?

Nessun senso, ma su questo terreno a sinistra non si ragiona con i fatti, con le indagini, ma solo con l’ideologia salvifica del multiculturalismo. Soprattutto non si ragiona in termini liberali, di scelta consapevole dell’immigrato di appartenenza a una nuova comunità nazionale, ma nei meccanici termini della sciagurata architettura sociale che punta a costruire per legge una società multiculturale.

Al posto dei fatti, e senza avere il coraggio di ammettere la propria vocazione di architetti sociali, Letta e la sinistra lanciano il ricatto morale sull’ingiustizia di non considerare cittadino italiano un bambino nato in Italia, che parla e studia in italiano. Il tutto senza interrogarsi sul punto focale, determinante: la famiglia di questo bambino e lui stesso hanno il progetto di restare per sempre in Italia o intendono tornare in patria?

Ma non solo: l’irenismo della sinistra multiculturalista ignora volutamente che il figlio di immigrati che nasce in Italia può già diventare cittadino italiano a dodici anni, perché i suoi genitori grazie alla legge già in vigore da quasi trent’anni, dopo dieci anni di soggiorno possono ottenere la cittadinanza che gli deve essere concessa per legge entro due anni. 

Diventati italiani i genitori, automaticamente diventa italiana anche la prole. Dunque, la legge attuale è più generosa rispetto allo schema dello ius culturae presentato dalla sinistra nella scorsa legislatura che prevedeva la concessione della cittadinanza al nato in Italia al termine del cursus scolastico obbligatorio, a 13 anni.

Ma, ripetiamo, il vero punto discriminante che non emerge a sufficienza nello scontro mediatico sullo ius soli è se la cittadinanza per lo straniero sia un diritto o una scelta volontaria e consapevole di entrare nella comunità nazionale italiana.

Nei fatti, lo scontro è tra una concezione meccanica, basata su una concezione statalista della cittadinanza legata al mero diritto e alla costruzione di un progetto di società, contrapposta a una concezione liberale basata su una visione valoriale che pone al centro la scelta dell’individuo, secondo la quale diventare cittadino italiano significa innanzitutto condividere i valori fondanti della comunità nazionale.

L’impostazione politica liberal della legge Martelli del 1992, e delle successive, si basa giustamente sul principio della scelta cosciente e volontaria dello straniero di voler diventare italiano. E va preservata. 

Solo Giuliano Amato, da ministro dell’Interno nel 2008, fece una seria inchiesta scientifica governativa, affidata alla Makno, chiedendo agli immigrati quale fosse il loro progetto per il futuro. Ebbene, il 69% degli immigrati che avevano un progetto (il 23% non rispose perché non ne aveva uno) affermò che il proprio obiettivo era tornare in patria da anziani, una volta risparmiato abbastanza o quando avrà imparato un lavoro. Solo il 31% dichiarò di avere intenzione di vivere per sempre in Italia. Meno di un terzo.

C’è anche una ragione obiettiva di questa dinamica ritornista degli immigrati in Italia che non progettano l’assimilazione: il 51,7% di loro proviene dall’Europa, da paesi vicini all’Italia. A poche ore di volo o di treno. Non vi sono più gli oceani a separarli dalla madrepatria e il senso, il peso delle radici e di appartenere a una diversa comunità nazionale si impone naturalmente.

Ma a dimostrazione di quanto sia dissennato lo ius soli possiamo portare un poderoso studio della tedesca Ebert Stiftung (in Germania, a differenza che in Italia, si fanno da sempre statistiche qualitative e motivazionali sull’immigrazione, non solo demografiche come le nostre) i cui risultati sono definitivi. Soprattutto perché le dinamiche strutturali delle immigrazioni in Germania e in Italia da metà del novecento a oggi sono identiche. 

Secondo questa poderosa indagine, tra il 1952 e il 2007, quindi nell’arco di 55 anni, un intero periodo storico, 36,3 milioni di immigrati si sono spostati in Germania per lavorare ma vi sono restati solo con una permanenza media di attività di 17 anni, tanto che in questo stesso periodo ben 26,5 milioni di immigrati sono tornati definitivamente in patria. Dunque, solo una nettissima minoranza di immigrati ha scelto di assimilarsi e di diventare tedeschi. La stragrande maggioranza degli immigrati infatti ha ruotato. Solo un terzo ha puntato alla assimilazione.

C’è una ragione strutturale, oltre che soggettiva (il peso delle radici e della appartenenza alla propria comunità nativa) per queste dinamiche. Alla base dell’immigrazione vi è il differenziale economico tra la propria patria e il paese target. In particolare, l’Italia ha vissuto e vive una immigrazione che come abbiamo visto proviene in larga parte (il 51,7%) dai paesi dell’Est Europa devastati economicamente (e politicamente) dal socialismo reale. 

Ma questo differenziale economico tende a diminuire in Europa così come è diminuito enormemente anche tra Germania e Turchia, nazione segnata dal ritorno degli immigrati che hanno costruito con i loro risparmi il fenomeno economico delle “tigri dell’Anatolia”. Lo sviluppo economica crescente della madre patria facilita e rafforza la pulsione naturale al ritorno al proprio paese degli immigrati. 

Ne abbiamo la prova definitiva con la prima grande immigrazione in Italia dei polacchi, iniziata prima della caduta dell’URSS, già ai tempi di Solidarnosc. Negli anni duemila infatti, ben 75mila polacchi immigrati in Italia hanno fatto ritorno definitivo in Polonia ma ben 25mila di loro, un terzo, avevano nel frattempo ottenuto la cittadinanza italiana. Un controsenso, perché la loro aspirazione di fondo non era affatto quella di appartenere alla comunità italiana, ma solo avere garantite maggiori e migliori condizioni di lavoro e protezione. Null’altro.

Se si introducesse in Italia lo ius soli questa distorsione assurda si riproporrebbe per centinaia di migliaia di immigrati europei e africani. Per non parlare dei cinesi.