Inside AteneLe violenze, le menzogne e i respingimenti illegali dei migranti in Grecia

Un rapporto di Amnesty International denuncia ancora una volta gravi violazioni dei diritti dei rifugiati nel Paese ellenico. In più della metà dei casi che le persone sono state arrestate portate in un luogo di detenzione per alcune ore ma anche per più di un giorno. In altri sono state riportate direttamente alle sponde del fiume Evros e trasportate direttamente in Turchia

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Dal vostro rapporto Greece: Violence, lies and pushbacks emerge che prosegue il respingimento illegale delle persone in movimento, con uso di detenzione arbitraria e trattamenti inumani. Quanti casi avete analizzato e quali sono state le modalità dei respingimenti?
Abbiamo documentato 21 casi, 19 relativi a respingimenti via terra e due via mare. Abbiamo voluto tenere l’attenzione prevalentemente sui respingimenti via terra perché c’erano più elementi per individuare una modalità operativa comune. Nel racconto delle vittime si individua una prima fase: una volta arrivate in Grecia, sono state fermate in luoghi più o meno lontani dal confine e tratte in arresto da individui in uniforme – che hanno identificato come poliziotti o militari per via del loro atteggiamento oltre che per l’abbigliamento.

In una seconda fase, le modalità erano due: alcune persone (più della metà dei casi che abbiamo intervistato) sono state tratte in arresto e portate in un luogo di detenzione, per alcune ore ma anche per più di un giorno; altre, sono state riportate direttamente alle sponde del fiume Evros e trasportate attraverso il fiume direttamente in Turchia.

Tutti gli intervistati raccontano che all’arresto sono stati perquisiti, con la confisca di cellulari ed effetti personali, in alcuni casi anche i documenti oltre a beni di prima necessità come cibo e pannolini per bambini e neonati.

Nei 12 casi che hanno subito la detenzione, si è trattato di detenzione cosiddetta incommunicado cioè arbitraria. Il fermo e la detenzione non sono stati registrati e sono avvenuti con procedure illegali: alle vittime non è stato dato accesso ad avvocati, alla possibilità di fare telefonate o di essere informati su cosa sarebbe loro accaduto. Inoltre, sono stati detenuti in condizioni igienico-sanitarie inadeguate, con grave sovraffollamento e senza alcun dispositivo di protezione esponendoli al rischio di contagio da Covid-19.

In molti casi, durante le ore della sera o di notte sono stati poi portati, trasportati su veicoli o in alcuni casi a piedi, fino al fiume Evros. Nelle testimonianze emerge l’uso di grande aggressività e, soprattutto sulle sponde del fiume, l’uso di maltrattamenti inumani e degradanti fino a casi che si possono definire di tortura. I perpetratori vengono descritti in uniforme o vestiti di nero, e spesso con il capo coperto dal balaclava [passamontagna a copertura integrale, che lascia scoperti solo occhi e la bocca, ndr]. Il guado del fiume è avvenuto in barche e gommoni in genere di piccola dimensione, guidati da uomini in abiti civili e non dalle stesse persone in uniforme che hanno gestito le operazioni precedenti. Alcune vittime sono state addirittura obbligate a guadare parte o tutto il fiume a piedi e a nuoto, esponendoli al rischio di annegamento o congelamento.

In alcuni casi gli intervistati sono stati in grado di indicare il luogo di detenzione: uno nella zona di Poros, in precedenza già denunciato in inchieste del New York Times , uno nella zona di frontiera di Tychero, una stazione di polizia nella cittadina di Komotini e un centro di polizia portuale di Igoumenitsa.

Può descriverci alcuni casi?
In quattro casi le persone sono state arrestate in luoghi che si trovano all’interno del territorio greco e anche molto lontani dal confine dell’Evros. È la storia di Nabil, respinto e portato in Turchia pur essendo un richiedente asilo con status registrato nel paese. In un altro caso, quello di Hassan, siriano, nonostante possedesse lo status di rifugiato e dunque la protezione internazionale è stato fermato nella città di Alexandropouli e deportato in Turchia.

Rima e Tariq, giovane coppia siriana con due bimbi piccoli, sono stati deportati a partire dal campo per rifugiati nella zona di Drama. Ancora una volta lontani dal confine, e giorni dopo essere arrivati in Grecia. Quindi non si tratta in nessuno di questi casi di respingimenti nell’immediata vicinanza dell’Evros.

La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di aver subito direttamente violenza o di averla vista usare nei confronti di altri del gruppo di cui facevano parte: colpi di manganello, pugni, schiaffi, calci. I casi più brutali di violenza sono avvenuti poco prima del respingimento, ma altri atti di violenza sono avvenuti anche durante l’arresto o la detenzione.

Uno dei casi che meglio spiega la gravità delle pratiche usate è quello di Saif, siriano di 25 anni, il cui respingimento è avvenuto nell’agosto 2020. Il gruppo di 60 persone con cui viaggiava è stato soggetto a un’imboscata da parte di tre uomini in uniforme nera con passamontagna sul viso e un pastore tedesco. Sono stati obbligati a sdraiarsi a pancia in giù, dopo aver consegnato tutti gli effetti personali. Poi, obbligati a mettersi in ginocchio, sono stati colpiti ripetutamente sui polpacci. E Saif ci ha consegnato documentazione fotografica delle violenze.

Un uomo è stato colpito con estrema violenza per aver tentato di scappare. In un altro episodio, due uomini afgani hanno provato a scappare ma sono stati presi e colpiti così forte da rompere la colonna vertebrale a uno e la mano all’altro, assistiti e curati poi solo una volta arrivati in territorio turco.

Poi c’è l’episodio raccontato da Lila, 37enne donna palestinese di Gaza. Nel descrivere il respingimento subito nel novembre del 2020 ha raccontato di un uomo che per aver cercato di nascondere addosso il cellulare è stato duramente picchiato con calci e manganelli, poi gettato in acqua nudo e soccorso da altri migranti del gruppo.

L’opinione pubblica è generalmente convinta che i respingimenti siano legali attività di controllo delle frontiere. Può spiegare quali diritti fondamentali vengono invece violati?
Quando si parla di respingimenti illegali, cosiddetti “pushbacks “, non stiamo parlando di un esercizio legittimo dei controlli di frontiera. Stiamo parlando di una combinazione di gravi violazioni dei diritti umani, incluse operazioni di tortura che non hanno niente a che fare con il legittimo controllo dell’immigrazione.

L’illegalità dei respingimenti riguarda sia i diritti che vengono negati nel paese di ingresso, sia il trattamento riservato durante i respingimenti. Questo non significa che chiunque arrivi in un paese abbia diritto a ricevere automaticamente protezione o diritto all’asilo, significa che ha diritto ad ottenere nel paese in cui è entrato la valutazione della propria situazione individuale, per stabilire se ha delle ragioni fondate all’ottenimento dell’asilo e se l’espulsione o il rimpatrio verso un certo paese potrebbe esporlo a dei rischi. Questo diritto è implicitamente insito nella proibizione delle cosiddette “espulsioni collettive”, prevista dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo ma anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che sono vincolanti anche per la Grecia in quanto membro UE.

Durante i respingimenti illegali avvengono poi diverse violazioni: del diritto di non essere soggetto a tortura o altro trattamento inumano e degradante; del diritto alla libertà personale e quindi a non essere ingiustamente sottoposto a detenzione; del cosiddetto “diritto procedurale”, cioè il diritto a ricevere informazioni rispetto alla propria condizione; del diritto a richiedere protezione internazionale o asilo. Tutti questi sono sussunti nel diritto al cosiddetto “rimedio effettivo” – protetto sia dalla Convenzione sia dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE – che prevede il diritto a lamentare la violazione dei propri diritti e in base al quale migranti e rifugiati sottoposti a respingimento hanno diritto all’assistenza di un legale e alla possibilità di fare ricorso contro la decisione di rimpatrio. Ma nessuno di questi diritti è stato loro assicurato nei casi da noi documentati.

Nel lavoro di monitoraggio, con quali organizzazioni vi siete coordinati?
Sui respingimenti tra Grecia e Turchia abbiamo realizzato già due rapporti, nel 2013 e nel 2020 e si è attestato, con nuove evidenze, che i respingimenti e le violazioni dei diritti umani di allora proseguono con le stesse modalità. Il nuovo rapporto non avremmo potuto farlo senza il lavoro precedente, ma anche senza il lavoro fatto da altre organizzazioni presenti sul territorio che in questi anni, instancabili, hanno ampiamente monitorato e documentato i respingimenti.

Abbiamo collaborato con organizzazioni che si occupano di assistenza ai migranti, come Mobile Info Team , altre che monitorano le violazioni ai confini come Border Violence Monitoring Network , Greek Helsinki Monitor, altre che si occupano di assistenza legale come Greek Council for Refugees , Human Rights 360, Istanbul Bar association , HIAS, e infine Disinfaux Collective.

La collaborazione con loro è stata fondamentale. Ad esempio, grazie a Greek Helsinki Monitor e Greek Council for Refugees abbiamo potuto accedere a informazioni sui casi pendenti in materia di respingimenti. Volevamo che emergesse anche il profilo dell’impunità e la mancanza di vie di ricorso effettive ed efficaci in Grecia. La mancanza di questo è, secondo noi, uno dei motivi per cui i respingimenti rimangono impuniti e si continua ad attuarli. Ecco perché un intero capitolo del nostro rapporto si focalizza proprio sull’esperienza degli avvocati delle organizzazioni di assistenza legale, da cui emergono nettamente le difficoltà ad ottenere giustizia.

Come avete raccolto, verificato ed elaborato i dati riportati?
La raccolta è avvenuta tramite contatti diretti con le persone che hanno subito violazioni e che si sono rivolte a noi spontaneamente, ma anche tramite rapporti diretti con comunità di migranti e rifugiati. Fondamentale poi il lavoro di intepreti e mediatori che ci assistono, anche perché l’intera ricerca è stata condotta in remoto a causa della pandemia. Infatti, mentre normalmente il lavoro sul campo permette di avere contatti con un maggior numero di persone, abbiamo deciso con le persone coinvolte di concentrarci su una descrizione molto dettagliata, con interviste molto lunghe, che in alcuni casi sono avvenute in più di una seduta.

La verifica dei fatti raccontati è stata fatta sia tramite le ricostruzioni verbali delle vittime e il raffronto delle dettagliate descrizioni dei luoghi usati durante il respingimento con materiali pubblicamente disponibili, sia tramite la successiva ricezione di materiali quali copia dei documenti delle persone che hanno dichiarato di avere uno status riconosciuto in Grecia, ma anche foto dei segni e dei lividi sul corpo per verificarne la compatibilità con i maltrattamenti denunciati.

Dobbiamo ringraziare molto i nostri partner in loco, come Disinfaux Collective che si occupa proprio di ricostruzione dei fatti. E’ stato estremamente utile confrontare inoltre i nostri dati con i rapporti già emessi da altre organizzazioni, come Human Rights 360 e Border Violence Monitoring Network, che lavorano sui respingimenti illegali da lungo tempo.

Dal rapporto emergono responsabilità da parte greca e turca. Tra i mesi di marzo e maggio avete contatto le relative autorità per ottenere informazioni e per anticipare l’uscita del report. Quali risposte avete ottenuto?

Abbiamo contattato varie autorità della Grecia, il ministro per l’Immigrazione e l’asilo, della Protezione civile, della Giustizia, la Polizia e la Guardia costiera e un ministro peculiare che è quello per la Marina mercantile e per la Grecia insulare.

Quasi tutte ci hanno risposto, il che è un dato positivo, ma purtroppo i dati e i fatti da noi riportati sono stati negati e considerati infondati o non credibili, o non sono stati discussi nel merito. Abbiamo inoltre richiesto ulteriori informazioni sugli incidenti e richiesto dati sulla registrazione nei luoghi di detenzione o intercettazione identificiati dalle persone che abbiamo intervistato, ma nella maggior parte dei casi non abbiamo ottenuto risposte utili.

Da parte delle autorità turche invece non abbiamo ottenuto alcuna risposta alle comunicazioni inviate ai ministri competenti.

Esiste un ruolo dell’Agenzia Frontex nei casi di violazioni che avete analizzato?
Riteniamo che ci siano sufficienti evidenze, non solo da parte di Amnesty ma anche di diverse organizzazioni ed enti europei – per esempio il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa che si è espresso sulla Grecia nel novembre del 2020 – per cui l’Agenzia Frontex non possa più negare di essere a conoscenza delle violazioni. Frontex è presente in Grecia più che in qualunque altro stato dell’Unione Europea e le violazioni che abbiamo documentato sono tutte avvenute nelle zone dell’Evros e nel nord della Grecia, in due casi nel mar Egeo, che vedono la costante presenza dei suoi operatori. E’ necessario che Frontex si attivi per verificare lo status delle proprie operazioni in Grecia e quale sia il ruolo della sua presenza nel mantenimento di tali violazioni, altrimenti rischia di esserne complice.

Esiste un regolamento che disciplina il funzionamento di Frontex, in particolare l’articolo 46 che dispone che il direttore esecutivo, ruolo ricoperto da Fabrice Leggeri, può revocare o sospendere le operazioni se si ritiene che vi siano violazioni dei diritti fondamentali o degli obblighi in materia di protezione internazionale – quindi rispetto al diritto all’asilo e all’immigrazione – di natura grave o destinate a persistere. Esiste dunque un dovere “positivo” da parte di Frontex di valutare come le proprie operazioni si concilino con l’esistenza di violazioni di diritti umani. Se Frontex non riesce a garantire la tutela di questi diritti, deve innescare ciò che prevede l’articolo 46.

Inoltre, Amnesty aveva già chiesto nel marzo 2020 a Frontex di sospendere le sue operazioni quando la Turchia ha unilateralmente aperto i confini e la Grecia ha risposto con respingimenti e violenze su migranti e rifugiati. A quei tempi Frontex era presente. Nella stessa occasione, la Grecia per un mese ha sospeso la possibilità di richiedere l’asilo, in chiara violazione del diritto internazionale. Nonostante questo, Frontex ha addirittura deciso di estendere la sua presenza in Grecia con due operazioni di frontiera dette “rapide” che sono durate da marzo a ottobre 2020.

Quali le conclusioni e raccomandazioni rivolte alle autorità della Turchia e della Grecia, all’UE e agli stati membri?
Per quanto riguarda la Grecia riteniamo che la raccomandazione fondamentale sia di mettere immediatamente fine ai respingimenti illegali e garantire che non avvengano più in futuro. Non è più sostenibile, e non è più credibile, che la Grecia neghi l’esistenza di queste pratiche. E poi investigare i casi documentati da Amnesty e da altri e dare accesso alle vittime a rimedi e al riconoscimento di giustizia.

Alla Turchia, che deve immediatamente astenersi da comportamenti che possono mettere a rischio i migranti e i rifugiati al confine, in particolare smettere di metter loro pressione o costringerli al ritorno in Grecia o addirittura, come documentato, di respingerli illegalmente a sua volta.

Per quanto riguarda l’Unione europea e gli stati membri chiediamo che si adoperino affinché la Grecia fermi i respingimenti illegali e riporti le proprie pratiche in linea con i diritti fondamentali dell’Unione europea. Alla Commissione europea abbiamo fatto richiesta affinché si attivi una procedura di infrazione contro la Grecia per le violazioni dei diritti umani su rifugiati e migranti. All’Agenzia Frontex, la richiesta di innescare l’articolo 46 di cui ho parlato prima in vista di una sospensione o revoca della sua presenza in Grecia.

Prevedete di presentare questo rapporto al Parlamento europeo?
Lo presenteremo alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni LIBE e faremo in modo di sollevare le nostre preoccupazioni nelle dovute sedi, sia al Parlamento che di fronte ad altre autorità dell’Unione europea. Ad esempio pensiamo possa essere utile e importante nell’ambito del lavoro parlamentare europeo sul nuovo Patto immigrazione e asilo, dove si sta discutendo della formazione di un meccanismo indipendente di monitoraggio delle violazioni alle frontiere.

Rispetto a questo, Amnesty ha espresso delle richieste precise: data la gravità e la pervasività delle violazioni alle frontiere riteniamo che questo strumento sia assolutamente essenziale, ma per essere efficace deve essere pienamente indipendente, coinvolgendo enti indipendenti e anche della società civile. E così essere in grado di stabilire le responsabilità delle violazioni, ottenere realmente giustizia per le vittime ed evitare che si verifichino di nuovo in futuro.